Alzi la mano chi, dodici mesi fa, avrebbe pronosticato che l’intervista di fine anno al campione del Mondo della MotoGP avrebbe avuto come soggetto Joan Mir. Una vittoria e altri sei podi dopo, è il maiorchino l’eletto.

Nel corso dell’anno, abbiamo avuto più volte modo di parlare con Joan. Ma questa è la prima volta che lo facciamo con Mir campione della top class. Ed è un grande salto, come lo stesso ventitreenne della Suzuki ammette. 

Qual è la domanda che ti sei sentito rivolgere più spesso nelle ultime settimane? Giusto per non ripetersi...

"(ride) Vuoi che mi faccia l’intervista da solo? Lo dico perché sono state tante le domande frequenti". 

Ti immaginavi un effetto del genere?

"Sì, me lo immaginavo. Diciamo che le ripercussioni positive a livello mediatico e di immagine mi stanno aiutando a realizzare ciò che ho fatto". 

Di recente hai detto che la tua “eccessiva” sincerità nelle interviste qualche volta ti aveva causato problemi: hai pesato maggiormente le parole negli ultimi tempi?

"No, continuo a non imparare la lezione...". 

Per i media, la speranza è che non cambi: dire l’assoluta verità, e raccontare le cose come stanno, è ciò che ti fa distinguere. 

"Vorrei non cambiare, effettivamente, da questo punto di vista". 

A ben guardare, la tua stagione ha avuto una mancanza. 

"Quale?". 

Un duello gomito a gomito con Fabio Quartararo paragonabile a quello avuto con Alex Rins a Valencia: avete duellato brevemente sul bagnato di Le Mans, ma per il nono posto...

"È stato un duello breve ma intenso, da non sottovalutare. Eravamo io, Quartararo e Viñales: ero arrivato su di loro, passando Maverick e poi anche Fabio, che però mi ha restituito il sorpasso alla chicane, e ho perso due posizioni invece di una. Poi, certo, mi sarebbe piaciuto duellare con Quartararo, o con altri, gomito a gomito per una vittoria". 

Tre anni fa avevi vinto il titolo della Moto3: quell’esperienza ti ha aiutato a gestire la pressione?

"Sì, molto". 

Come lo spieghi?

"L’esperienza di una stagione al vertice l’avevo già vissuta. Per chi lotta per un titolo, avere nel proprio passato un Mondiale vinto è di grande aiuto, si sente la differenza nei confronti di chi non è stato campione del Mondo in passato. Abbiamo visto come gestiscono le situazioni quei piloti che hanno conquistato parecchi Mondiali, come Marc Marquez o Valentino Rossi. Marc, il pilota che ho visto più da vicino nei suoi trionfi, nell’ambito della gestione è migliorato anno dopo anno. Questa esperienza ti fa migliorare". 

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Hai menzionato Marc, che negli ultimi anni è stato il pilota di riferimento sulla griglia, l’uomo da battere. Ora, lo sostituisci in quel ruolo, hai compreso che nel 2021 ci saranno 21 piloti che ti osserveranno e ti studieranno per batterti?

"Sì, l’ho capito, ma non sarà particolarmente differente rispetto alle ultime gare di quest’anno. Non sarà un grande cambiamento rispetto ai GP vissuti da leader del Mondiale. L’importante sarà arrivare preparati e mantenere la mentalità che mi ha accompagnato per tutta questa stagione. Per questo non perderò il sonno, è qualcosa che ho già vissuto. E mi permetto un’altra considerazione". 

Quale?

"Stavo peggio quando sognavo le posizioni di vertice. Ora, semmai, devo godermele. Poi, so bene che la pressione è differente quando sei davanti, però esiste un altro tipo di pressione, quella di chi si deve sbrigare e ottenere risultati. E questo tipo di pressione non la amo. Io preferisco la pressione connessa alla lotta per il titolo". 

Nella sua biografia Wayne Rainey ha spiegato che quando vinceva una gara, la domenica sera festeggiava in modo assoluto. Ma il lunedì, appena si svegliava, si concentrava sulla gara successiva, considerandola la più importante della sua vita, lavorava e si preparava per dare tutto, perché grandi aspettative possono creare grandi delusioni. 

"Condivido perfettamente. Il lavoro fisico, per esempio, lo devi fare nel precampionato. Io mi alterno tra palestra, piscina e moto. Poi, però, quando inizia la stagione conta soprattutto la parte mentale. L’allenamento fisico durante la stagione deve essere cauto, magari esci in bicicletta ma non fai 300 km. Questo è quello che faccio io, in particolare è stato così quest’anno, perché non c’è stato tempo per tirare il fiato tra una gara e l’altra. E allora durante la stagione il lavoro è soprattutto mentale. Sicuramente Rainey si riferiva a questo. Il modo migliore per preparare una gara, una volta iniziata la stagione, è con il lavoro mentale". 

La tua grande virtù è il modo in cui effettui i sorpassi: arrivi su un rivale e in paio di curve lo superi. 

"Succede quando hai la velocità che ti permette di fare certe cose. Poi, effettivamente, sento di avere quella facilità nell’effettuare manovre del genere, trovando il varco e mollando i freni. Però è possibile farlo soltanto quando si va davvero più forte rispetto a chi stai sorpassando, ed è quello che è successo frequentemente nell’ultima stagione". 

Il tuo finale a Misano è stato da antologia: hai superato Rins e Rossi, sfiorando il sorpasso anche su Bagnaia. In Austria, hai duellato con Miller. E poi c’è stato il già citato sorpasso su Rins a Valencia. 

"Sì, è stato un anno ricco di sorpassi entusiasmanti. Penso anche a quello su Pol Espargaró nella seconda gara". 

Vincere il Mondiale porta parecchie interviste, ti porta a conoscere molta gente, ed è immediato pensare anche a un considerevole bonus economico. La tua vita è cambiata?

"Il bonus può cambiare la vita di una persona 'comune', sì, poi c’è un bel salto anche in vista delle prossime stagioni". 

Hai fatto la distinzione parlando di persone “comuni”: tu, come tanti piloti, vivi in una sorta di “isola della fantasia” ad Andorra. Quanto è lontano il mondo reale?

"Io sono cresciuto nel mondo reale, poi è vero che ci sono altri piloti della MotoGP che non sanno cosa succede fuori dal paddock. Ma io sono sempre rimasto con i piedi per terra". 

Grazie a chi rimani connesso con il mondo reale?

"Mi interesso di quello che succede nell’attualità, soprattutto le cose più importanti. Non mi interessa, per esempio, chi vince o chi perde nel calcio. A volta ammetto che voglio disconnettermi e non sapere nulla. Ma le persone attorno a me mi aiutano a mantenere i piedi per terra. In questi anni ho “modellato” il mio entourage, per avere il circolo di persone di oggi, che è perfetto. E anche questa è una soddisfazione".  

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