MotoGP, Dr Costa: “Con me Marquez non avrebbe perso la stagione”

MotoGP, Dr Costa: “Con me Marquez non avrebbe perso la stagione”

Il dottore che ha fondato la Clinica Mobile più di 50 anni fa ha detto la sua sul caso Marc Marquez e ha raccontato gli aneddoti più belli della sua carriera

Il mistero aleggia ancora sul ritorno in pista di Marc Marquez, se questo sarà possibile già a partire dall’inizio della stagione sul circuito di Losail, in Qatar, domenica 28 marzo. La prossima settimana avremo una risposta, nel frattempo ne abbiamo parlato con il Dottor Claudio Costa, il medico che ha fondato la Clinica Mobile nelle corse di moticiclismo e che ha contribuito alcuni piloti a farne la storia.

Come commenta il caso Marquez?

"Premettendo che non ho visto i dettagli, parlo usando solo la mia esperienza. Nessun pilota ha mai perso una stagione nei 50 anni della Clinica Mobile.  L’ultimo intervento ha riguardato l’inserimento di una placca con un trapianto preso dalla cresta iliaca e poi abbiamo saputo che c’era un’infezione dell’osso chiamata osteomielite. Non esiste al mondo però la possibilità di lasciare una osteomielite con la placca, quindi vuol dire che questa era sotto controllo, e non impedisce il processo naturale della consolidazione dell’osso. Prevedo un tempo di recupero di 6 mesi, che con alcune combinazioni fortunate, possono diventare quattro".

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Sarebbe stato possibile evitare tutto quanto accaduto?

"Le fratture dell’omero fanno fatica a guarire. Di certo non mi sarei permesso di farlo correre a Jerez la settimana dopo. Gli avrei detto: 'Caro Marquez, io ti salvo la spalla, ti metto la placca, ma ci vediamo fra tre mesi a Misano'. Se avesse voluto rientrare in pista a tutti i costi, allora avrei messo un chiodo con due viti. Questo non è stato fatto, allora hanno fatto un altro intervento. Visto il ritardo della consolidazione, non aspettavo dicembre per operare, ma avrei anticipato".

Lei avrebbe agito allo stesso modo fin dall’inizio?

"Avrei fatto quello che ho sempre fatto: mi sarei lasciato guidare dal desiderio del pilota. Se il pilota mi diceva: 'Voglio correre la prossima settimana', non guardavo in faccia la spalla e mettevo un chiodo grosso semielastico avvitato. Ma se ad un certo momento mi fossi trovato che non voleva danneggiare la spalla ferita, allora avrei messo una placca e l’avrei fatto scendere in pista a Misano. Un omero con la placca ci mette tre mesi a guarire. Con il chiodo non guarisce in una settimana, ma avrebbe tenuto. Lo avrebbe aiutato poi la terapia dei piloti: la forza di volontà e il desiderio che sono la benzina che scatena energie inesperate dentro il corpo umano e che fanno fare le cose che abbiamo visto, i miracoli. Non li faceva il protagonista della favola il Dottor Costa, ma i piloti. Io facevo arrivare la favola alla fine".

Potremo rivedere Marc in Qatar?

"Ho fatto deduzioni senza avere niente in mano. Le possibilità del tempo, perché possa succedere questo miracolo ci sono, però credo che una storia come quella del suo omero, forse pretende qualche tempo in più".

Una volta che tornerà in pista come sarà, il solito marziano?

"Dal punto di vista fisico bisogna sperare che riacquisti la forza del suo braccio. Stabilito questo, psicologicamente sarà più forte di prima. L’avversità gli creerà quello stimolo, come in Doohan, di voler essere ancora più vincente. In più se anche il corpo fosse in un certo senso rimasto dal punto di vista della forza menomato, lui riuscirebbe con la forza di volontà a superar questo piccolo medio inconveniente. Voto quindi per Marquez forte. Lui stesso, raccontando del 2013, disse di me: 'Quello è un dottore matto, ma mi fece vincere il Mondiale'".

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Si ritrova in questa definizione?

"Mi fa tanto piacere, perché la normalità è una cosa che mi annoia. Mentre la follia è data dal Dio, come dicono gli antichi greci".

Qual è un aneddoto della sua carriera a cui è particolarmente affezionato?

"Ne ho tantissimo e mi rende felice averli. Simbolicamente ce n’è uno che li raccoglie tutti: la mia storia con Mick Doohan. Una storia fatta di amore, ma anche di grandi rischi e pericoli. Abbiamo sfidato qualcosa che non si poteva sfidare, che non mi faceva dormire la notte. La grandezza di Doohan sta nel non avermi chiesto di farlo guarire, ma mi ha sempre solo chiesto di poter correre. Siamo rimasti molto legati. Andando fuori dal mondo del motociclismo, una situazione analoga l’ho vissuta con Alex Zanardi".

Oltre a Doohan chi sono gli altri piloti che porta nel cuore?

"Non posso rispondere a questa domanda, così come una mamma non riesce a dire chi è figlio il prediletto".

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