Il 2010 rappresentò una svolta per il Motomondiale per tante ragioni. Tra queste, l’introduzione di una seconda categoria a quattro tempi, la Moto2, che sostituì la 250 nel ruolo di classe intermedia. Un salto enorme, perché si passò da una moto da GP sulla quale erano possibili interventi e modifiche di ogni tipo, a livello progettuale oltre che di set up, a un mezzo sul quale le possibilità di cambiare erano contingentate. A cominciare dal motore (Honda) uguale per tutti.

A sperimentare la nuova classe fu anche Alex De Angelis, pilota sammarinese costretto a scendere dalla MotoGP per mancanza non di risultati (era stato ottavo nel Mondiale, con un secondo posto a Indianapolis) ma di sponsor. L’allora ventiseienne visse una stagione da montagne russe, in cui sperimentò ogni tipo di sentimento nel giro di poche settimane, tra la gara di casa a Misano che fu una discesa agli inferi, e la tappa più lontana, a Phillip Island, che invece regalò l’orgoglio per un successo dopo quasi quattro anni di attesa.

Quell’annata in Moto2 rafforzò la versatilità di Alex, pilota che nella propria carriera ha corso, ben figurando, su qualsiasi tipo di mezzo: MotoGP, Moto2, 250, 125, Superbike e MotoE. Categoria, quest’ultima, in cui è iscritto al campionato 2020 con Pramac.

Partito come la maggior parte dei colleghi dalle Minimoto, per seguire le orme di suo fratello William, di tre anni più grande, Alex debuttò nel Mondiale a 15 anni. Vice campione della 125 nel 2003, dietro Dani Pedrosa ma davanti a gente come Andrea Dovizioso, Casey Stoner e Jorge Lorenzo, nella 250 fu terzo nel 2006 e 2007, sempre dietro Lorenzo e Dovizioso. Due anni di MotoGP, ed ecco l’approdo in Moto2, dove sarebbe rimasto per quattro stagioni e mezza (quarto nel 2011) prima di ritrovare la MotoGP e rischiare la vita in un terribile incidente a Motegi.

La vittoria di Phillip Island, il 17 ottobre 2010, fu probabilmente il momento più alto nella classe di mezzo a quattro tempi: "Fu il mio weekend perfetto - ricorda oggi Alex - firmai la pole position, fui primo nel warm up con pista bagnata e mi aggiudicai la gara per distacco".

Nel sabato delle qualifiche faceva freddo ed era piovuto, ma il vento proveniente dall’oceano riuscì ad asciugare la pista per un ultimo giro utile: De Angelis ne approfittò per accaparrarsi la pole in 1’35”148, due decimi più veloce di Scott Redding affiancato poi in griglia da Stefan Bradl e Mike Di Meglio, con Andrea Iannone subito dietro.

In gara, però, il sammarinese del Team Jir dovette fare i conti con i pneumatici, che non entrarono subito in temperatura, portandolo così a cedere diverse posizioni agli avversari. Per un po’ Alex fu costretto a rimanere a guardare, ma da metà gara trovò il feeling ottimale e iniziò a mettere a segno i suoi attacchi. Prima su Di Meglio, poi su Redding e Iannone, uno dopo l’altro De Angelis se li lasciò alle spalle andando a tagliare il traguardo con un distacco di due secondi sull’inglese oggi alla Ducati Superbike e quasi tre sull’abruzzese oggi all’Aprilia.

De Angelis e Redding non ebbero in comune soltanto quel podio in Australia, purtroppo. Poche settimane prima, nel GP San Marino e Riviera di Rimini, i due furono coinvolti nella carambola fatale a Shoya Tomizawa al curvone del Carro. Tomizawa, vincitore della storica prima gara della Moto2 in Qatar, durante il dodicesimo giro cadde dopo che la ruota posteriore della sua Suter perse aderenza e venne travolto da De Angelis e da Redding che si trovavano proprio dietro di lui e che, ad altissima velocità, non ebbero alcuna possibilità di evitarlo e a loro volta rischiarono grosso. Nell’incidente il giapponese riportò gravi lesioni al torace e alla testa, morì poco dopo all’ospedale di Riccione. Aveva soltanto 19 anni."L’incidente al povero Tomizawa". Ripensando al giapponese, a De Angelis viene un groppo in gola: "Sia per me che per la squadra, fu un blocco totale. Uscire da quel periodo grigio non fu facile, anzi fu molto duro".

