Sette anni senza Doriano Romboni

Sette anni senza Doriano Romboni

Il 30 novembre del 2013 “Rombo di Tuono” perdeva la vita nel SIC Day organizzato a Latina. Capirossi: “Dava delle spallate incredibili”. Lucchinelli: “Era un fluoriclasse, ma sanguigno…”

30 novembre 2020

Era una triste giornata autunnale quando Doriano Romboni perdeva la vita a soli 45 anni, sulla pista del Sagittario di Latina, durante le prove del SIC Day, un evento di beneficenza per ricordare Marco Simoncelli.

A distanza di sette anni sono ancora in corso le indagini per accertare le responsabilità di quella morte che sembra assurda, ma oggi vogliamo parlare di altro.

Vogliamo ricordare Doriano Romboni il pilota.

Chi lo ha conosciuto lo ricorda come uomo e pilota di talento, coraggioso, generoso, irruento, potenzialmente capace di vincere più di quanto in realtà non abbia fatto. Per sfortuna, per il suo carattere impetuoso, o perché guidava d’istinto e non era un ‘tecnico’: ciascuno dà le sue motivazioni. Ma tutti concordano nel fatto che di mondiali ne avrebbe potuti raccogliere. Invece nel suo palmares l’iride manca.

Nel 1990, però, arrivò il suo primo successo mondiale. Si correva al Nurburgring – ra già la versione ‘corta’ – ed era la quarta gara della stagione. Lo spezzino correva in sella ad una Honda gestita tecnicamente da Massimo Matteoni nel team di Tiziano Del Rio, che lo aveva scoperto grazie all’intervento del manager Roberto Camolei.

Loris Capirossi: “Dava delle spallate incredibili…”


“Ricordo bene quella gara, e anche la bellissima foto fatta sul podio con Doriano, abbracciati con la ghirlanda intorno al collo, che fu pubblicata da Motosprint”, dice oggi Loris Capirossi, avversario ma amico di Romboni.

“Ho dei ricordi bellissimi di Doriano, perché era una gran bella persona, e mi fa male dire ‘era’. Abbiamo iniziato insieme, io nell’86 e io nell’87, con il Trofeo Honda. Poi lui nell’88 è passato nell’Europeo e io nell’89, quando lui era già nel mondiale. Ci ritrovammo nel 1990. Era un po’ il mio riferimento: nell’87 vinse a mani basse tutte le gare del monomarca, mentre io avevo appena 14 anni e facevo delle belle gare ma non vincevo niente.

“Ci siamo sempre voluti un bene incredibile perché eravamo molto simili: non molto calcolatori, o che si accontentano di portare a casa il risultato. Noi siamo sempre stati “o tutto o niente”. Per il talento che aveva ha vinto meno di quello che si meritava. Ma le corse sono così, alle volte anche crudeli. Lui forse non dedicava tempo all’allenamento, guidava abbastanza d’istinto…

“Al Nurburgring ero sul podio insieme a lui, ma ero felice per lui perché se lo meritava. Quando guardi in faccia i piloti lo vedi se hanno l’occhio buono o no: e lui aveva l’occhio buono. In pista però un combattente che non guardava in faccia nessuno: dava delle spallate incredibili anche in 250. Mi ricordo una gara a Salisburgo, una pista pericolosissima, e in cima ad una salita mi ha spinto e mi ha quasi cacciato fuori, però finita la gara ci siamo abbracciati. Era un puro.

La sera della vittoria al Nurburgring ha fatto una super festa la sera nel paddock: era uno che la birrettina gli gustava un bel po’, e se l’era anche meritata. Io ero ancora piccolo, ero affidato alla squadra e non mi lasciavano fare niente. Ricordo che era un amante del sole, e quando faceva bel tempo si metteva sempre davanti al camperino a prendere il sole. Era un mito! Tante volte ci mettevamo a parlare lì, oppure la sera, nel paddock… allora si poteva”, conclude Loris Capirossi.

Marco Lucchinelli: ‘Era un fuoriclasse, ma era sanguigno…’


“Con Doriano eravamo grandi amici”, ricorda Lucchinelli. “In quell’epoca in 125 vedevi delle gare da film, era più bella della 500.  ‘Dori‘ era un fuoriclasse, era il più veloce del suo periodo ma ha avuto sfortuna. Purtroppo ce ne sono tanti di piloti che andavano forte ma non hanno vinto mondiali…

“Noi ci siamo conosciuti in quel periodo lì, era spezzino come me e quando era piccolo io ero un po’ il suo idolo. Poi avevamo degli amici in comune, come Camolei, il suo manager, con il quale avevo iniziato anche io. Con Dori eravamo simili: un po’ impulsivi, a volte un po’ esagerati. Era una persona educata e delicata, ma quando ci voleva era bello sanguigno, e se la moto si rompeva tirava i calci. Insomma aveva il carattere dello spezzino… Quando fece il primo anno di SBK c’ero di mezzo anche io: non abbiamo finito la stagione, perché avendo lo stesso carattere è facile bisticciare, ma siamo rimasti amici.

“Quando si era rotto tibia e perone fece degenza da me e spesso facevamo cross assieme qui nel mio terreno davanti a casa. Avevo fatto un tracciato di 1 km e 100 con la ruspa, con tanto di salti… ma quando giravano lui, Melandri e Falappa il tracciato veniva liscio che sembrava fresato, e poi mi ci divertivo io. Adesso non c’è più niente di tutto questo, non c’è più Doriano e non c’è più neanche Cristiano (il figlio di Marco scomparso tre anni fa ,nde): Dori lo aveva visto crescere ed erano come fratelli.

“E poi da metà degli anni Novanta insieme avevamo aperto un locale da 600 metri: facevamo musica dal vivo cinque giorni su sette. Io c’ero sempre, lui passava ogni tanto perché correva, non suonava ma canticchiava, gli piaceva Vasco, le sapeva tutte…” conclude Marco Lucchinelli.

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