Tre anni, la quinta Casa costruttrice conosciuta e l’ultimo podio in MotoGP. Questo ha rappresentato la Suzuki nella carriera di Loris Capirossi, pilota di Hamamatsu dal 2008 al 2010. Il romagnolo proveniva da un’era in Ducati piuttosto soddisfacente, nella quale aveva portato per primo la Rossa sul gradino più alto del podio e in lotta per il titolo, ma in quel triennio il binomio Capirossi-Suzuki non riuscì a raccogliere il successo sperato. Soltanto un terzo posto, a Brno nel 2008, ma Capirex sorride ripensando a quegli anni.

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"Come una famiglia"


Come racconti questa sfida?

“Con loro sono stato benissimo! La Suzuki è ancora una grande famiglia e sono tutti fantastici, dagli ingegneri a tutti coloro i quali lavorano lì. Sono stato anche in azienda e sono stato ricevuto dai capi, dal signor Suzuki, la ricordo come un’esperienza bellissima. Purtroppo sono capitato in Suzuki negli anni in cui la moto forse non era troppo competitiva. Negli anni precedenti non era male, poi lo sviluppo probabilmente non è andato troppo avanti e quindi abbiamo sofferto un po’. Però la mia esperienza è stata molto positiva”.

La difficoltà maggiore quindi è stata a livello tecnico.

“Sì, loro comunque si sono sempre impegnati al 100%, hanno sempre cercato di sviluppare il progetto della 800 di cilindrata. Avevamo un po’ di problemi che impedivano certi risultati. La cosa che vinceva era il rapporto: in tantissime occasioni loro si scusavano perché non riuscivano a darmi una moto competitiva”.

Che ambiente avevi trovato al box?

“Il team era gestito da Paul Denning, quindi in parte la squadra era inglese. Il mio capomeccanico era Stuart Shenton, che era il capomeccanico storico di Kevin Schwantz. L’ambiente era ottimo. Il metodo inglese è diverso dal metodo italiano, ma mi sono sempre trovato benissimo con la squadra e specialmente con gli ingegneri della Suzuki. È stato un ambiente positivo dal punto di vista della permanenza, conservo dei bellissimi ricordi”.

Sei approdato in Suzuki dopo l’ottima parentesi alla Ducati, cosa ti aspettavi?

“Mi aspettavo una moto più competitiva. Nel 2007 faticavo molto con la Ducati, anche se Casey Stoner in quell’occasione vinse il Mondiale. Invece con la Suzuki sono andato subito molto forte, però era una moto ‘facile’ perché arrivavi velocemente al limite però poi quando dovevi andare più forte diventava molto difficile. Infatti sono caduto abbastanza spesso”.

Qual era la difficoltà maggiore?

“Avere costanza. La moto era molto maneggevole. Riuscivi anche a fare un giro veloce, però poi sulla lunga distanza faticavamo”.

Con la Suzuki hai conquistato il tuo ultimo podio della carriera. Cosa ricordi di quel giorno?

“Me lo ricordo perfettamente, a Brno. È stato il mio 99° podio in carriera ed ero felicissimo. Quando nella tua carriera hai successo e il podio è il risultato minimo che puoi fare, se arrivi terzo tante volte sei arrabbiato. Quando poi arrivano le difficoltà e concludi terzo, allora quello stesso risultato diventa una gioia. Ci sono degli algoritmi nella vita che cambiano”.

La storia della Suzuki, tra tradizione e famiglia

"Suzuki, moto equilibrata"


Hai guidato tante moto diverse, l’Aprilia in 250, la Honda in tutte le classi, la Yamaha 500, poi Ducati e Suzuki in MotoGP. Riesci a fare un confronto tra le varie moto?

“Ho avuto la fortuna di guidare parecchie moto ufficiali e questo fa veramente la differenza. Quando corri per un’azienda hai davvero la possibilità di poter partecipare allo sviluppo, di poter richiedere modifiche per le tue esigenze e se hai alle spalle un’azienda pronta e forte, vedi l’evoluzione e la moto che migliora. L’Aprilia 250 era una moto velocissima, la Ducati invece era molto scorbutica, difficile da guidare, ti impegnava al 100%. Quando approdai in Yamaha, arrivavo dalla Honda 500 e trovai una moto leggermente più facile da guidare ma con meno motore. La Suzuki era una moto equilibrata, sembrava che potessi vincere ma mancava sempre quel qualcosina per poter raccogliere un risultato”.

Parlando del salto dalla Ducati alla Suzuki, è facile presumere che tu abbia trovato due ambienti molto diversi.

“Sì, ma il passaggio è stato molto positivo perché avevo trovato di nuovo un’azienda che credeva in me e lavorava per me. La moto come primo acchito è stata positiva e veloce. Mi ricordo che il lunedì di Valencia, quando abbiamo cominciato i test, dopo tre giri avevo già girato più forte che con la Ducati in tutto il weekend precedente. Questo mi aveva stampato in faccia un sorriso fantastico”.

Quali differenze hai notato, invece, tra le aziende giapponesi Honda, Yamaha e Suzuki?

“Sulla professionalità di Honda e Yamaha non serve aggiungere nulla, in Suzuki sono più ‘umani’, anche se ho trovato pure da loro tantissima professionalità. C’è anche da dire che ho vissuto l’era Suzuki nell’ultima parte della mia carriera, ero anche più maturo di quando ero un ragazzino con la Yamaha o con la Honda. Il mio stesso modo di pensare era cambiato”.

Che rapporti hai con la famiglia Suzuki?

“Ancora oggi ho un gran bel rapporto con loro, ma in generale ho mantenuto ottimi rapporti con tutti i costruttori con cui ho corso. Nel mio museo ho una Suzuki MotoGP che mi hanno donato, anche se resta di loro proprietà. Due anni fa quando ho provato tutte le moto sono andato in Suzuki a chiedere se mi davano la possibilità di provare anche la loro e sono stati i primi a dirmi ‘Assolutamente sì Loris, con vero piacere’”.

Il simbolo della Casa di Hamamatsu è Kevin Schwantz, contro cui avevi anche corso nel 1995 nel tuo primo anno in 500.

“Lui è stato un grandissimo campione. Ha vinto poco nella sua carriera e se Rainey non si fosse fatto male forse non portava a casa neanche un Mondiale. Però era un pilota con tanto talento, spettacolare da veder guidare. Ricordo Suzuka, la mia terza gara con la 500, e si correva su asfalto bagnato In gara lo superai e subito dopo mi sentii un po’ in colpa, quindi alzai il braccio per chiedergli scusa. Mentre alzavo il braccio sinistro, il destro azionò l’acceleratore e volai nella ghiaia. Non glielo andai a dire, all’epoca per me Schwantz era un mito e non avevo ancora il coraggio di parlargli”.

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