Complice l’annullamento del GP Finlandia, previsto per l’11 luglio, quest’anno i piloti del Motomondiale beneficiano di una sosta estiva interminabile. Dalla gara di Assen alla successiva, al Red Bull Ring, ballano esattamente 42 giorni, un intervallo di tempo che potrebbe cambiare i rapporti di forza emersi nella prima parte del campionato. Una sosta più o meno stabilita a tavolino, a differenza dell’anno scorso quando dopo il GP Qatar dell’8 marzo, il Motomondiale riaccese i motori soltanto con il GP Spagna del 19 luglio, ovvero quattro mesi dopo, a causa della pandemia. Però al round inaugurale non aveva preso parte la classe regina e pertanto i suoi piloti, una volta iniziato a gareggiare, lo fecero senza soste, se non nelle tre settimane dal GP Stiria del 23 agosto al GP San Marino e della Riviera di Rimini del 13 settembre.

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I precedenti


Quest’anno il break estivo ammonta al doppio della sosta programmata durante l’estate 2020. Questo ci ha spinto a rievocare soste particolarmente lunghe – almeno un mese – per la classe regina nel clou della stagione, per verificare se queste avessero inciso sulla lotta per il titolo. Quattro anni fa, dopo il nono GP, il 2 luglio in Germania, il Mondiale si fermò fino al 6 agosto quando si gareggiò in Repubblica Ceca. Al momento dell’interruzione, con nove GP in archivio, la lotta per il titolo appariva una sfida con quattro pretendenti: Marc Marquez al comando con 129 punti seguito da Maverick Viñales con 124, Andrea Dovizioso con 123 e Valentino Rossi con 119. Più attardato ma non ancora tagliato fuori dai giochi Dani Pedrosa con 103. La battaglia restò tra soltanto due piloti, perché nelle nove gare dopo la ripartenza cambiò tutto: Marc accelerò incassando altri 169 punti, un ritmo insostenibile per i rivali. Il forlivese conquistò 138 punti che gli valsero la seconda piazza, l’altro hondista 107, Maverick 106 e Valentino, azzoppato dall’infortunio in allenamento con la moto da Enduro, appena 89.

Anche nel 2002 la sosta estiva durò 35 giorni ma il titolo era già saldamente nelle mani di Rossi, capace di ottenere otto vittorie e un secondo posto nei primi nove GP: addirittura +96 il suo margine alla sosta su Tohru Ukawa e 111 punti su Max Biaggi. Anche nelle sette gare rimanenti il pesarese totalizzò più punti di tutti, laureandosi campione con 140 lunghezze di vantaggio sul romano e 146 sul giapponese. L’anno precedente, invece, la sosta arrivò a interrompere il fantastico duello tra Valentino e Max: 170 punti per il primo, 160 per il secondo (che arrivò alla sosta con il trionfo in Germania) con il terzo incomodo, Loris Capirossi, a quota 111. Al rientro, però, Biaggi non fu più lui, cadendo a Brno e Motegi, e incassò nei sette GP conclusivi appena 59 punti, poco più di otto a gara. Poca cosa rispetto ai 99 punti incamerati da Capirex e soprattutto ai 155 del figlio di Graziano, caricato dal trionfo alla 8 Ore di Suzuka e poi sempre vincitore tranne che per l’11° posto di Valencia.

Anche nel 1999 la sosta durò cinque settimane, e arrivò dopo nove dei 16 GP in calendario. Complice l’infortunio alla gamba che costrinse Mick Doohan al ritiro, il titolo della 500 sembrava già assegnato ad Alex Criville, grazie a un tesoretto di 174 punti, in rapporto ai 127 di Kenny Roberts Jr e ai 113 di Tadayuki Okada. Il più prolifico della seconda fase fu Biaggi con 123 punti, seguito dal giapponese con 98 e da Criville e Roberts Jr con 93 a testa. Fatta quindi eccezione per Max, risalito dal 9° al 4° posto, le posizioni di vertice restarono immutate. Medesimo break pure per l’annata precedente ma con classifica più corta: 160 punti Doohan, 148 per il rookie Biaggi e 142 Criville. Archiviate le vacanze si corse a Brno, dove Max trionfò e tagliò il traguardo con un’impennata ai limiti della fisica. La caduta dell’australiano proiettò l’italiano davanti a tutti: 173 punti, con undici lunghezze sull’iberico e tredici su Mick. A quel punto restavano quattro appuntamenti, ma furono tutti preda del campione uscente che con un bottino post-sosta di 100 punti lasciò al palo gli incostanti Biaggi (60 punti, complice la bandiera nera di Barcellona) e Criville (56).

A ritroso nel tempo


Prima ancora, si trova una lunga sospensione della classe 500 nel 1972 e nel 1973: il penultimo GP stagionale si corse a fine luglio e l’ultimo sempre quasi due mesi dopo in Spagna, con il titolo già aritmeticamente assegnato. Altri due precedenti riguardano gli albori del Motomondiale. Nel 1951 lo stop arrivò dopo sei degli otto GP: in testa Geoff Duke con 26 punti davanti ad Alfredo Milani con 20. Alla conclusione mancavano soltanto l’Ulster GP e il Nazioni, e il concittadino di Tony Arbolino poteva incamerare i punti di entrambi mentre il britannico avrebbe dovuto scartare quantomeno il 5° posto del GP Francia. In Irlanda del Nord trionfò però il britannico, incoronato campione prima di approdare a Monza.

Nell’edizione inaugurale del Mondiale, nel 1949, invece l’interruzione di 35 giorni piombò dopo quattro dei sei GP programmati. Cortissima la classifica: 24 punti per Arciso Artesiani, 22 Nello Pagani, 20 Leslie Graham, 18 Artie Bell. Alla ripartenza Graham vinse l’Ulster con 1’39” su Bell e 1’49” su Pagani e non soltanto passò a condurre la classifica con 30 punti ma divenne anche aritmeticamente irraggiungibile per tutti gli inseguitori grazie al gioco degli scarti. Il suo è l’unico caso di un campione del Mondo della 500-MotoGP reduce da un fruttuoso inseguimento dopo una sosta almeno mensile. Il 2021 tornerà alle origini in questo?

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