MotoGP, Gigi Dall'Igna: “Io non mi arrendo”

MotoGP, Gigi Dall'Igna: “Io non mi arrendo”© Milagro

"Ai piloti concediamo tre anni per capire se sono da mondiale: io sono all’ottava stagione in Ducati, e mi sarei già dovuto licenziare… In realtà vincere è difficile"

11 agosto

Dopo sei settimane di stop, il Mondiale è ripartito con il primo appuntamento del Red Bull Ring con la vittoria di Jorge Martin. Il titolo è l’obiettivo della Ducati e della figura di spicco del Reparto Corse: Gigi Dall’Igna, infatti, costituisce un’eccezione in un mondo nel quale i piloti sono i grandi protagonisti, perché sono loro a scendere in pista e a salire sul podio, sono loro a conquistare titoli e anche a farsi male in caso di caduta.

Ma eccezionalmente esiste anche qualche “non pilota” capace di ottenere lo stesso status: un progettista, un team principal, un capotecnico, una figura del genere capace di emergere. Soichiro Irimajiri, Yoichi Oguma o Suguru Kanazawa se parliamo dell’HRC, dalla NR a pistoni ovali alle 500 fino alle MotoGP. Oppure Masao Furusawa, padre della Yamaha M1 con cui Valentino Rossi e Jorge Lorenzo hanno dominato per anni. O ancora, per parlare dell’era moderna della MotoGP, Shuhei Nakamoto, l’ingegnere del riscatto della Honda con Casey Stoner e Marc Marquez. Se si parla di Ducati, è impossibile non menzionare Filippo Preziosi, artefice dello sbarco di Borgo Panigale in MotoGP, un’avventura che in questi anni è stata caratterizzata da Dall’Igna, fonte inesauribile di innovazioni tecniche ma protagonista anche di una politica gestionale senza mezze misure, a costo di apparire controversa. La sagacia di fronte alle zone grigie del regolamento permette a Dall’Igna di estrarre sempre conigli dal cilindro, tenendo impegnati coloro i quali devono redigere le norme. E gli stessi rivali vivono uno stato perenne di attenzione a quanto fanno Dall’Igna e i suoi ingegneri, i quali non conoscono la parola “dormire”. Perché Dall’Igna è il Re Sole del reparto corse della Ducati: tutte le decisioni importanti passano da lui.

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"Meglio avere più frecce al nostro arco"


Sei in Ducati dal 2014, e possiamo dividere il tuo periodo in tre fasi: l’arrivo e il tempo necessario per farsi un’idea precisa, la realizzazione della “tua” moto e l’assalto al titolo.

“Sì, è una divisione corretta”.

L’assalto al titolo è stato con i due Andrea, Dovizioso e Iannone, poi con Jorge Lorenzo, poi Dovizioso “prima punta”, e ora vivete una nuova fase.

“Con i due Andrea non eravamo ancora in una fase paragonabile a oggi. L’assalto al titolo è iniziato con l’arrivo di Lorenzo”.

Oggi la Ducati cerca il proprio numero 1?

“Siamo in una fase in cui cerchiamo un pilota che possa vincere il titolo, non c’è dubbio. Che sia sempre uno il candidato per il titolo, o che sia più di uno… per me è meglio questa seconda situazione, cioè avere più frecce al nostro arco. Non cerchiamo un solo pilota che possa lottare per il Mondiale ogni anno, in questo momento abbiamo diversi elementi davvero forti che possono inseguire il titolo. Mi riferisco a Miller, Bagnaia, Zarco, ma anche i nostri tre rookie hanno un grande potenziale”.

Quanto tempo “concedi” a un pilota per capire se è davvero forte?

“Tre stagioni rappresentano un tempo ragionevole. Il primo anno è sempre complicato e ogni pilota è diverso: c’è chi, per istinto, esprime subito il potenziale. Altri, e non significa che siano meno forti, hanno bisogno di tempo per metabolizzare il salto in MotoGP, come per esempio Pecco. È giusto che a un  rookie venga concessa la possibilità di crescere, di avere tempo per esprimere le proprie capacità, poi è ovvio che prima o poi queste capacità dovranno emergere, altrimenti sarà un problema”.

