La grande occasione di riportare un titolo iridato al motociclismo italiano dopo otto anni potrebbe far tremare gambe e polsi. A tanti, ma non a Franco Morbidelli, che a 22 anni e mezzo ha già vissuto tante vite, tutte contraddistinte da esperienze in grado di toccare nel profondo. Dall’incontro con la moto – e quindi con la propria vita – a nemmeno due anni, al periodo vissuto in un luogo geograficamente, e soprattutto culturalmente, lontanissimo come Recife.

Dal trasferimento da Roma a Tavullia («Nell’unico posto in cui potrei diventare campione del mondo») allo stop di quasi un anno per mancanza di fondi. Fino allo shock dell’improvvisa e tragica scomparsa di papà Livio. L’uomo che, da pilota e poi da meccanico, aveva ispirato il percorso di Franco. Oggi lo sguardo è sul titolo di una Moto2 fin qui dominata, a cui seguirà il salto in MotoGP. E se riesce difficile credere che basti una sola esistenza per contenere tutte le fermate di un percorso del genere, Morbidelli vi sorprenderà, rammaricandosi per non averne avute altre due, di vite: «In una avrei fatto l’ingegnere, ovviamente meccanico. Nell’altra avrei aperto un “chiringuito” in spiaggia. Ma forse per questo secondo progetto sarò ancora in tempo a fine carriera: lo dico sempre, scherzando, che non giro il mondo per correre nel Mondiale ma è soltanto un pretesto per trovare il luogo giusto per aprire il mio chiosco». Franco unisce profondità e leggerezza, allegria e malinconia, come può fare soltanto chi ha il Brasile dentro.

Dopo sei vittorie in nove gare e il +34 in classifica su Thomas Lüthi, sei pronto a ripartire dopo le vacanze?
«Sì, anche se ho un piccolo rammarico legato al mio viaggio in Brasile: prima degli eventi promozionali a San Paolo avrei voluto trascorrere qualche giorno alla Praia da Bertioga, che è una capitale del surf, ma qualche ritardo aereo e il meteo inclemente me l’hanno impedito. Mi sono poi allenato in palestra e, da quando è tornato Valentino, anche in moto, al Ranch».

Ti senti nel mirino degli inseguitori? 
«Sì, mi aspetto che vadano tutti all’attacco, io cercherò di continuare il mio lavoro, consapevole che non potrò permettermi troppi calcoli: ho un bel vantaggio in classifica ma il campionato è ancora lungo».

Qual è l’antagonista più pericoloso?
«Se dovessi riferirmi alla costanza, non avrei dubbi nell’indicare Lüthi. Alex Marquez è andato forte ma dopo Barcellona non è più stato rapidissimo. Devo fare attenzione a Oliveira, il suo trend è in netta crescita».

Prima di quest’anno non avevi mai vinto né ottenuto pole position: dopo sei successi e cinque pole, com’è diventata la percezione del paddock nei tuoi confronti?
«Onestamente non lo so con precisione, non giro tanto per il paddock. Certo, mi auguro che un po’ sia cambiata, qualche risultato l’ho ottenuto, penso di non essere più visto come lo scemotto che vive le prime wild card a nemmeno 20 anni».

Dal GP Olanda del 2016 sei salito sul podio 14 volte in 20 gare, in cui hai ottenuto 56 punti più di Lüthi e 160 più di Marquez, con una media-punti di 16.9 (meglio di Johann Zarco nel campionato vinto nel 2016). Cosa è scattato?
«Venivo dalla delusione del Mugello, che aveva lasciato una traccia: amo il Mugello, ma forse è la pista che non ama me. Non so perché, forse non so gestire le pressioni di quella gara e vado un po’ nel panico. Non è cambiato nulla, ma da allora ho iniziato un percorso di crescita che è stato particolarmente esaltante, perché è stato progressivo, non si è mai interrotto». 

Qual è la vittoria che ti ha dato maggiore gusto?
«Assen, un mese fa: è una gara che porterò nel cuore. Perché ogni vittoria è bella, ma quelle in volata lo sono di più, ti danno un’adrenalina differente, e in Moto2 non avevo ancora vinto dopo una battaglia decisa all’ultima curva. Mi ha riportato al 2013, alla Stock 600, quando vincevo spesso le gare di gruppo».

L’Europeo Stock 600 correva di sabato pomeriggio, quasi in modo “clandestino” nel programma della Superbike, e non è stato il trampolino per molti piloti del Mondiale. È segno che il tuo percorso è stato tortuoso, differente da tanti tuoi colleghi del paddock. 
«In determinate occasioni, la mia storia mi ha aiutato, perché ho imparato a dare il giusto valore a certe cose. Ho vissuto anche periodi bui, e ringrazio certi momenti, come l’annata in Stock 600, che finora è stato l’unico campionato “serio” che ho conquistato, e senza quella vittoria non sarei mai approdato al Motomondiale. Peccato che quella categoria non ci sia più, era un bel palcoscenico per giovani affamati».

Sul tuo percorso hai trovato Valentino Rossi: che cos’è per te, un amico, un modello da seguire, un maestro, una persona che ha scommesso su di te vedendo più in là di tanti altri?
«Racchiude tutte queste definizioni. È stato il mio idolo sin da piccolo, poi l’ho conosciuto, abitando vicino a lui, ed è stato con me nei momenti belli, e soprattutto è stato pronto ad aiutarmi nei periodi difficili, da amico vero. E poi mi ha insegnato tanto tantissimo, non soltanto a livello motociclistico. L’ho sempre paragonato a Messi, che è il calciatore numero uno in attività, ma essendo per metà brasiliano farei meglio ad accostarlo a Pelé».

