VERONA - Il figlio di Antonio Arbolino, battezzato con lo stesso nome del padre poi abbreviato in “Tony”, era il più piccolo della folta compagnia di amici intenzionata a conquistare la grande e tanto desiderata metropoli. Distante alcune manciate di chilometri dalla piccola Garbagnate, troppi da affrontare a piedi. Per i ragazzini di quel paesotto situato nella provincia di Milano c’erano quindi due soluzioni teoricamente efficienti per raggiungere il Duomo. Il treno, ma era “uno sbattimento”. Oppure l’autobus numero 560, ma impiegava quasi 50 minuti, ed era lento, dannatamente lento e stipato. Sarebbe stato bello guidare una macchina, ovviamente non consentita a minorenni come loro. La moto era un’ipotesi pure migliore, anzi, ideale. Vi immaginate come la gente vestita elegante e i passanti tutti indaffarati e di corsa avrebbero osservato con ammirazione? Che figata!

Però a Tony non interessavano le due ruote lasciate ferme davanti ai negozi, tra traffico e caos. In sella a una moto, lui sognava di gareggiare e diventare un corridore professionista. Gli altri sport non lo attiravano proprio e quel desiderio di competizione rappresentava il primo elemento che contraddistingueva Arbolino dal resto della compagnia: "La strada da percorrere, specialmente agli esordi, era difficile, complicata - racconta il pilota della Honda Snipers – se avessi voluto giocare a pallone come facevano i miei amici, non avrei avuto problemi. Tuttavia, io volevo fare altro, qualcosa che ritenessi 'mio', speciale. Sin da piccolo, desideravo andare in moto, ma nella mia zona non si poteva. Però, da buon cocciuto quale sono e con certi obiettivi in testa, dovetti trovare il luogo e il modo per andare a girare in pista".

Non c’era modo per iniziare una carriera dalle tue parti?

"Fondamentalmente no, potevo soltanto guidare la Minimoto in qualche kartodromo. Oppure, attendere la maggiore età per usare la moto per strada. Queste soluzioni non mi allettavano, perciò lasciai i miei amici all’oratorio e in piazza e cominciai il mio viaggio in Emilia-Romagna, posto ideale per me, non troppo distante per chi parte da Milano, e ben servito: circuiti, team, infrastrutture e tutto ciò che un aspirante pilota sogna. Individuata la 'location', trovai anche il complice". 

Chi?

"Mio padre. Dopo la scuola, io e papà partivamo. Lui guidava il camper e io gli stavo a fianco. I nostri fine settimana erano costituiti da viaggi, box, moto e avversari da sfidare in circuito".

La metropoli era lontana. Non ti mancavano casa e amici?

"Cominciai il mio viaggio un po’ a malincuore. Mi piaceva stare in mezzo agli amici, infatti fu un grosso sacrificio rinunciare alla mia compagnia. Lo sforzo è stato notevole ma, guardandomi indietro, capisco che la scelta ha determinato la differenza tra ambire di fare una cosa e farla per davvero. Sono cresciuto in un regime di impegno e porto avanti questo atteggiamento: per emergere, ho dovuto salutare il posto in cui vivevo, casa mia, gli amici e tutto il resto. Questo mi è costato sofferenza e senso di lontananza dalla periferia milanese". 

Il paddock è come una piccola città. Porti con te insegnamenti della vita extraurbana?

"Sì, molti insegnamenti. Essere un ragazzo di periferia significa avere standard diversi da quelli cittadini, dove si è più serviti, agiati e con condizioni più facilitate. Posso dire che la mia adolescenza mi ha 'sgamato', cioè smaliziato. Crescere ai bordi di una metropoli come Milano ha sviluppato in me percezioni e colpo d’occhio notevoli, qualità utili anche nel paddock del Motomondiale. Il mio percorso mi ha portato ad aver attenzione a tutto, credo di saper capire di primo acchito le persone, adeguando il mio atteggiamento. Conservo parecchi ricordi dell’infanzia, tutti intensi. Quando non andavo a girare in moto, ero in strada. Ho provato l’esperienza e ritengo che la vita di periferia non sia per niente facile. Meglio la moto". 

Cosa rappresenta la moto?

"So che rimanere in quell’ambiente non sarebbe stato facile, per me. Quindi la moto è la mia salvezza. Amo la moto: ammirarla, guidarla, lavorarci sopra per poi andare forte. Dedico tutto me stesso alla moto, con in testa l’obiettivo di migliorare sempre. Per andare avanti in questo sport occorre essere bravi anche nel sopportare la pressione".

Qual è il segreto per resistere?

"Il mio è la grande preparazione. Più mi preparo, meno avverto la pressione". 

