Ben sappiamo che la matematica - pur essendo “mera” opinione - tenga in gioco almeno sei piloti: in ordine decrescente, cioè, dal primo di classifica a scendere, li citiamo tutti. Ovviamente, Joan Mir, dall’alto dei suoi 137 punti. Seguono in quest’ordine: Fabio Quartararo a 123, Maverick Vinalese a 118, Franco Morbidelli con 112 punti, Andrea Dovizioso ne ha 109, Alex Rins quattro in meno, ovvero, 105.

Bene, con ancora 75 unità da assegnare, da dividere nelle tappe di Valencia - doppia - e Portimao, i giochi inerenti al titolo mondiale sono aperti. Aperti sì, ma non a tutti. Sebbene proprio lei, la Signora Aritmetica (sorella della matematica, ma molto più spietata, poiché pignola e portatrice di opzioni cervellotiche) dica che ognuna delle sei parti ce la possa fare.

Qui entrano in pista, però, le tendenze. Come gli anglosassoni usano chiamarle: trend. Ecco, se ci rivolgiamo ai relativi trend, legati ai rendimenti sportivi ed emotivi dei piloti chiamati in causa, potremmo dire che Andrea Dovizioso sia già fuori dal discorso vittoria.

Ah, mica lo sosteniamo solo noi; lui stesso lo ha apertamente ammesso, ieri. E ci dispiace, peraltro, perché il numero 04 è stato l’unico vero rivale di Marc Marquez nelle ultime edizioni iridate. Inoltre, quando il catalano si è fatto male, per un attimo tra il Gran Premio di Spielberg e Stiria, credevamo che il forlivese fosse papabile di successo finale. Invece...

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Autogol?! Che peccato


Già non è stato facile tornare in pista dopo lockdown e poche sessioni di test (discorso valido per tutti i team, sia chiaro), poi si è aggiunta una nuova gomma Michelin che ha scombussolato le idee di assetto e le sensazioni di guida... se aggiungiamo i movimenti di mercato, la consideriamo come la mazzata finale su Dovizioso.

Sentiamo alcune vocine dire “Sì, ma i piloti sono professionisti, devono andare in pista e dare il massimo, indipendentemente dai fattori esterni”. Bé, se sostenete ciò, viene il sospetto che non abbiate mai gareggiato, in nessunissimo tipo di competizione. Oppure, pensiamo che non sappiate cosa significhi correre in MotoGP.

Altra considerazione è legata a due fattori: sport di squadra e lato umano. Il box è una squadra, che racchiude piloti, tecnici, ingegneri, manager, uomini di sponsor e quant’altro. Inoltre, il pilota - proprio lui - è una persona, con relative emozioni, coraggio, paura, vita privata, simpatie e antipatie. Una “macchina” così sofisticata risente di ogni parametro, proprio perché umana e non Terminator.

Terminator uccideva a prescindere e senza alcun senso di colpa. Si gettava tra fuoco e proiettili, infischiandosene di vivere o morire perché, tanto, non ne conosceva la teorica differenza. Teminator, tra l’altro, se ne infischiava delle voci di spogliatoio, lui eseguiva e basta. Fu solo John Connor a placarne l’istinto killer, previo ordine, comando.

Il pilota ha l’istinto killer? Solo tra i cordoli, dove getta il cuore oltre l’ostacolo. Appunto: se il corridore non si sente ben voluto, desiderato, protetto e coccolato, sapete che fa? Due cose: chiude (inconsciamente magari, oppure, volutamente) il gas. Quel tanto che basta da non rischiare l’osso del collo. Il secondo atteggiamento, seppur rimanendo in un ambito di estrema professionalità, è percettivo, ovvero, a livello di stima personale “mi avete tradito, eh?! Ma chi me lo fa fare di dare il 100%? accontentiamoci del 90%, mica poco dai".

Non poco, ma non tutto. Ed in MotoGP anche una piccola somma sottratta al totale si avverte. Lo dice l’Aritmetica.

Amore, TVB, ma l'anno prossimo mi metto con un altro/a


La frase è immaginabile: provate ad avere un relazione e, improvvisamente, la controparte vi dice: "Sai, che bello, i fiori, il caffelatte al mattino, la gita al lago. Sì, con te sto bene e raccolgo grandi soddisfazioni, ma... sai che c'è? Nel 2021 mi metto con un altro/a. Sì dai. Faccio entrare in casa un'altra persona". Ecco, un pilota riceve così il messaggio, quando non viene confermato in un team, specialmente se la cosa avviene in corso d'opera.

Ora, non stiamo affermando che a Dovizioso siano balenati nella testa tutti questi ragionamenti, no, ma chi non li avrebbe formulati? Forse un robot. Per fortuna, Andrea non è un robot e ci piace il suo lato umano. La nostra opinione è che, in un momento cruciale di carriera - per lui e per Ducati - fargli avere la notizia di appiedamento a fine anno, abbia loro tagliato le gambe. Al pilota, certo, e pure al team. Ricordando che Petrucci era già stato accasato prima ancora di iniziare la stagione. Strano masochismo e titolo mondiale adesso meno di un miraggio. I tempi vincenti con Casey Stoner risalgono a 13 stagioni fa. Mica poche per Ducati.

Carlos Checa, l’ultimo iridato in SBK


Il discorso riguardante le derivate di serie non è uguale, ma un po’ ce lo ricorda. È vero, Scott Redding era “tranquillo”, poiché nel suo cassetto del comodino un contratto valevole due stagioni, la 2020 e la prossima, lo aveva. Però, la nostra impressione è stata la seguente: nel momento chiave del campionato, l’inglese ha sofferto. Problemi tecnici e di feeling in sella? Sì, ma non solo.

A Scott, l’idea di dover cambiare compagno di squadra non piaceva. Anche in questo caso, lo diceva lui, mica noi. Lo spiegava argomentando il tema dello sviluppo moto, comparando il fisico suo con quelli di Chaz Davies - fuori dal team Aruba - e Michael Ruben Rinaldi - benvenuto in squadra - assai diversi tra loro. Mentre il gallese è simile all’inglese, l’italiano è completamente diverso.

La bomba “Rino” è esplosa tra Aragòn e Teruel, proprio il punto più delicato dell’annata SBK. In quel momento, ai nostri occhi. Redding ha perso concentrazione e mordente. Rea, invece, che somiglia davvero a Terminator, non ha avuto rimorsi né pietà. Carlos Checa “ringrazia”, leggete quel verbo messo doverosamente tra due virgolette. Anche il 2011 è molto lontano ed il titolo dello spagnolo centrato con Althea è un bel ricordo.

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