Labirinto, costruzione architettonica caratterizzata da una pianta così complicata e tortuosa da rendere difficile l’orientamento e quindi l’uscita. È una definizione che in questa fase può associarsi a Valentino Rossi.

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Vicolo cieco


Del resto, pensiamo a ciò che abbiamo sentito di fronte alle recenti performance del Dottore. “Cosa sta succedendo?”. “Non può continuare così”. “È meglio che si fermi”. “Così non arriverà a fine stagione”. Frasi e interrogativi che tutti abbiamo probabilmente condiviso, giudicando le prestazioni del nove volte iridato nei primi cinque GP della stagione. Dopo i quali Rossi è 19° nel Mondiale con 9 punti. È stato 12° nel GP Qatar, poi è stato 16° una settimana più tardi sullo stesso circuito, nel GP Doha, poi è caduto in Portogallo ed è stato 17° a Jerez, fino all’11° posto di Le Mans. Un bottino preoccupante nella ventiseiesima stagione iridata di Rossi, la ventesima in MotoGP. Più dei cattivi risultati, impressiona la sensazione di impotenza trasmessa.

Mentre i suoi compagni di Marca hanno vinto tre gare, Rossi sembra in un vicolo cieco, una dinamica iniziata sul finire della scorsa stagione, dopo la convalescenza per il coronavirus. Nei tre GP finali del 2020, tra Valencia e Portimao non si qualificò mai nelle prime cinque file, trend ripetuto negli ultimi tre weekend di gara. In pratica, l’inizio del 2021 – con l’eccezione delle qualifiche del GP Qatar – è una sorta di continuazione di una storia iniziata nell’autunno scorso. Quindi non c’è certamente il passaggio dal team ufficiale a Petronas alla radice delle difficoltà odierne.

Dal punto di vista tecnico, il problema è rimasto lo stesso: scarso grip al posteriore. È facile immaginare come David Muñoz e i tecnici abbiano provato tutto il possibile per trovare l’uscita dal fatidico labirinto. Baricentro più alto o più basso, una distribuzione dei pesi differente, e tante altre combinazioni, ma i risultati non sono arrivati. A prescindere dalla tipologia di circuito, Rossi non è riuscito a compiere un salto in avanti. L’unico lato positivo è che gli altri piloti con la M1 sono andati forte, quindi esiste una strada che magari Valentino potrà incontrare. L’impressione, che potrebbe essere anche quella delle persone più vicine, è che le difficoltà siano legate allo stile di guida di Rossi abbinato al binomio Yamaha-nuove Michelin. È qualcosa che il suo capotecnico, Muñoz, e gli uomini Yamaha devono analizzare, e possono farlo ricorrendo alla telemetria di chi, come Fabio Quartararo e Maverick Viñales, guida la sua stessa M1. In particolare il francese, attuale riferimento della Yamaha.

Come si sente Rossi di fronte a questa situazione? Ovviamente non è un momento facile, e altrettanto ovviamente è preoccupato. Perché ogni sessione di prove rischia davvero di essere frustrante. Ma chi è vicino al nove volte campione del Mondo assicura una cosa: non ha gettato la spugna, anzi ha ancora voglia di brillare in MotoGP. Valentino vive questa crisi come l’ennesima sfida della sua carriera sportiva, una sfida che si è messo in testa di vincere. E agli appassionati non può che far piacere questo atteggiamento, ma nelle gare la voglia non basta: a comandare sono risultati. E se c’è qualcuno consapevole di questo, è Rossi.

Il ruolo di manager


Accanto al Rossi pilota, c’è il manager. Si sa ancora poco del Team VR46 che disputerà la MotoGP a partire dal prossimo anno, salvo che potrà contare sull’importante patrocinio della compagnia petrolifera Aramco per un periodo di cinque anni. Ufficialmente non ci sono cifre, ma è pressoché certo che la VR46 sarà la squadra satellite economicamente più forte, tanto che si parla di un investimento di 15 milioni di Euro della compagnia saudita. Il Team VR46 nasce con l’idea di riprodurre in MotoGP le dinamiche della squadra della Moto2. Attenzione, non sarà come Attila e gli Unni, disintegrando ciò che capita a tiro: i responsabili della struttura di Tavullia sono consapevoli che la gestione e l’amministrazione di una struttura della MotoGP è molto differente rispetto alla Moto2, in tutto.

Dall’organizzazione alla logistica, fino al modo di gestire il box e i piloti. Da quando l’accordo VR46-Aramco è stato reso noto dall’agenzia emanazione della compagnia saudita, l’argomento che ha fatto scrivere fiumi di inchiostro –  come si diceva una volta – è stato il fornitore delle moto. Perché sebbene nell’immagine utilizzata nella comunicazione sia stata una Yamaha M1, per mostrare i colori e gli spazi degli sponsor sulla carena, la realtà è che non c’è alcun accordo con Iwata. La VR46 non ha mai nascosto di aver dialogato con varie Case, e serve quasi andare per esclusione: Honda e KTM sono rimaste fuori dal discorso, i loro team satellite non verranno sostituiti. La Suzuki, invece, continua a posticipare (senza tempi precisi) l’istituzione del secondo team.

