Il 22 novembre scorso, una volta tagliato il traguardo del GP Portogallo, Cal Crutchlow aveva l’aspetto di una persona felice. Certamente si sentiva strano, lui che a 35 anni, dopo dieci stagioni in MotoGP, si apprestava a lasciare la categoria, chiudendo un capitolo importante della sua vita. Ma allo stesso tempo, appendere la tuta al chiodo – come pilota titolare, visto che diventerà tester Yamaha – era un’idea che valutava da tempo. L’inglese ci racconta in esclusiva la sua transizione.  
 
A fine 2019 dicesti che questo sarebbe stato effettivamente il tuo ultimo Mondiale, eppure all’inizio di questa stagione avevi cambiato idea, dicendo di voler correre un altro anno. Ora non ti ritirerai ma diventerai collaudatore: ci aiuti a chiarire la situazione?

"Posso dire che sono contento di dove sono, la mia idea era chiara: di fronte a un’opzione adatta alle mie ambizioni, ci avrei pensato. Altrimenti, avrei chiuso, senza traumi. Mi sono goduto una parentesi e un’opportunità fantastiche, ho fatto il massimo, ho dato il 100% ogni volta che sono salito in moto. A volte è andata bene, o molto bene, altre volte no. Ma ho sempre avuto la sensazione di aver dato tutto, e questo mi soddisfa". 

C’è una lunga lista di piloti che hanno detto addio alle gare con il sorriso, capendo di aver dato il massimo, dicendosi pronti a godersi la vita. Ma qualcuno di loro, dopo pochi mesi, è tornato a reclamare la ribalta: dopo tanti anni nel paddock, è difficile trovare la collocazione nel “mondo reale”?

"Non credo, per esempio, che questa sia la vicenda di Casey Stoner, a cui non credo siano mancati i media, i flash, le interviste, le cose di facciata. Magari gli è mancato di più tirare al limite in pista su una moto. Credo che invece a Jorge Lorenzo manchi un po’ tutto di questo mondo". 

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Hai detto tante volte che una delle ragioni del ritiro è l’intenzione di vivere in California in modo che tua figlia Willow possa crescere lì. Quanto il suo arrivo ti ha cambiato la vita? Il riferimento non è legato al fatto di perdere qualche decimo al giro, ma al rapporto con le gare. 

"Le cose non sono cambiate tanto nella vita in pista, ma dal 2016 la mia vita fuori dalle gare è un’altra cosa, è stato un cambiamento drastico. Io ero il classico pilota prepotente, egoista, che faceva ciò che si sentiva di fare. E se nessuno mi seguiva nella mia iniziativa, non m’importava, perché facevo ciò che volevo fare. Ora, se Willow o mia moglie Lucy mi dicono 'vai lì', io devo andare proprio lì… Ma sono felice. Vedere mia figlia crescere e portarla con me in pista è stato fantastico. Purtroppo quest’anno, con le restrizioni legate alla pandemia, sono stato lontano dalla famiglia. Willow doveva andare all’asilo, è la normale evoluzione della situazione, però questo scenario è stato diverso rispetto al passato, ho trascorso più tempo in pista. Ed è stato difficile, perché Willow ha acquisito la nozione del tempo e nelle ultime settimane non accettava la mia assenza, non voleva che me ne andassi, capiva che sarei stato via per un periodo lungo. Lei amava venire in circuito, non tanto per le gare, ma perché stava con me. Però lei ha accettato la mia assenza meglio di come io ho vissuto la sua lontananza". 

Il suo arrivo ti ha cambiato la vita in meglio. 

"Certo, e le cose sono migliorate anche in pista, sono andato più veloce. Continuerò a essere un pilota, darò il massimo nei test con la Yamaha, come sempre. Perché ho sempre avuto la mentalità di chi vuol vincere: ho sempre saputo che sarebbe stato difficile vincere, ma se non sei in pista per vincere, allora non ha senso esserci". 

