TAVULLIA - "Dal momento che sono salito su questa moto, mi è spuntato un sorrisino… e quel sorrisino non è ancora sparito...". Marco Bezzecchi non è il primo pilota dello Sky Racing Team VR46 a esprimere tale considerazione. Il ragazzo di Viserba ha tutte le ragioni: dopo un anno di inferno sportivo sulla KTM del Team Tech 3, per un debutto in Moto2 molto lontano dagli auspici, Bezzecchi è stato rinfrancato dalla prima presa di contatto con la Kalex.

A Jerez, il ventunenne ha prima chiuso al vertice di una graduatoria dei tempi che non comprendeva tutti i protagonisti della classe di mezzo, ma annoverava comunque gente come il compagno di team Luca Marini, quel Jorge Martin che molti considerano il primo candidato al titolo, la coppia Speed Up Jorge Navarro-Fabio Di Giannantonio e quella Marc VDS formata da Augusto Fernandez e Alex Lowes. Poi quell’1’41”4 – nove decimi meglio rispetto al suo tempo in qualifica nell’ultimo GP Spagna – è diventato un tempo più veloce di un ulteriore secondo una settimana più tardi, nei test IRTA, che “Bez” ha chiuso secondo

Resta soltanto un interrogativo: quale pilota dello Sky VR46 era sceso dalla moto con il sorriso? Pecco Bagnaia, dopo la prima volta con la Kalex e le sospensioni Öhlins. E quel sorriso non è più sparito dal viso del piemontese, diventato campione del Mondo…

Come inizia la seconda avventura di Bezzecchi in Moto2?

"Con la rabbia che mi ha lasciato il 2019. Rabbia, sì, descrive il mio stato d’animo. Anche quando le cose miglioravano, c’era sempre qualcosa che andava storto, rovinando tutto. Come in Australia, con il warm up chiuso a tre millesimi dal primo, Brad Binder, e poi in gara Iker Lecuona mi ha centrato subito, alla quarta curva, facendo cadere anche Marini. Penso anche a Misano, dove non era andata male a livello di passo, ma ho avuto un problema tecnico e poi sono caduto".

Qual è stata la gara migliore?

"In Thailandia ho raccolto un decimo posto, dopo essere stato sotto tono. In Australia ne avevo di più, ma è mancato il risultato".

Qual è stato il weekend più difficile?

"I primi GP, come il Qatar e Jerez. Mancava la velocità e poi cadevo spesso, e non soltanto per colpa mia. Penso al GP Spagna: sono finito nella carambola della seconda curva, si è piegato non soltanto il manubrio, ma anche il telaio. Ho preso il via alla seconda partenza, ma con la moto in quelle condizioni sono arrivato lontanissimo. In quella fase ero in un buco nero, anzi, nell’oblio".

Cosa mancava alla KTM?

"Non avevamo il minimo margine d’errore, bastava fare qualcosa di diverso tra un giro e l’altro, anche una cosa risibile, e cadevo. All’inizio capitava spesso, e senza avvertimenti dalla moto".

Con Tech 3 com’è stata la relazione?

"A livello umano mi sono trovato bene. Mi è dispiaciuto per Hervé Poncharal, perché credeva in me".

A suo tempo ti aveva paragonato a Valentino Rossi.

"Hervé non è una persona facile, ma è una brava persona. Nei momenti più difficili si è messo nei miei panni e ha compreso la situazione".

Sei capitato in KTM nell’anno più duro, chiuso con il disimpegno.

"Ho ripensato al mio periodo con la Mahindra in Moto3, un’altra moto non prestazionale. Ho imparato a non lamentarmi e a non piangermi addosso, tanto non serve". 

Non te l’aspettavi così difficile l’approccio alla Moto2, e non potevi prevederlo dopo quel 2018 da protagonista in Moto3.

"L’approccio con la Moto2 me l’aspettavo difficile, ma pensavo che le difficoltà sarebbero arrivate “frazionate”, non tutte assieme. E all’inizio erano in difficoltà tutti i piloti KTM". 

Ti è venuto da invidiare gli altri rookie che non guidavano la moto austriaca, come Enea Bastianini e Di Giannantonio sul podio con Kalex e Speed Up?

