La giustizia nel Motomondiale è un miraggio?

La giustizia nel Motomondiale è un miraggio?© Milagro

La controversa doppia sanzione a Quartararo nel GP Catalunya lascia ancora oggi numerosi dubbi, la Moto3 si è trasformata in un horror da cambiare subito. Di chi sono le responsabilità? Dei piloti, ma soprattutto di chi deve giudicare

28 giugno

È stato giusto infliggere a Fabio Quartararo tre secondi di penalità al Montmeló perché, in fondo al rettilineo, ha cercato di evitare una caduta? E avrebbero dovuto esporgli la bandiera nera perché negli ultimi giri stava correndo con la tuta aperta? E in Moto3, quali provvedimenti avrebbe dovuto prendere la Direzione Gara per evitare la situazione di rischio vista nello sprint finale del GP Catalunya, senza dimenticare gli episodi avvenuti nei weekend successivi? Interrogativi inevitabili e diffusi, una riflessione che non può non iniziare da una premessa: amministrare la giustizia è un compito difficile. Perché spesso l’idea di ciò che è giusto oppure no è soggettiva, una parzialità che aumenta quando siamo, in qualche maniera, parte in causa: l’esempio più lampante è con gli arbitri di calcio, che ai nostri occhi non ci azzeccano mai.

I professionisti della giustizia, i giudici, devono prepararsi per anni prima di poter esercitare. Devono conoscere le leggi che dovranno utilizzare per amministrare la giustizia. Ma nemmeno tale straordinaria preparazione evita interpretazioni differenti per la stessa norma. Tuttavia esiste una sensibile differenza tra questa soggettività, un’erronea interpretazione della regola e la mancata conoscenza della legge. Per evitare la soggettività, serve restringere il campo in merito, arrivando il più possibile sul dettaglio in ciascuna vicenda da giudicare. Perché già l’erronea interpretazione è sinonimo di mancanza di preparazione per chi deve esercitare la responsabilità del giudizio, mentre di fronte alla mancata conoscenza della norma qualsiasi commento è superfluo. Stabiliti questi parametri, analizziamo gli episodi più controversi del GP Catalunya.

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Quartararo I


I primi tre secondi inflitti a Quartararo sono stati per l’uscita dai limiti della pista in fondo al rettilineo a tre giri dalla fine, quando era in terza posizione, e sono da intendere come una compensazione in favore dei rivali per il vantaggio ottenuto da Fabio attraverso questa manovra. Sebbene non ci sia stata intenzionalità – il francese è finito fuori pista per evitare una caduta – il leader del Mondiale è rientrato in gara senza aver percorso la variante, quindi compiendo meno metri rispetto ai rivali. Quartararo è tornato in pista sempre al terzo posto, davanti a Jack Miller. Dato che il francese non ha ceduto volontariamente la posizione all’australiano, la sanzione si è rivelata inevitabile. Se Quartararo avesse ceduto la posizione, la sanzione imposta dalla Direzione Gara non avrebbe forse avuto ragione di esistere e comunque avrebbe prestato il fianco a contestazioni. In questo caso, due dettagli sono stati sorprendenti, in primis il fatto che Quartararo non si sia reso conto di essere a rischio penalità, e che gli sarebbe bastato concedere la posizione a Miller per sventarla. Inoltre dal box Yamaha, di fronte al comportamento del francese, nessuno – per quanto sappiamo – gli ha consigliato di farsi sorpassare con un messaggio sul dashboard oppure sulla lavagna del muretto box. Un’omissione sorprendente per un team ufficiale.

Quartararo II


Il francese ha ricevuto, alcune ore dopo la fine del GP, altri tre secondi di penalità per aver corso con la cerniera della tuta abbassata negli ultimi giri. Il regolamento della MotoGP comprende un articolo nel quale si specifica come l’equipaggiamento del pilota – casco, guanti, stivali e tuta – debba essere ben fissato durante le attività in pista, esercitando la funzione per cui è stato progettato. Tuttavia non specifica le conseguenze per le violazioni: ci pare illogico, perché ciascun articolo del regolamento dovrebbe essere accompagnato dalla sanzione per il mancato rispetto. Certo, il regolamento diventerebbe “ingombrante”, ma le interpretazioni verrebbero ridotte al minimo. A parte il regolamento, ciò che è fuori discussione è il fatto che il francese abbia concluso la corsa in una situazione da roulette russa, perché con la cerniera della tuta abbassata, una minima scivolata avrebbe generato conseguenze gravissime per il fisico del pilota. Chi ha visto la gara in diretta, negli ultimi giri ha avuto il cuore in gola di fronte alle immagini della tuta aperta di Quartararo. E fortunatamente non è successo nulla. Discutere sul fatto che il francese avrebbe dovuto essere fermato ci pare abbastanza futile. È differente il discorso legato all’esposizione di una bandiera nera (squalifica) o nera con punto arancione (obbligo di rientro ai box per un problema tecnico).