Tomizawa aveva aperto la stagione vincendo, un successo seguito da quelli del campione di quell’anno, Toni Elias, primo a Jerez e Le Mans con la Moriwaki, poi Iannone e la Speed Up vinsero al Mugello. Dove De Angelis conquistò i primi punti stagionali, a testimonianza di come l’avvio sulla Force GP210 del Team Scot, accanto a Niccolò Canepa, fu difficile. Tra ritiri e infortuni, il miglior risultato fu il decimo piazzamento nel GP Catalunya. Poi il team venne travolto dai problemi economici e De Angelis dovette cambiare: prima sostituì Hiroshi Aoyama sulla Honda in MotoGP, andando a punti in Germania, Stati Uniti e Repubblica Ceca, poi tornò in Moto2, sulla MotoBi. E il debutto avvenne proprio a Misano, per sostituire Yusuke Teshima che a sua volta aveva rimpiazzato Mattia Pasini "dopo che in TV - ricorda De Angelis - non fu esattamente tenero parlando della moto".

La tragedia di Misano ebbe un impatto emotivo fortissimo per Alex, che riuscì a risollevarsi soltanto a partire dalla trasferta extra-europea. Dal Giappone in poi, il sammarinese fu persino il migliore della Moto2: nei cinque GP finali, nessuno prese più punti rispetto ai suoi 84.

Un cambio di marcia simboleggiato dai podi in Malesia (secondo) e Portogallo (terzo) e dal successo a Phillip Island, lieto fine di un weekend che ebbe anche qualche brivido. Colpa di un grattacapo che il team Japan Italy Racing di Gianluca Montiron dovette affrontare: "Eravamo molto preoccupati - ammette Alex - perché nelle gare precedenti avevamo avuto grossissimi problemi con il consumo della benzina, arrivavamo sempre con il serbatoio vuoto. In Giappone, addirittura, gli ultimi due giri la moto faceva i vuoti perché su quel tracciato c’erano tante frenate e ripartenze quindi quel poco di benzina che avevo, sballottava nel serbatoio dando problemi di pescaggio. Per cercare una soluzione, mettemmo delle piccole barriere di alluminio all’interno del serbatoio ma non avevamo risolto il problema. In gara c’era quindi la paura che la moto iniziasse a fare dei vuoti, per fortuna la modifica funzionò".

A giocare a favore di Alex fu il circuito, nel quale avrebbe rivinto nel 2011: "Phillip Island il mio tracciato preferito - spiega - assieme al Mugello. Mi piacciono le curve veloci e Phillip Island ne è la patria. Per me è la pista perfetta".

La MotoBi lo faceva sentire a suo agio e gli permetteva di girare davvero forte. Il primo posto in Australia addolcì un periodo amaro, anche perché la Moto2 non era esattamente nei suoi piani: "Ero deluso - racconta il sammarinese tornando a quel periodo - scendevo da una MotoGP e la Moto2 sembrava rotta, da quanto andava piano. Capii soltanto dopo che come categoria fu più azzeccata di quanto la gente non pensasse. Devo dire che se dalla MotoGP fossi tornato in 250 avrebbe avuto meno senso. In ogni caso la MotoBi, per come guidavo io, era super competitiva". 

Al punto da affermare: "Ho il rimpianto di non essere partito da inizio stagione con quella moto. Elias vinse il Mondiale, ma nelle ultime gare sulla MotoBi ottenni i risultati utili per lottare per il titolo. Titolo che mi manca, non ho mai vinto il Mondiale e forse quell’anno sarebbe stato quello giusto".

Ritorno al futuro, 2010: la nuova era della Spagna