"Invidia no, però mi ponevo tante domande". 

Quali per esempio?

"Mi dicevo: “com’è che contro questi l’anno scorso vincevo, e ora mi stanno suonando?”. Normale chiederselo". 

E dopo aver annunciato il disimpegno dalla Moto2 per il 2020, la KTM ha preso a vincere...

"Credo sia stata una coincidenza, anche in passato i migliori risultati erano arrivati sulle piste della seconda metà del calendario, con tracciati come Phillip Island, con tanto grip dietro e la moto che “pattinava” poco. E poi c’era bisogno di tempo per lo sviluppo. Purtroppo di questo sviluppo ha beneficiato il factory team, mentre per gli altri si è un po’ bloccato".

In cosa dovevi essere meglio tu, invece?

"Ci sono anche colpe mie, alla fine il salto di categoria si sente parecchio nello stile di guida, che cambia in modo notevole, e con riferimenti diversi rispetto alla Moto3. Ho imparato a gestire le gomme, ho compreso l’importanza del lavoro con i pneumatici usati, ho conosciuto un’elettronica più sofisticata e una moto che con il serbatoio pieno ha comportamenti differenti rispetto a quando c’è poca benzina. Mi è mancato un po’ un compagno forte: per esempio Jorge Martin correva con Brad Binder. Se hai un bel riferimento, impari tanto". 

Cadere così spesso ha fatto più male al fisico o alla mente?

"Alla mente. A livello fisico, grazie al Cielo, sono stato fortunato, perché ho fatto certe 'mine' paurose. A risentirne è stata soprattutto la fiducia". 

Nel paddock hanno ripreso a guardarti come prima del 2018, magari qualcuno ti ha ignorato?

"Ho visto gente che mi ha ignorato, quando ho smesso di fare i risultati della Moto3. Ma già lo sapevo, me lo immaginavo. Ci rimani male, certo, ma ti passa. Non vinci o perdi per l’atteggiamento degli altri nei tuoi confronti". 

Hai dubitato di te stesso?

"Sì, per quasi tutta la stagione".

Come se ne esce?

"Dipende. Ho avuto la fortuna di avere un bel circolo di persone al mio fianco. Poi la chiamata del Team Sky mi ha fatto enorme piacere, la VR46 Academy mi ha aiutato, dal preparatore Carlo Casabianca a Rossi. Valentino è stato non vicino, ma vicinissimo, sin dall’inizio: quando ero in difficoltà era molto presente, anche per telefono, mi messaggiava per incoraggiarmi, forse si è immedesimato nel mio stato d’animo. E ovviamente la mia famiglia non ha smesso di sostenermi". 

Papà Vito è sempre così “pane al pane, vino al vino”?

"Sì, se sono così schietto, da qualcuno devo aver preso, no? L’importante, comunque, è non buttarsi giù". 

Cosa serve per rivedere Vito commuoversi ai box, come nel 2018?

"I presupposti ora ci sono. Il team non si discute e la Kalex mi è piaciuta subito, mi ha fatto spuntare il sorriso sotto il casco". 

Qual è la ragione?

"È una moto più 'amichevole', ho capito più velocemente cosa fare. Ho compreso subito che avrei avuto vita più facile. Nei test abbiamo lavorato bene, trovando un buon compromesso con la nuova elettronica. Nel long run di Jerez e ho tenuto un ottimo passo". 

Qual è l’obiettivo del 2020?

"Rompere le scatole ai migliori". 

Che si traduce in?

"Divertirsi e magari tornare sul podio. Sapete qual è la cosa che più mi manca?". 

Qual è?

"Urlare sotto il casco nel giro d’onore, fino al parco chiuso. Oggi potrei farlo anche per una Top 5". 

Qual è la gara che ti ha fatto perdere la voce nel giro d’onore?

"Motegi 2018, quando vinsi in Moto3 sorpassando Darryn Binder con la scia sull’ultimo rettilineo". 

Chi vincerà la Moto2?

"Non sono bravo sui pronostici, per esempio l’anno scorso non avrei scommesso su Alex Marquez. Ma la Moto2 è sempre imprevedibile, la differenza la fa la costanza". 

Quali nomi indicheresti, però?