Fabio Quartararo guida il Mondiale, seguito da due piloti Ducati, più un terzo al quinto posto: è una coincidenza o è frutto di un piano?

“Abbiamo voluto dare le stesse chances a vari piloti, e questo genera due situazioni: la moto è automaticamente migliore perché per lo sviluppo seguiamo le indicazioni degli elementi più efficaci, e una moto più equilibrata consente a più piloti di lottare al top”.

E nessuno dei tuoi piloti è una superstar.

“Abbiamo ottimi piloti: sono contento del nostro contingente”.

Credi che un pilota che non ha mai vinto nelle categorie inferiori possa ‘esplodere’ in MotoGP?

“Credo sia complicato: è difficile andare forte in MotoGP senza aver vinto, o quantomeno aver dimostrato il proprio talento nelle altre classi”.

Il rimpianto Jorge Lorenzo


Quanto ha pesato non ottenere i risultati auspicati con Lorenzo?

“Serve tenere presente che scegliemmo Jorge perché in quel momento era il pilota in grado di lottare con Marquez, sapendo che Marc sarebbe stato comunque fuori dalla nostra portata. Mi è dispiaciuto non ottenere, con lui, risultati che erano possibili”.

Tutti dicono che il livello della MotoGP è altissimo, ma Marc Marquez ha vinto un GP al 70% della condizione.

“Ma il Sachsenring è un circuito estremamente particolare, perfetto per Marquez. Non è una gara sulla quale è possibile costruire un giudizio definitivo. E poi parliamo sempre di Marc, un campione assoluto, che soltanto in pochi hanno saputo avvicinare”.

Come intendi il rapporto con un pilota? L’impressione è che non sia una relazione padre-figlio, ma un confronto professionale.

“Sì, perché se parli di tuo figlio, non puoi essere obiettivo. E invece con un pilota non essere imparziali è la cosa peggiore possibile. Poi è chiaro che siamo esseri umani, e bisogna dire le cose in modo che arrivino all’interlocutore, ma anche in modo che l’interlocutore le 'digerisca': però certe cose vanno dette comunque. E poi c’è la parte motivazionale, che è sempre importante. Non c’è soltanto la tecnica, i piloti devono essere convinti e motivati. E ognuno di loro ha necessità differenti”.

Quanto pesa arrivare secondi?

“A volte il secondo posto è il miglior risultato possibile, e allora devi essere contento. Ma quando puoi vincere, anche se è difficile, arrivare secondi non può soddisfare”.

L'utilità dell'abbassatore


Non è facile immaginare un utente di tutti i giorni che abbassa la moto per accelerare meglio in uscita dalle curve.

“Abbassare la moto può aiutare chi è più basso, penso per esempio a una donna, a toccare con i piedi a terra con la moto ferma. Non è detto che l’abbassatore serva soltanto per andare più rapidamente. Penso anche all’aerodinamica: noi la sviluppiamo per andare forte, ma gli stessi concetti possono essere applicati per raffreddare meglio il motore, senza che il calore arrivi al guidatore, aumentando il comfort. La tecnologia non va letta soltanto con l’intento di andare veloce: le applicazioni possibili sono numerose”.

Sei un uomo votato alle corse: come descrivi la relazione con il reparto commerciale dell’azienda?

“La situazione è piuttosto chiara: il Reparto Corse ha una certa autonomia nella gestione. È evidente, però, che certe decisioni, per esempio legate ai piloti, necessitano del consenso di entrambe le sezioni. Ma a livello tecnico, l’autonomia del Reparto Corse è significativa”.

Guardando avanti, come si vede Gigi Dall’Igna nel post-carriera?

“In giro per l’Europa in camper, dedicherò più tempo ad altre cose. Credo che soprattutto nella prima fase non vorrò sapere nulla di tecnica di moto…”.

Un aspirante ingegnere della MotoGP, quale tipo di ingegneria dovrebbe studiare? Qual è l’ingegneria del futuro della moto?

“Forse l’ingegneria meccanica fornisce un inquadramento migliore. Ma se quell’aspirante ingegnere fosse mio figlio, gli consiglierei l’ingegneria elettronica, perché va al di là della moto. Per il mondo di domani, sarà la tecnologia con la maggiore necessità di sviluppo”

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