Quasi fatta con Ducati


La lista delle opzioni si è così dimezzata, ma restano parecchie possibilità a disposizione. La Yamaha, però, ha nel Team Petronas la squadra satellite perfetta: una struttura ben organizzata, che in poco più di due anni in MotoGP ha già ottenuto grandi risultati, e oltretutto alle sue spalle c’è uno degli sponsor più munifici del Mondiale. Cambiare non è mai sembrato un’opzione logica. E l’Aprilia? Massimo Rivola, amministratore delegato della Casa italiana, a Jerez ha messo a tacere le speculazioni: “La VR46 avrà un budget importante, potrà permettersi la moto più competitiva e sinceramente l’Aprilia non lo è. Credo che sarebbe prematuro, per noi, per entrare in un progetto del genere”.

La possibilità più immediata per l’Aprilia è il Team Gresini, con cui già esiste una relazione personale e tecnica. Resta così l’opzione Ducati, decisamente la più calda. Le conversazioni tra gli uomini della VR46 e Borgo Panigale sono state all’insegna di una buona sintonia, e la struttura di Tavullia darebbe una sorta di continuità, visto che sostituisce Avintia, uno degli odierni team satellite della Ducati. Entrambe le parti si sono messe alle spalle i due anni da incubo di Rossi a Borgo Panigale. «Le persone che c’erano allora, non ci sono oggi» è la versione ducatista. L’idea della VR46 è di allestire una squadra che possa reggere l’impatto con la MotoGP e imparare a conoscere e a vivere il mondo della top class. In merito alle moto offerte al team, a Jerez il ds ducatista Paolo Ciabatti ha lasciato intendere che si tratterebbe di una Desmosedici versione 2022 e una del 2021.

La posizione di Yamaha


La Yamaha, però, resta la chiave per il futuro della VR46 in MotoGP. Ricordiamo per esempio le dichiarazioni di Lin Jarvis a Motosprint di qualche tempo fa: Stiamo discutendo il rinnovo dell’accordo con Petronas SRT e con la new entry VR46 per la fornitura delle M1 per il periodo dal 2022 in avanti. Stiamo valutando le opzioni che ci sono state presentate e nel maggio 2021 entreremo nel vivo delle discussioni, con l’intenzione di decidere la nostra direzione entro la fine di quel mese, e poi negoziare i dettagli con il partner selezionato. A quel punto, nel giugno 2021 arriveremo alla decisione definitiva”.

Le direttive devono arrivare dal Giappone, e per la scelta tra Petronas e Aramco si andrà oltre gli aspetti sportivi. Al momento, nella struttura malese c’è un misto di disincanto, frustrazione e un po’ di rabbia: in Petronas si considerano meritevoli di maggiore considerazione da parte di Jarvis, pensando a quanto pagano per la fornitura delle M1, ai risultati ottenuti nelle due passate stagioni, ma anche al fatto di aver “accolto” proprio Valentino, dopo che questi era stato estromesso dal team ufficiale. Razlan Razali, direttore del Team Petronas, può contare sulla conferma dell’appoggio del colosso malese del petrolio, ma al momento la Yamaha non ha ancora confermato il rinnovo. Alla vigilia della stagione, Razali aveva spiegato con molto ottimismo che entro fine maggio sarebbe stata annunciata la prosecuzione del rapporto con la Yamaha per cinque anni. Una frase pronunciata prima dell’apparizione di Aramco accanto alla VR46.

Una volta risolta la questione legata alle moto, il punto successivo sarà legato a chi le guiderà. Il primo fattore – il costruttore – influirà sul secondo, i piloti. Con la Ducati, la coppia verrebbe molto probabilmente formata da Luca Marini e Marco Bezzecchi. Impossibile pensare alla presenza sotto l’egida del Team VR46 di un pilota della Academy come Pecco Bagnaia, che oggi è ufficiale in Ducati: il team di Tavullia partirà con una fase di apprendistato, mentre oggi Pecco guida il Mondiale. Non appare probabile nemmeno una presenza dello stesso Rossi con il proprio team, se la moto dovesse essere la Desmosedici. L’unico modo per vedere Valentino nel proprio team sarebbe con una Yamaha: sarebbe il finale perfetto, Rossi nel proprio team e accanto a suo fratello Luca.

Cosa farà Morbidelli?


Resta poi Franco Morbidelli, la cui situazione sarà interessante. Come lui stesso ha confermato nel weekend del GP Spagna, il suo accordo con Petronas comprende una clausola che gli garantirà una moto factory nel 2022, annata in cui sarà sotto contratto con il team malese. Cosa accadrà se la Yamaha dovesse passare da Petronas a VR46?

Sarebbe paradossale, quasi come se la VR46, che gestisce la carriera del vice campione del Mondo, finisse per manovrare contro di lui. A quel punto servirebbe capire il destino di Petronas: andrebbe con la Ducati oppure con l’Aprilia? E a prescindere, Morbidelli dovrà avere una moto factory, che questa sia fabbricata a Iwata, Borgo Panigale o Noale. Se il Rossi-pilota è in un labirinto, il Rossi-manager è di fronte a un puzzle a cui manca ancora qualche pezzo.

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