La certezza è che Fabio non avrebbe dovuto compiere i quattro giri finali in quelle condizioni. Qualcosa che non è stato considerato dalla Direzione Gara, che evidentemente non ha ravvisato un pericolo per l’integrità fisica del pilota. Una lettura che lascia interdetti e che è stata contraddetta dalla successiva penalità, inflitta dal collegio dei commissari per lo stesso fatto. Una disparità di criteri evidente. Riconosciuta la pericolosità, restano i dubbi: fosse stata ravvisata la situazione di pericolo già durante il GP, Quartararo avrebbe ricevuto la bandiera nera, o come minimo avrebbe ricevuto una penalità che gli avrebbe fatto perdere tante posizioni, finendo forse fuori dalla zona punti. La scelta della Race Direction di non fermare Quartararo ha portato a una successiva sanzione di tre secondi, con la perdita soltanto di due posizioni. Una differenza notevole rispetto a quanto sarebbe potuto accadere, un beneficio nei confronti di chi ha compiuto l’infrazione, a svantaggio dei rivali.

Un altro punto importante: la penalità è arrivata soltanto dopo che due team – Suzuki e Ducati –  hanno raggiunto la Direzione Gara chiedendo quali sarebbero state le conseguenze per il caso della tuta aperta di Quartararo, trattandosi di un’infrazione del regolamento. Non è stato un reclamo ufficiale, soltanto una richiesta informale. Nella migliore delle ipotesi, possiamo ipotizzare come il procedimento sanzionatorio fosse già in marcia, e si sarebbe arrivati alla penalità anche senza l’intervento dei due team menzionati. Ma se davvero le cose stavano così, perché attendere molto dopo la fine del GP per irrogare la sanzione?

Moto3


Il finale della gara della Moto3 è stato vietato ai deboli di cuore, non per l’incertezza del risultato, ma per il timore che potesse accadere qualcosa. Perché purtroppo la fatalità di Jason Dupasquier era inevitabilmente nella mente di tutti gli osservatori. Mantenere sotto controllo il testosterone dei giovanissimi e impulsivi piloti della Moto3 non è facile. Sono macchine da adrenalina, qualcosa che si unisce alla competitività e alla voglia di crearsi un percorso, un mix sprezzante del pericolo. Inoltre la parità tecnica aiuta a generare gare all’insegna della bagarre: con l’attuale regolamento tecnico, evitare i grupponi da 10-15 piloti non è possibile. L’avviso dato dalla Direzione Gara ai manager delle squadre della Moto3 a fine GP è stato, a nostro avviso, il passo corretto. È stato promesso il pugno di ferro di fronte a chi, d’ora in poi, infrangerà le regole in pista. Avvisati, i manager ora diventano co-responsabili delle azioni dei loro piloti.

Va detto che le penalità inflitte finora – perdita di posizioni sulla griglia di partenza, Long Lap Penalty da scontare in gara oppure partenze dalla pit lane – hanno fatto poco effetto sui piloti e sui manager (Pedro Acosta ha vinto il GP Doha partendo dai box...). Con l’attuale parità tecnica nella Moto3, il beneficio dato da manovre oltre il limite è stato superiore ai disagi connessi alla sanzione. Abbiamo usato il passato, perché la speranza è che dal prossimo GP le cose cambino. L’unico modo per cambiare le cose sarà irrogare turni di squalifica: il rischio di vedere un GP da casa, anziché viverlo dall’interno, farà riflettere di più in gara. Sarà un punto importante per i piloti ma anche per i manager, che senza piloti “titolari” dovranno far fronte a problemi con gli sponsor e, magari, a perdite economiche. Questo indurrà i responsabili dei team a “civilizzare” il comportamento dei loro piloti. Prendiamo l’esempio della Rookies Cup organizzata da KTM e Red Bull, dove le gare sono equilibrate come in Moto3. Battaglie, cadute, duelli, contatti sono all’ordine del giorno, ma senza comportamenti antisportivi.

È facile supporre che il merito sia dei responsabili della serie, capaci di spiegare ai ragazzi la differenza tra ciò che è sportivo e ciò che non è tale. Chi infrange questo spirito, non ha futuro in questa serie. Evitare rischi nei grupponi della Moto3 non è possibile, ma è consigliabile provare a limitarli. Si torna al punto di partenza: chi amministra la giustizia è il primo responsabile. Perché non è possibile criticare i piloti della Moto3 per la loro attitudine quando vedono che il comportamento di Jack Miller nei confronti di Joan Mir a Losail non porta ad alcun richiamo. Se i big del Motomondiale, che sono il riferimento, ricevono luce verde per contatti pericolosi anche in rettilineo, come si comporteranno i giovani che sognano la MotoGP? In termini legali, si chiama giurisprudenza…

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