Joan Mir ha parecchie virtù, ma tra queste non c’è la capacità di emozionare. Il primo a saperlo è lo stesso maiorchino, ed è anche il primo a rammaricarsene. "Mi dispiace molto, sono sincero, e mi dispiace che in Spagna il mio titolo della MotoGP sia stato poco valorizzato, anche meno rispetto a Paesi come l’Italia, dove mi sento più amato e considerato", dice il ventitreenne della Suzuki. “Qui talvolta nei commenti vedo odio, invidia, sento stupidaggini, ma non me ne curo troppo: faccio il mio lavoro, e grazie a Dio lo faccio bene, poi torno a casa tranquillo. E che gli altri facciano ciò che vogliono, anche perché fortunatamente non sono tutti così”.

Mir è differente rispetto alla maggior parte dei suoi colleghi, si presenta sempre per quello che è, e non si nasconde. Anche quando deve commentare una frase sul proprio conto pronunciata da Marc Marquez, che ha parlato di Mir come di un campione del Mondo divenuto tale senza prendersi rischi. Non entro in certi discorsi, ma non credo sia la verità: qui serve sempre prendere dei rischi, e Marc è il primo a saperlo, considerando ciò che ha passato. Rischiava anche prima, ma quando le cose vanno bene non realizzi quanti rischi prendi”. Il 2021 di Mir è stato finora sotto le attese: è quarto nel Mondiale ma non ha mai dato la sensazione di correre come un campione del Mondo che difende il proprio titolo, e anche per questo, forse, Joan non viene considerato carismatico. Colpa della mancanza di aggressività oppure dei limiti tecnici della Suzuki GSX-RR? O è semplicemente il modo di correre del maiorchino, che però quando vinse il titolo della Moto3 conquistò 10 GP su 18, e che quando deve sorpassare è uno dei piloti più risoluti? Di certo, Mir “perde" raramente la testa, a differenza del compagno Alex Rins.

Evitare gli errori


“Di solito, quando mi pongo un obiettivo, lo raggiungo, perché sono sempre concreto al momento di fissare i traguardi. So che tutti sono cresciuti parecchio rispetto all’anno scorso, e che abbiamo corso su parecchie piste nelle quali lo scorso anno non si era gareggiato, e dove la nostra moto non era la migliore. Non siamo forti sul giro secco come la Yamaha, non abbiamo la velocità della Ducati. Ma abbiamo un altro punto di forza: la gestione dei pneumatici. E devono ancora arrivare le piste sulle quali questa virtù può fare la differenza. Ma nel frattempo ho già conquistato tre podi. Non rischio? Sto dando tutto, sto facendo tutto il possibile con il pacchetto a disposizione, che è molto buono, ma serve essere realisti. Abbiamo cercato di usare le nostre armi per capire dove collocarci nel Mondiale: finora io sono stato il mio riferimento, ho cercato di spingere al massimo per ottenere il 100% in ogni gara senza errori. Ho sbagliato a Le Mans, ed è stato un errore che mi ha dato fastidio, perché so perfettamente che non avrei dovuto commettere uno sbaglio del genere. Arriveranno le piste favorevoli: sarò più spesso sul podio e più avanti anche in qualifica, che è il nostro difetto principale”.

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La qualifica


È il vero Tallone d’Achille di Mir, fin dagli inizi nel Mondiale: in 94 GP disputati, soltanto due volte è partito dalla pole, e le sue prime file in MotoGP si contano sulle dita di una mano. La Suzuki non è la moto più a suo agio in qualifica, ma vale soprattutto per Mir, preceduto spesso e volentieri da Rins sulla griglia. Per me, credo sia più difficile fare una pole position che rivincere il Mondiale! Sto lavorando per migliorare in questo aspetto, ma il cammino è lungo. Anche perché dalla pole è più facile fare una strategia per la gara. Vale anche per Rins, che nella sua carriera ha fatto molte più pole position di me, ma è ancora a zero in MotoGP. Riusciremo a migliorare: per esempio riesco a girare più forte rispetto all’anno scorso, ma i nostri rivali vanno ancora più veloce. Quindi la Suzuki dovrà impegnarsi ancora di più: ha le persone e le conoscenze per migliorare”.

Con questo messaggio 'spedito' agli ingegneri, il campione del Mondo ha lasciato la Suzuki dopo Assen: nonostante il podio del maiorchino, per il reparto corse di Hamamatsu non c’è stata vacanza. L’auspicio di Joan è che in casa Suzuki abbiano finito di sviluppare una volta per tutte il sistema che permette di abbassare il retrotreno della moto in uscita di curva, in modo da sfruttare lo stesso vantaggio del quale godono i rivali. Sulla carta, dovrebbe costituire un miglioramento istantaneo per i piloti della Suzuki.

Il rapporto con Jack Miller


In ogni tema, Mir si addentra con chiarezza e senza ambiguità. Compresi Jack Miller, con cui c’era stato uno scambio piuttosto acceso durante il GP Doha dopo un contatto in pista, e le odierne prestazioni sempre più estreme delle MotoGP. Da quel giorno a Losail, con la toccata in pieno rettilineo che poteva avere conseguenze gravi, Miller e Mir si sono incrociati più volte: “È un peccato, ma in fondo mi trovo bene con Jack, anche se in pista ci siamo scontrati più volte, come succede tra piloti aggressivi. In realtà con lui ho sempre da perdere, perché la sua moto è più potente e io devo rischiare di più nelle manovre di sorpasso. Nel GP Doha io sono stato aggressivo ma dentro il limite, lui invece ha oltrepassato quel limite”. Il duello non è finito nella notte del secondo GP di Losail: le divergenze tra i due riemergono di tanto in tanto e proprio ad Assen Mir ha spiegato che Miller avrebbe avuto il diritto di essere arrabbiato dopo il suo 'block pass' in gara. “Ma con la mia moto, è l’unico modo per superare una Ducati”, ha ammesso il maiorchino.

Sulle polemiche legate alle performances delle MotoGP, e sui conseguenti problemi di sicurezza in alcuni circuiti, Mir mostra di avere buon senso: “È una verità: arriviamo più rapidi in curva, le gomme sono più evolute, con carcasse più morbide proprio per piegare maggiormente e avere più aderenza. Quindi la velocità in curva è più elevata, le gare sono molto più rapide, ci sono anche più piloti di alto livello e regna l’equilibrio. Per essere davanti serve viaggiare di più al limite e quando cadiamo, arriviamo più spesso vicino alle barriere. Serve capire se sia più difficile limitare le moto oppure adeguare i circuiti. Sono convinto che serva un accordo tra tutte le parti coinvolte. In moto non ho la percezione della velocità, poi vedo "360 orari" e mi impressiono. E se cadendo ti avvicini alle barriere, non puoi che spaventarti”.

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