"Fernandez, Marini, Navarro, che magari l’anno scorso partiva male e poi veniva sempre su in maniera impressionante, dando mezzo secondo di passo agli altri nei giri finali. Poi Di Giannantonio perché in gara fa la differenza più che in prova. Ovviamente c’è Martin. Un’altra testa di serie potrebbe essere Lorenzo Baldassarri, se riesce a trovare continuità. Thomas Lüthi non va mai escluso, per la sua esperienza, Nicolò Bulega me l’aspetto con i primi, e poi Stefano Manzi nell’ultimo GP Valencia aveva fatto paura". 

Vieni dall’annata da rookie: che consiglio daresti a Lorenzo Dalla Porta?

"Forse è meglio se non gliene fornisco, perché poi mi sta davanti… Scherzi a parte, gli consiglierei di avere la mentalità aperta e accettare anche le critiche, a patto che siano costruttive".  

Com’è un campionato con motori uguali per tutte le moto?

"Bello, perché fa emergere le qualità del pilota. Questo rende tutto più difficile, quindi affascinante. C’è molta più potenza, e più potenza è sinonimo di maggiore divertimento. Al di là dei problemi avuti nel 2019, mi è piaciuto ogni aspetto della Moto2". 

Il motore Triumph ti ha esaltato?

"Sì, è incredibile, non tanto per la velocità di punta ma per la reazione al primo tocco di gas. La sensibilità del ride-by-wire è enorme, la coppia è davvero paurosa". 

Non ti manca la Moto3 che ti aveva visto in lotta per il titolo. 

"Ci rifarei un giro, ma ormai non ci sto sopra… Sono molto affezionato alla categoria più piccola, anche se richiedeva rigore nella posizione in sella per l’aerodinamica e per il fisico, visto che ero “impiccato” con il peso. Ricordo che al gala di Valencia, dopo l’ultima gara, a tavola mi tolsi tutti quegli sfizi che non mi ero potuto concedere prima, perché ero al limite con la stazza". 

Quanti chili hai preso per guidare in Moto2?

"Tre, ma ne servirebbero altri due, più o meno". 

Hai parlato dell’importanza di un compagno veloce, facendo l’esempio di Brad Binder: ora affianchi Marini, il potenziale Binder del 2020. 

"Luca è un pilota intelligente, in particolare in gara, mi impressiona per quanto è preciso, può compiere una curva alla stessa maniera e alla stessa velocità per 30 giri consecutivi". 

Vai ancora in officina ad aiutare papà Vito?

"Ultimamente no, perché mi sono allenato spesso due volte al giorno". 

Tu non sei l’unico pilota-meccanico dello Sky Racing Team VR46.

"No, ma specifico: Vietti Ramus sarà anche un meccanico, invece io resto fedele al mio ruolo di “tappabuchi”. Anzi, ne sono geloso, perché significa non essere specializzati ma saper fare un po’ di tutto. È sinonimo di adattamento, è una dote che mi servirà anche in pista. E comunque conoscere un po’ la tecnica è d’aiuto, capisci meglio cosa ti dicono al box. Ma da qui a fare il proprio setting, ce ne vuole". 

I capelli così lunghi, invece, da dove nascono?

"Dalla scarsa voglia di andarli a tagliare, magari diventano ingovernabili. Mi hanno paragonato a Robert Plant, e mi va bene, mi piacciono i Led Zeppelin. E ovviamente mi hanno parlato di Marco Simoncelli: un accostamento a lui ha sempre un valore particolare, è una soddisfazione. Sento tanti dire che ci vuole qualcuno che riporti lo spirito del SIC". 

Tua sorella maggiore, Silvia, è andata a Cinecittà per la sua attività di truccatrice cinematografica.

"Sì, è un po’ come quando io sono arrivato sul podio in Moto3. Lei fa ciò che ama". 

E sogna Hollywood?

"Sì, sarebbe la sua MotoGP". 

Quanto è lontana la tua, di Hollywood?

"Molto distante, moltissimo. Vietato pensare che con il salto di categoria la MotoGP si sia avvicinata: per me, ora, la distanza è la stessa di quando ero in Moto3. Serve imbroccare tutto nel modo giusto. Ma ci provo".

Lo Sky Racing team VR46 da titolo nel 2020? I risultati del sondaggio