Alex Rins, ahiahiai! La nona posizione nella classifica MotoGP non rispecchia affatto il suo talento né copia il potenziale (in)espresso dal team Suzuki Ecstar, formazione campione in carica 2020, come titolato è Joan Mir, compagno di squadra del catalano numero 42.

Appunto,  il venticinquenne di Barcellona ha, sino ad oggi, deluso. Inutile e fuorviante sarebbe negarlo. Perché se l'anno scorso la sfortuna - dettata da un infortunio rimediato subito, a Jerez - lo ha tenuto fuori dai giochi più importanti, adesso il discorso non è legato alla malasorte.

Con due zero consecutivi e precedenti prestazioni non propriamente al top, cioè con piazzamenti giù dal podio, la punta celeste della compagine emanata da Hamamatsu si trova costretto ad inseguire tanti nomi di una concorrenza più che mai spietata. Lo stesso e poco irresistibile Mir è quarto in campionato, ma sembra avere la situazione sotto controllo. Alex, invece, ha perso il controllo della sua GSX-RR in troppe occasioni.

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Alex è forte, poche storie. Il suo stile di guida, un mix tra un ranocchio arrabbiato ed un equilibrista appeso ad un filo, è stupendo e redditizio. Rins è veloce e, forse, uno dei piloti dotati di maggior talento di tutto il Motomondiale. Precisato ed ammesso questo, lasciamo spazio ai risultati.

In Moto3, il catalano ha buttato alle ortiche almeno due chance di vincere il titolo. Nel 2013 e 2014, con Honda e KTM. In entrambe le occasioni, credete a queste parole, lui non aveva niente da invidiare a Maverick Vinales ed Alex Marquez, rispettivamente campioni nelle due annate citate.

Troppi errori decisivi per Rins, giunto secondo e terzo alle spalle dei connazionali. Discorso simile se non uguale in Moto2, perché le stagioni 2015 e 2016 lo raccontano nuovamente vice iridato e con la medaglia di bronzo al collo. La squalifica rimediata a Misano ed incredibili finali lontani dalla zona punti hanno determinato quanto sopra. 

Rins somiglia a Mamola, Okada e Gibernau o è una nostra impressione?


Kenny Roberts diceva: "Il secondo è il primo degli sconfitti". Punti di vista o effettivi punti mancanti per vincere (almeno) un Mondiale? Sono tanti i piloti arrivati ad un soffio dalla corona in classe regina. Luca Cadolora, per esempio, ma il modenese ha trionfato in 125 e 250. Oppure Loris Capirossi, anch'egli però titolato nelle suddette classi. Ancora, Dani Pedrosa. 

Invece, chi mai ce l'ha fatta ben si ricorda. Ci vengono in mente Randy Mamola, funambolico californiano spesso a mezzo passo dalla posta massima, altrettanto spesso sconfitto: ben quattro volte è arrivato secondo in classifica. Anche Max Biaggi è giunto secondo, tuttavia ha trionfato in dueemmezzo e SBK. 

Tadayuki Okada non ha vinto niente e conta un secondo ed un terzo posto tra quarto di litro e mezzo litro. Insomma, il giapponese ha perso due volte. Sete Gibernau nel 2003 e 2004 è stato battuto da Valentino Rossi, rimanendo con il titolo di vicecampione, che poi titolo non è, perché non esiste tale titolazione.

Quanta pazienza avrà Suzuki con Rins? Dipenderà pure da Mir


Già a Le Mans, Alex si giocherà stagione e futuro. Il Gran Premio di Francia rappresenterà il primo vero crocevia del campionato, perché collocato a (circa) un terzo del cammino. Gli equilibri potrebbero defilarsi bene al Bugatti, pista in cui Rins ha avuto altissimi - vittoria con la Moto2 e podi in Moto3 - e bassissimi, come il sedicesimo posto MotoGP del 2020.

Tutto dipenderà anche dalle prestazioni di Joan Mir: se il campione del Mondo in carica dovesse compiere il salto di qualità, per il compagno di squadra la faccenda si farebbe davvero dura. Ecco perché per il barcellonese urge rimediare presto ad un inizio 2021 francamente deludente. 

Come è possibile averlo visto quasi in testa e poi, improvvisamente, a terra? La GSX-RR non è di certo la moto più prestante del lotto ma, per arrivare al numero 1 - ripetiamo, non sfoggiato da Mir, che preferisce il "suo" 36 - occorre arrivare al traguardo, magari in zona punti, possibilmente nei primi cinque. Diversamente, i destini cambiano.

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