Mancava da 38 anni la doppietta in casa Suzuki ed è arrivata alla terzultima gara della stagione, nel giorno in cui il titolo ha preso definitivamente la via di Hamamatsu. E di Maiorca, terra d’origine di Joan Mir, primo davanti ad Alex Rins. 

"Più di così non potevo chiedere, mi sembra di sognare, non ci voglio credere. Questa è una stagione storica, dobbiamo essere orgogliosi di tutto il team e delle persone che lavorano per noi. È un anno da ricordare" ha detto il manager brianzolo, che mai aveva piazzato due piloti ai primi due posti, nemmeno in Yamaha (dove Jorge Lorenzo non era sotto la sua gestione diretta).  

A due gare dalla fine, Mir si è giocato il primo match-point per il titolo. Se te l’avessero detto a luglio ci avresti creduto? 

"Avrei fatto fatica. È stata una stagione un po’ strana. All’inizio del campionato mi aspettavo Marquez, Dovizioso e Viñales a lottare nelle posizioni davanti con Rins, mentre Joan doveva cominciare a mettersi in luce, a consolidare un po’ le prestazioni. È stato positivamente sorprendente vederlo così regolare".

L’anno scorso Alex e Joan erano su due piani diversi, come si è evoluto il loro rapporto?

"Sono avversari, chiaramente sono in competizione. Quello che stiamo cercando di trasmettere loro è un certo spirito di squadra, l’importanza del fatto che loro corrono per la Suzuki. Noi rispettiamo molto la loro competizione ed è chiaro che uno vuole fare meglio dell’altro. Era ciò che volevamo quando facemmo queste scelte. Infatti siamo arrivati dopo 12 gare ad aver collezionato 11 podi, che è il nostro record di questi ultimi anni. Poi il nostro lavoro è quello di creare un sano e costruttivo rapporto di competizione agonistico, ci stiamo riuscendo e sono contento".

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Parlando di Rins, quanto è stato grave il suo infortunio di Jerez?

"Molto, da un punto di vista sportivo. Era arrivato davvero molto forte, pronto sia mentalmente che fisicamente. L’incidente del sabato ci ha veramente rovinato i piani. Le cinque gare successive gli sono servite soltanto per cercare di recuperare e secondo me adesso stiamo vedendo il Rins che ci aspettavamo allora". 

Che complimenti meritano i tuoi piloti?

"Alex li merita per come ha reagito dopo l’infortunio. Ha lavorato davvero tanto con la riabilitazione, è tornato in sella in pochi giorni, lavorando tutto il giorno per cercare di recuperare. Si è impegnato tanto e questo finale di stagione lo sta un po’ premiando e spero che lo premierà. A Joan li faccio invece per la sua testardaggine sportiva. Lui è uno che vuole arrivare, vuole fare risultati, si arrabbia nel senso sportivo quando le cose non vanno bene. Questo lo porta a migliorarsi sempre di più. Ha grosse aspettative su se stesso, però lavora anche per riuscire a ottenerle, ed è supportato da un grande talento".  

Quale significato ha questo titolo per te?

"Un grosso significato". 

La famiglia Suzuki come sta vivendo questa stagione così importante, che coincide con i 60 anni della Casa nelle corse?

"Riceviamo da loro messaggi di complimenti, sappiamo che in Giappone sono tutti molto contenti e che seguono le gare. Adesso il problema per noi è che le aspettative si alzano sempre di più. Prima se facevamo un podio erano contenti, ora se non lo facciamo sono delusi".

E tu come hai vissuto queste gare decisive?

"Ero sempre molto teso, forse anche perché non sono stato un pilota. Non riesco a capire quanto siano bravi loro a tenere sotto controllo la situazione, quindi magari mi agito anche di più. La paura più grossa è di una caduta, di una scivolata che rovini tutto. Ho un orologio che misura le pulsazioni e sono arrivate anche oltre 140 pur rimanendo seduto sulla sedia nel box".

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Si può dire che in Suzuki hai trovato il tuo habitat ideale dopo la lunga parentesi con Valentino Rossi?

"Nella mia carriera sono stato molto fortunato, mi sono trovato in situazioni belle, che mi hanno dato grande soddisfazione. Arrivato in Suzuki ho avuto l’opportunità di lavorare su un progetto completamente nuovo, partendo da zero e quindi ci sentiamo come se questa fosse la nostra creatura. Siamo tutti un po’ affezionati al progetto. Questo mi dà grande soddisfazione, poi speriamo di raggiungere anche le soddisfazioni sportive". 

Ti ricordi di una stagione così strana?

"Così forse no. Ricordo bene però il 2006, ero in Yamaha e fu l’anno che vinse il titolo Nicky Hayden. Quell’anno fu un po’ particolare, ma più che altro per i guai della Yamaha. C’erano state delle rotture, dei problemi con le gomme in alcune situazioni. Per problemi tecnici ci eravamo trovati in una stagione strana. Però bisogna sempre tenere conto che nello sport l’imprevisto è in agguato. In tutti gli sport ci sono sempre stagioni strane, cose che succedono. Credo che questo sia proprio il bello dello sport". 

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