Non bastano i titoli mondiali a definire la fortuna e la sfortuna di un pilota, soprattutto nel caso di Dani Pedrosa, per cui basta contare il numero di ossa rotte durante la carriera, per capire quanto quel fisico minuto e fragile fosse poco incline a moto potenti come le MotoGP, che nonostante tutto ha sempre guidato egregiamente.

Il pilota di Sabadell, che oggi compie 35 anni, ne ha passati ben 18 da pilota professionista del Motomondiale ed è da quasi due collaudatore per KTM, dopo aver abbandonato la MotoGP a fine 2018. 

Una carriera, quella di Pedrosa, fatta di 3 titoli mondiali (1 in 125 e 2 in 250), 54 vittorie, 153 podi e 49 pole position in 295 gare disputate. La sua bacheca sarebbe potuta essere sicuramente più ricca se solo la sfortuna, gli infortuni (12 gare saltate in MotoGP) ed un manager alquanto discutibile (Alberto Puig), non si fossero accaniti su di lui privandolo di almeno un paio di titoli mondiali, soprattutto in MotoGP. 

Dani Pedrosa, l’asso nella manica di KTM

Tanti - troppi - infortuni


Leitmotiv di tutta la carriera del Piccolo Samurai sono gli infortuni: la lista inizia nel 2003 in 125 con una frattura ad entrambe le caviglie, che gli fa saltare le ultime due gare della stagione prima di fare il salto in 250. Se nelle classi minori ne esce tutto sommato indenne, nonostante il fisico, lo stesso non si può dire dopo il passaggio in MotoGP.

Il primo esempio lampante è la gara del Sachsenring 2008. Sotto l’acqua, lo spagnolo scivola alla staccata di curva 1, finendo contro le barriere e rompendosi una mano. Tutto questo a causa di una strategia discutibile che gli si è ritorta contro: Dani spingeva più del dovuto, poiché la tabella mostratagli da Alberto Puig gli segnalava un distacco inferiore a quello reale.

Un infortunio, quello rimediato in gara, che ha costretto Pedrosa a saltare il GP degli Stati Uniti, andando a macchiare in modo irreparabile una stagione - chiusa al terzo posto - che fino a quel momento aveva visto l'iberico sempre in Top 4, con un ruolino di marcia di due vittorie, tre secondi posti e tre terzi posti.

Anche nel 2010 Dani avrebbe potuto vincere il mondiale se una frattura alla clavicola non lo avesse fermato per tre gare (Giappone, Malesia, Australia), mentre era in piena lotta con Jorge Lorenzo. Stesso discorso nel 2011 quando si ruppe la clavicola destra in un contatto sfortunato con Simoncelli a Le Mans, saltando ancora tre gare e dicendo addio ai suoi sogni di gloria.

Altro titolo sfumato quello del 2013, che Pedrosa avrebbe potuto mettere in bacheca se non fosse caduto rovinosamente in Germania e ad Aragon, aprendo la strada mondiale al suo compagno di box Marc Marquez. Due cadute significative: al Sachsenring, durante le FP2, lo spagnolo è vittima di un brutto highside in curva 1, che gli causa abbassamenti di pressione e schiacciamento del nervo vago. Mentre ad Aragon vola via perché senza cavo del traction control, tranciato in uno sfortunato contatto con Marquez.

Corre con la sindrome compartimentale in Qatar nel 2015 chiudendo sesto per poi operarsi e saltare le successive tre gare, portando a casa solamente 6 podi nell’anno del Mondiale assegnato a Lorenzo dopo un’aspra battaglia con Rossi. 

Il 2016 sembrava poter essere un anno tranquillo per il Piccolo Samurai, ma la sorte gli presenta il conto nelle libere di Motegi: Dani vola via alla staccata della 11 rompendosi la clavicola destra ed è costretto a tornare in Spagna per farsi operare. Le ultime due stagioni, 2017 e 2018, quando Dani è finalmente libero da infortuni è il suo rendimento a venire progressivamente a mancare, lasciandolo di nuovo a bocca asciutta. 

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Più talento che fortuna


Cosa emerge da questa lunga lista? Che Dani ha vinto tanto ma ha raccolto decisamente meno di quello che avrebbe potuto e meritato. Moto non sempre all’altezza e tanti infortuni lo hanno tenuto lontano dal giro titolato negli anni in MotoGP.

Si può dire che a remare contro al palmarès dello spagnolo - che in quanto a talento puro non era secondo a nessuno - siano stati tanto il fisico di Pedrosa quanto la scelta di un manager che è stato croce e delizia della sua carriera. Se ad Alberto Puig va infatti dato il merito di aver portato un talento così cristallino nel Motomondiale, non si può però applaudire al modo in cui lo ha gestito e consigliato nel corso degli anni. E il Sachsenring 2008, come abbiamo visto, può essere considerato proprio l’”emblema” del loro rapporto.

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