In questo aspetto Jorge Lorenzo era forte. Ora, da tuo compagno di allenamenti, che consigli ti dà?

"Quando mi avvicinai a Jorge, notai immediatamente quanto e come si allenasse, pazzesco. Lorenzo dedicava quasi tutto il suo tempo al motociclismo. Al mio debutto in Moto3, mi impegnavo parecchio, ma lui almeno il doppio. Rimanere a fianco di un campione come lui è stato un onore, un insegnamento, un... tutto! Le sue parole e i suoi consigli erano e sono ancora fondamentali: 'Tony, devo lavorare duro. Sempre. Tutti i giorni. Perché Jorge faceva così e vinceva'. Me lo ripeto sempre". 

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Come hai preso il ritiro di Lorenzo?

"Mi dispiace che Jorge abbia detto basta con la MotoGP, perché era il mio idolo, ma rimane un amico. Credo abbia riflettuto tanto, prima di ritirarsi, ma adesso si sta, giustamente, godendo altri aspetti della vita. E comunque è tornato in sella nei test".

Già nel 2018 eri il più veloce sul giro secco e, forse, nel 2019 eri il più veloce della griglia Moto3. Cosa ti è mancato per vincere il titolo?

"Parlo al plurale. A noi del Team Snipers è mancata l’esperienza accumulata dal Team Leopard di Lorenzo Dalla Porta. Loro hanno meritato la vittoria finale, intendiamoci, ma aggiungo che noi avremmo dovuto essere più freddi in alcuni frangenti dei GP. Saremmo dovuti arrivare alla risoluzione dei problemi con maggiore rapidità. Con un pizzico di fortuna in più e meno sfiga, avremmo fatto meglio. Anche se poi ci penso su, e dico che fortuna e sfortuna non esistono. Al netto di tutto, penso che in Leopard siano stati più costanti di noi nell’arco di un’intera stagione. Dalla nostra, so che ogni elemento della squadra ha dato tutto, il 120 percento da parte mia, in tutti i weekend del campionato 2019, nel quale non sono mancati gli errori". 

Gli errori servono per imparare.

"Certo, dalle gare brutte siamo usciti portando a casa idee e soluzioni nuove. Del resto, Dalla Porta e Leopard hanno approfittato di alcuni 'zero' da parte nostra, ecco perché proveremo a trarre insegnamenti da quei momenti difficili. I GP negativi sono stati più utili di quelli buoni e questo potrebbe aiutarci durante la stagione che sta per cominciare". 

L’obiettivo è il titolo, che ti renderebbe il primo Millennial iridato nel Motomondiale?

"Siamo qui perché vogliamo cogliere risultati importanti, rimanendo costantemente al top". 

Voci insistenti ti davano in Moto2 nel 2020. Perché hai rinunciato?

"Sì, potevo passare in Moto2 già quest’anno. Avevo tante richieste per correre nella categoria di mezzo ma le ho declinate. Preferisco dedicarmi ancora alla Moto3, per un’ulteriore stagione. Non sono ancora pronto per il passaggio di categoria, ho 19 anni, la cosa è più grande di me. In questo momento, è così, più avanti non lo sarà. Dico questo, perché voglio arrivare preparato al salto, il che significa andare veloce anche in Moto2 e provare a vincere le gare".

Sei la prima punta italiana della Moto3 in questo 2020. La cosa ti carica o ti responsabilizza eccessivamente?

"Non sento eccessiva pressione. Come ho detto, ho lavorato sodo per rimanere concentrato al 100 percento delle mie capacità sull’obiettivo da centrare, ovvero vincere. Sono carico e pronto alla sfida, il 2020 è un anno importante, nel quale desidero mettere a frutto ogni dettaglio vissuto nel mio percorso della carriera. Sarebbe bello tornare a casa con qualcosa di importante da dedicare alla famiglia e agli amici". 

A Garbagnate e dintorni cosa pensano di te?

"Gli amici con cui sono cresciuto, sono tali anche oggi. Sono rimasti i migliori, con me. Mi trovo spesso in giro per il Mondo, risiedo a Lugano, ma ogni tanto vado a casa. Quando ritorno nel posto della mia infanzia, provo a dedicare un po’ di tempo alle persone con cui sono cresciuto. So che loro mi vogliono bene e io provo la stessa cosa per loro. A casa mi sento a... casa. Non è facile rimanere lontano per mesi interi, ma io non ho lasciato la periferia milanese a tempo perso. Ho dovuto salutare le mie radici e cambiare vita, ma l’ho fatto perché volevo correre nel Motomondiale. Correre per provare a conquistare il titolo".

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