Non è la prima volta che un Gardner guida la classifica generale di un Campionato del Mondo, ma si tratta comunque di una novità. Se in passato infatti era stato Wayne, una delle icone dell’epoca d’oro della 500 a cavallo tra gli anni ’80 e ’90, oggi a rappresentare con successo la famiglia Gardner nel mondiale è il figlio Remy, che dopo alcune stagioni in chiaroscuro sembra davvero pronto a brillare.

La genesi

Come tutti gli australiani in cerca di fortuna nel mondo delle duo ruote, anche la storia di Remy inizia con un precoce trasferimento in Europa, per la precisione all’età di 13 anni, quando Gardner lascia la sua Australia per stabilirsi in Spagna. L’ovvia conseguenza di tale decisione è l’approdo al CEV, che arriva nel 2013 in Moto3.

La prima stagione non regala particolare soddisfazioni, ma nella seconda (disputata come la precedente con il team Laglisse) ecco arrivare il primo podio, ossia un terzo posto in quel di Albacete. Un piazzamento che gli permette di concludere l’annata in nona piazza, davanti al futuro campione Moto3 Albert Arenas e dietro ad alcuni futuri rivali come Nicolò Bulega, Jorge Navarro e Fabio Quartararo, in quegli anni dominatore della categoria.

I passi avanti mostrati nel 2014 gli permettono anche di debuttare nel mondiale, disputando due gare come sostituto ed una come wild card, ed ottenendo alla terza apparizione (a Sepang) il suo primo punto mondiale grazie alla 15° piazza.

L’approdo tra i grandi

Se nel 2014 Remy assaggia il palcoscenico mondiale, nell’anno seguente ecco arrivare la prima stagione completa, come portacolori del team CIP insieme a Tatsuki Suzuki. L’annata non si sviluppa nel modo migliore, anche a causa di una Mahindra non particolarmente brillante, e si conclude con soli sei punti conquistati, grazie quasi esclusivamente al 10° posto ottenuto nel GP di casa in Australia.

Quel 2015 poco fortunato è il prologo di tre annate altrettanto complicate. Il 2016 infatti si apre senza una sella per Remy, che torna nel mondiale solo al GP di Barcellona, sostituendo (senza grande fortuna) in pianta stabile Alessandro Tonucci nel team Tasca. L’anno successivo invece si apre la parentesi biennale griffata Tech 3, altrettanto deludente a causa di infortuni e di una Mistral tutt’altro che fulminea.

L’inizio della svolta e la maturazione

Arrivati a questo punto, la storia di Gardner nel mondiale sembra oramai prossima a terminare prima del tempo, ed invece no. Il 2019 è l’anno del passaggio nel team SAG, che finalmente gli affida una performante Kalex, con la quale Remy conquista il suo primo podio (2°) già al secondo appuntamento stagionale in Argentina, dopo la quarta piazza ottenuta in Qatar. Un inizio folgorante, che cede però rapidamente il passo all’irruenza dell’australiano, che colleziona sette ritiri e soli due ulteriori piazzamenti in top ten.

Al di là dei numerosi ritiri, si inizia ad intravedere del talento nel figlio d’arte, che si schiude nell’annata successiva. Il 2020 infatti per Gardner è l’anno della prima vittoria, ottenuta nell’ultima GP dell’anno a Portimao, ma soprattutto di una prima forma di costanza, che nonostante tre ritiri gli permette di chiudere la stagione al sesto posto, tra i protagonisti della Moto2.

La metamorfosi del bruco in farfalla sta per avvenire, e viene intercettata da Aki Ajo, che lo porta nel suo team per dare la caccia al titolo. Nei primi tre appuntamenti della stagione in corso Remy ha sorpreso, non tanto per la velocità già dimostrata, quanto per la maturità: in tre gare ha conquistato tre podi, attaccando (Portimao) ed accontentandosi nel momento giusto, e meritandosi la vetta del mondiale. Ovviamente davanti all’australiano ed a tutti i suoi rivali vi sono ancora un alto numero di gare, ma una cosa è certa: il figlio d’arte è ufficialmente esploso, e tutti ci dovranno fare i conti.

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