Spesso hai detto che i tuoi risultati non sarebbero stati superiori correndo per un team ufficiale. Ma in un factory team non avresti perso alcuni tecnici andati nelle strutture ufficiali…

"Devo dire che la Honda mi ha sempre appoggiato in modo importante. A volte ho dovuto fare a meno di alcune cose, ma altre cose le ho avute prima rispetto ad altri piloti. Ovviamente in un team ufficiale ci sono risorse differenti, umane e tecniche, ci sono più persone per fare quelle cose che ti fanno andare più veloce in pista. È tutto un po’ più facile. Fondamentalmente, i piloti ufficiali sono tali perché sono bravi, ma hanno anche la vita più semplice. C’è più gente attorno a loro, corrono per i team più ricchi, team che viaggiano anche nelle migliori condizioni, probabilmente il personale è pagato meglio, e comunque guidano moto migliori rispetto a quelle dei team satellite. Per questo, i piloti satellite fanno più fatica a compiere quell’ultimo passo nella loro evoluzione".

Puoi fare un esempio?

"Penso alla differenza tra un ex campione della Moto2 come Tito Rabat e Maverick Viñales, che invece non ha vinto il titolo della Moto2. Uno è stato soltanto in team satellite della MotoGP, l’altro soltanto in team ufficiali. Non voglio dire che se Tito Rabat avesse avuto a disposizione lo stesso trattamento e le stesse risorse di Viñales sarebbe stato rapido come Maverick, ma certamente sarebbe stato molto più vicino al vertice. Queste sono le gare, è la cruda verità. Perché i piloti ufficiali hanno la possibilità di evolvere e di crescere con il tempo. Per anni ci siamo chiesti come mai un pilota satellite non abbia vinto il Mondiale: la risposta è nella somma di questi dettagli, non è soltanto una questione tecnica". 

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Tu lasci la Honda e quindi puoi giudicare il cambiamento nel team ufficiale, con l’arrivo di Pol Espargaró a scapito di Alex Marquez. 

"Premessa: Pol mi piace, credo sia un buon pilota che dà sempre tutto. Ma al momento del suo ingaggio aveva un solo podio in MotoGP nel curriculum. Mi sembrava strano, da parte del Team HRC, poi però quest’anno è stato effettivamente consistente e ha compiuto un passo avanti. E poi è un campione del Mondo". 

Credi potrà portare qualcosa che la Honda oggi non ha?

"Se devo essere onesto, no. Credo che porterà qualche risultato, ma è ciò che la Honda stava cercando, nel momento in cui ha un pilota capace di vincere ogni GP? Credo che nessuno saprà mai replicare quanto fa Marc Marquez, o ciò che è stato capace di fare. Credo anche che Alex Marquez abbia fatto un grande lavoro, quest’anno, e che Taka Nakagami stia crescendo". 

Nel febbraio scorso, dopo i test di Sepang, un collega chiese a Dani Pedrosa il favorito per il Mondiale e la risposta fu: "Le Suzuki, ma i loro piloti ancora non lo sanno". 

"Non mi stupisce, i piloti con la competenza di Dani, ma penso di poter fare anche il mio nome, anche osservando da fuori vedono certe cose. Certe opinioni puoi fornirle anche da fuori, perché sai valutare il pilota che guida confrontandolo con il pilota più rapido. Per esempio, è chiaro come ora la KTM sia decisamente una delle moto migliori sulla griglia. Dani conosce il 'giochino', sa dove serve guardare, ha l’esperienza giusta. E aggiungo che mi sarebbe piaciuto vederlo anche su una Yamaha o una Suzuki, perché quanto ha fatto per tanti anni con la Honda è stato semplicemente superbo". 

Dopo una stagione come l’ultima, condizionata dal Covid-19, credi che sarebbe giusto tornare al sistema degli scarti, cancellando per esempio i due peggiori risultati di ciascun pilota?

"Mi era stato chiesto un po’ di tempo fa, e avevo detto che non mi sembrava una buona idea. Ora sono combattuto, invece, perché resta il dubbio di considerare un campionato “incompleto”, dando a un pilota che ha saltato due gare lo stesso valore di chi ha corso ogni GP. Se si dovesse ripetere una stagione come questa, in cui ci sono stati piloti che hanno saltato gare per il Covid-19 o persino per le norme anti-Covid, allora non sarebbe giusto vedere qualcuno perdere il titolo per un motivo del genere. Ma è un tema complicato".

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