La condanna del TAS a quattro anni di squalifica nei confronti di Andrea Iannone continua ad avere strascichi importanti. L'avvocato del pilota di Vasto, Antonio De Rensis, ha parlato a TMW Radio, durante la trasmissione Stadio Aperto condotta da Francesco Benvenuti e Niccolò Ceccarini e ha analizzato la setenza, per sottolineare la presenza di “ricostruzioni senza senso e sbagliate”.

“Senza il ricorso stop di 2 anni”


“Capitolo uno: Andrea è stato condannato per 18 mesi, e ho letto una dichiarazione in cui c'era scritto che senza ricorso sarebbe finita lì, peccato che la WADA (organismo anti-doping, ndr) avesse presentato un ricorso autonomo. Iannone ha fatto ricorso perché era innocente e perché sarebbe stato fermo 2 anni con relativo licenziamento dell'Aprilia. Hanno detto i loro avvocati che sarebbe stata una sconfitta quella della lotta alla sostanza contaminante, quindi c'era questa pressione a inizio processo”, spiega De Rensis.

L’esame del capello


“Capitolo due: si sente parlare dei giudici, e precisiamo che al TAS ci sono arbitri, sono avvocati privati che fanno i giudici ma non è la Cassazione. La sentenza di primo grado dice che Iannone è stato contaminato, e questo perché abbiamo portato relazioni di sei professori universitari e due medici che hanno registrato valori bassissimi nell'urina, ed incompatibili con un'assunzione ripetuta nel tempo. Poi Andrea si è sottoposto all'esame del capello, ed è stato asserito che fino al dicembre precedente non ci fossero tracce, così come il testosterone bassissimo che è incompatibile con l'uso prolungato. Il TAS, allora, non potendo ribadire giustifica così: non si può escludere che abbia usato una volta il drostanolone per recuperare più velocemente dal GP di San Marino. Per la prima volta nella storia della medicina ci dicono che si cura un infortunio alla spalla utilizzando anabolizzanti. A nulla è valso che la clinica mobile avesse detto che si fosse curato con antinfiammatori e cortisoni, per una contusione da poco.

“C'è di più: per confutare l'esame del capello ci è stato detto che l'abbiamo fatto in ritardo. Allora: gli viene notificata la positività il 17 dicembre, due-tre giorni per organizzarsi, poi c'è Natale ma soprattutto le controanalisi fissate al 7-8 gennaio, e noi facciamo l'esame il giorno dopo a Torino. La società internazionale dell'esame dice tra l'altro che devono passare almeno quattro-cinque settimane”, aggiunge De Rensis.

La prova della carne contaminata


"I giudici poi si sono inventati che il medico dell'équipe avesse il tempo di verificare l'origine della contaminazione della carne nei giorni in cui Iannone era a Dresda, anche se non c'era. Ho letto addirittura che saremmo dovuti andare in Malesia a prendere gli scontrini, peccato che di mezzo ci sia il Covid... Tanto che a Losanna non c'eravamo, ma eravamo collegati. Abbiamo comunque mandato una mail all'hotel, chiedendo indicazioni sulla carne, ma nessuno ci ha risposto. Ci hanno detto che era una mail generica e che non si capisse cosa chiedevamo...

"Poi abbiamo anche la dichiarazione di Paolo Campinoti, responsabile del Team Pramac, perché abbiamo provato a contattare più volte il proprietario del ristorante senza ricevere risposta. Ha detto che nonostante Iannone avesse mangiato prima della gara nel suo ristorante, non voleva essere coinvolto per non creare pregiudizi sulla sua attività. Il TAS dice che il signor Marini forse non avesse capito l'importanza della questione, ma se non voleva il coinvolgimento del ristorante l'aveva capito!

"Addirittura ci sono precedenti di un atleta che non ricordava se avesse mangiato la carne in Australia o in Canada... Dal TAS dicono che sono due sentenze talmente anomale da non poter essere prese in considerazione”, continua De Rensis.

“La WADA ha uno strapotere incontrollabile…”


“Questo è il processo Iannone, e quando uno legge le sentenze dovrebbe avere l'onestà intellettuale di leggere anche le carte processuali prodotte dalla difesa.

“Nella sentenza c'è un'altra cosa che non è vera, cioè che Iannone non avrebbe potuto mangiare nella propria hospitality perché Aprilia è l'unico team che non ce l'ha nelle trasferte extra-europee, e che doveva mangiare nei catering malesi. Dal TAS ci hanno detto che è una cosa nuova, figuriamoci... Ma chi ci difende da queste cose qui? Non ci rendiamo conto che la WADA ha uno strapotere incontrollabile nei confronti degli atleti, e ci sarà un'altra contaminazione da drostanolone prima o poi. La sentenza crea un precedente pericolosissimo, perché se un arbitro può dire che eri a Dresda quando non è così, che curi una contusione col drostanolone e tutte queste cose, non si riesce più a difendersi. Capite l'amarezza nel reggere qualche resoconto superficiale...".

"Gli atleti devono essere tutelati maggiormente, bisogna trovare il modo che una provetta rimanga anche a disponibilità dell'atleta: un luogo in cui una parte dell'urina esaminata venga messa, non che queste vengano gestite solamente dalla WADA. La WADA non può arrivare con questa pressione e questo potere ai processi, dicendo che se la sentenza passava così in giudicato sarebbe stata una catastrofe”, aggiunge il legale di Iannone.

Questo processo deve svegliare tutti quanti, in primis la Federazione. In più: un arbitro l'abbiamo designato noi, uno la federazione di motociclismo, e uno la WADA. La FIM ha detto che 18 mesi andavano bene ma ha nominato un arbitro che ha chiesto 4 anni. Capite che ci sono cose particolari? Entro il 10 dicembre potremmo ricorrere al tribunale svizzero, molto arduo ma è l'unica strada che abbiamo. Andrea ci sta pensando”, ha concluso l’avvocato De Rensis.

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