Cosa c’è di brasiliano in Franco Morbidelli?
«La tranquillità, e quel pizzico di leggerezza con cui affronto tante cose della vita. In pista invece prevalgono la serietà e la dedizione della mia anima italiana. Tanti dicono che sono più serio della media dei piloti, in realtà in tutti i ragazzi della VR46 Academy ho sempre visto un eccellente approccio».

Hai vissuto anche a Recife, città d’origine di tua madre Cristina: che esperienza è stata?
«Siamo nel Pernambuco, quindi un Brasile più carioca e meno europeo, per intenderci più Rio che San Paolo. Recife è una città simile a Salvador De Bahia, la maggioranza della popolazione è di colore, e io ho conosciuto la Recife meno ricca ma più popolare, dotata di una fantastica semplicità: è dove ho imparato che può esistere l’allegria anche senza la ricchezza». 

Qual è l’eredità che ti ha lasciato tuo padre, scomparso quattro anni fa?
«Mi ha messo lui sulla minimoto a due anni e mezzo. E mi ha insegnato che serve impegnarsi tanto, qualunque sia l’attività. Se vuoi fare qualcosa, bene, falla, ma assicurati di farla al tuo massimo, con serietà. È stato questo il mio approccio con le moto».

Con quale forza hai superato la sua improvvisa scomparsa?
«Mi sono buttato a capofitto nello sport, impegnandomi e restando concentrato sulla moto, senza buttarmi giù di morale. In molti casi lo sport aiuta chi deve superare momenti di questo tipo: io sono un esempio. In quel 2013 vinsi la Stock 600, un trionfo che mi ha aperto la porta sulla Moto2».

Se ripensi al trasferimento da Roma alla provincia di Pesaro quando avevi 10 anni, fatto per favorire il tuo percorso in moto: a posteriori è giusto definirla una scommessa vincente, ma ad alto rischio?
«La considero una scelta azzeccata, perché la mia passione è sbocciata in modo definitivo proprio dopo il trasferimento, quando ho preso reale coscienza di un’attività che fino a quel momento era stata la pura normalità. A 14 anni ho capito che avrei voluto far diventare la moto il mio mondo. E poi quel trasferimento non era stato traumatico: spesso andavamo a Pesaro per le mie gare e perché lì avevamo tanti amici, quindi conoscevo già tante persone». 

Il 2018 ti vedrà in MotoGP: da qui al debutto nei test di Valencia, ti immaginerai su una moto della classe regina?
«La MotoGP me la sogno già di notte! Nella mia mente ho svolto una quantità impressionante di test, sono diventato un grande collaudatore di notte». 

E come te la immagini la nuova moto: bellissima oppure complicata da conoscere e portare al limite?
«Non lo so, nei sogni è sempre bellissima e docile, perfetta. Ma non sono sicuro che sarà così anche nella realtà… Sono curioso di capire cosa proverò quando avrò a che fare con potenza, frenata e gomme da MotoGP».

I risultati dei rookie Johann Zarco e Jonas Folger ti rendono ottimista in vista del debutto in MotoGP?
«Sì, mi fanno capire che si potrebbe fare qualcosa di interessante, è automatico pensarlo, nella mia posizione. Però è necessario ragionare in profondità: Zarco e Folger sono bravissimi, ma guidano la Yamaha versione 2016 già rodata e “settata” da fenomeni come Rossi e Jorge Lorenzo, quindi devono pensare soltanto a portarla al limite».

Resterai con Marc VDS: il conte Van der Straten è particolarmente affezionato a te.
«E voi lo vedete soltanto nelle occasioni pubbliche, come quando festeggia sul podio. Ma il suo non è uno show a uso e consumo delle telecamere: dietro le quinte è ancora più incredibile, ogni volta mi abbraccia e mi dà tre baci, è incontenibile. In circuito, mi cambio di fianco al suo ufficio, e trovare ogni mattina una persona con quello spirito e quell’entusiasmo ti cambia la giornata in meglio. Qualcuno potrebbe dire che è merito dei soldi, ma esistono anche i ricchi infelici. L’entusiasmo per la vita del conte Van der Straten è travolgente, è fonte di ispirazione».

Ti ispira anche via Zamboni, zona universitaria di Bologna: puoi spiegare il motivo?
«Quando ho una trasferta che inizia con un volo mattutino da Bologna, passo la sera precedente da amici che studiano all’università. E mi piace trascorrere tempo con loro, ma non soltanto».

Prendi una pillola di quella vita che avresti potuto vivere se non avessi fatto il pilota?
«Sì, la vita è soltanto una e sono felice della mia attività, però provo a prendere il massimo da tutto. E mi piace un po’ giocare a immaginare cosa sarebbe stato se avessi studiato». 

C’è uno sportivo a cui senti di somigliare?
«Io sono appassionato di basket NBA, e tifo Golden State – la squadra campione – sin da quando non era così forte. Tutti parlano di Steph Curry e Kevin Durant, ma io apprezzo Klay Thompson: bellissimo da vedere per il gesto tecnico pulito, ma senza fronzoli, tremendamente concreto». 

Un ritratto fedele del tuo modo di correre: una via che ti porterà al titolo della Moto2?
«Finora le cose sono andate molto bene ma non posso fare previsioni. Per ora posso soltanto esprimere due certezze». 

Quali?
«Farò tutto quanto in mio potere per continuare con questo ritmo, non lascerò nulla di intentato nei weekend di gara e nel lavoro giorno per giorno, è questa la mentalità che mi ha accompagnato».

Qual è l’altra certezza?
«Ogni mattina ci sarà nel box il conte Marc che mi ispirerà con il suo entusiasmo. Festeggiare un grande traguardo con lui potrebbe essere un’esperienza da ricordare».