È destino che, per diventare campioni del Mondo da minorenni, si debba passare attraverso un’impresa da film. Vent’anni dopo la favola di Loris Capirossi - campione a 17 anni e 165 giorni - è stato Marc Marquez a salire sul tetto del Mondo prima del 18° compleanno. E pur laureandosi campione con 99 giorni d’età in più rispetto a Capirossi, Marc appariva persino più giovane. A prima vista, non si faticava a credere che fosse uno studente di ragioneria informatica alle superiori, di certo non aveva l’aspetto del pilota leader del Mondiale. Nel paddock Marquez poteva essere tranquillamente scambiato per il figlio di un manager o di un tecnico. Il viso da bambino e l’aria scanzonata si univano a un fisico ancora tutto da sviluppare, a cominciare dalla statura. Lo sguardo, però, era già quello del campione senza pietà.  

Ma di fronte al deficit di statura, peraltro non un male per la 125, Marc non si perse d’animo. Incoraggiato, lui che è sempre stato tifoso del Barcellona, dal fenomeno con lo stesso tipo di background fisico che stava emergendo prepotentemente nel calcio, Leo Messi. Altro esempio di uomo in grado di cambiare il proprio sport. Del resto il talento, se è possibile accostare un motociclista a un calciatore, non mentiva in nessuno dei due casi.

06 giugno 2010: la prima vittoria di Marc Marquez in 125cc

A Valencia, nel giorno del trionfo arrivato dopo una stagione da dieci vittorie in sella alla Derbi, Marc disse: "So che non faccio la stessa vita dei miei coetanei, ma la ricompensa per ciò che mi sono perso è questo titolo, un’emozione che pochi possono dire di aver vissuto. Ringrazio tante persone, ma c’è una figura fondamentale come Alzamora: quando entro nel box, Emilio è determinante, mi dice sempre di respirare, e di prendermi il tempo necessario prima di esprimere i miei giudizi sulla moto. È stato un grande pilota, sa certe cose".  

Respirare fu un esercizio tutt’altro che semplice nella domenica dell’Estoril, penultima prova di quel 2010. L’allora diciassettenne Marquez vi arrivò a +12 su Nico Terol e +17 su Pol Espargaró. Le prove sul bagnato non furono soddisfacenti per il baby fenomeno, capace di qualificarsi soltanto in quarta fila, proprio lui che quell’anno, con 12 pole, fu spesso imprendibile sul giro secco. Ma la domenica mattina, con il ritorno dell’asciutto tornò anche il vero Marquez, che andò subito in fuga assieme a Terol. Dopo sei giri, però, uno scroscio di pioggia fermò la gara.  

Uno scherzo del meteo, un brevissimo temporale utile giusto per bagnare l’asfalto e per rimettere in crisi Marquez, che cadde nel giro di… riallineamento, mentre andava a collocarsi sulla griglia per la procedura di ripartenza. Con il cupolino rotto e la carena danneggiata, Marc non andò sulla griglia - dove i meccanici lo attendevano con i ricambi per la riparazione al volo - ma rientrò ai box, dove nei dieci minuti seguenti il lavoro del Team Ajo fu frenetico, mentre Alzamora cercava di calmare il pilota. Il cui padre, Julià, in preda all’angoscia scandiva il tempo prima della chiusura della pit lane, dopo la quale sarebbe stato impossibile prendere il via dalla prima fila.  

Marc cercò persino di anticipare la bandiera rossa all’uscita della corsia box, cercando il rientro in pista con una 125 naked, senza carena (che sarebbe stata reinserita sulla griglia negli ultimi istanti prima del giro di ricognizione), ma non fu possibile. Poco male: con la moto ripristinata appena in tempo, Marquez prese il via dall’ultima fila ma alla prima curva era già quinto, poi raggiunse in vetta Terol e Bradley Smith, e li batté in volata. Ipotecando il titolo che sarebbe arrivato con una saggia gestione di gara a Valencia, dove festeggiò con un “1” gigante e una maglia con la propria caricatura in versione Superman. Quello dell’Estoril fu soltanto il primo dei numerosi flirt di Marquez con l’impossibile.

Marc arrivò al 2010 dopo due anni di apprendistato in 125 utili ma senza trovare il primo guizzo: fino a quel momento, il punto più alto era stato il podio di Donington nel 2008, a 15 anni, ma quel giorno la ribalta fu per il coetaneo Scott Redding, vincitore e nuovo recordman di precocità. Il 2010, però, coincise con un cambio di marcia: il catalano passò dalla KTM alla più competitiva Derbi, e in un team che stava diventando una garanzia nelle categorie minori come Ajo, iridato due anni prima in 125 con Mike Di Meglio.

La risposta di Marquez fu eccezionale, con dieci vittorie, a cominciare dal pokerissimo Mugello-Silverstone-Assen-Barcellona-Sachsenring tutto d’un fiato, con una sola battaglia vinta in volata – il GP Italia – mentre in Gran Bretagna il duello con Espargaró fu al limite: dopo aver rimediato una spallata dall’avversario, sventando una caduta in modo prodigioso, Marc si avvantaggiò in modo decisivo quando Pol salvò la scivolata grazie al gomito. Un salvataggio “alla Marquez”, ma allora Marc non aveva ancora il copyright... 

Suppo: “Contro Marquez non si vince”

La scivolata al via di Aragón però rimise tutto in gioco: Randy Krummenacher, oggi campione in carica della Supersport, falciò Marquez, che nella via di fuga non riuscì a darsi pace. In Portogallo, le cose presero anche la piega peggiore, ma servì prima un passaggio dall’Inferno per andare in Paradiso. Un’esperienza che avrebbe vissuto nuovamente un anno più tardi, perché dopo il terribile incidente nelle prove del GP Malesia, i problemi agli occhi non soltanto fecero perdere a Marc la possibilità di vincere il titolo della Moto2 al primo tentativo. Ma rischiarono di fargli perdere tutto: "Ricordo che assieme ad Alzamora, Marc convocò me e i tecnici, e ci disse che forse ci saremmo dovuti trovare un’altra squadra. Perché probabilmente non sarebbe tornato". 

A dirlo, anni dopo, sarebbe stato Santi Hernandez, che in quel 2011 iniziò a lavorare con Marquez. Restandone così impressionato da non abbandonarlo nemmeno di fronte al rischio di uno stop definitivo. Sette titoli mondiali dopo, merito anche di un profondo rapporto di complicità, il capotecnico sa di aver avuto ragione, e anche il trionfo del 2012 in Moto2 ebbe a corollario una vittoria partendo dall’ultima fila, a Valencia. Ma nel cuore di Marc, l’impresa dell’Estoril per il suo unico titolo con le due tempi, vinto da minorenne, avrà sempre un sapore unico.

MotoGP 2020, Hernandez: “Stop positivo per il recupero fisico di Marc”