Tra Chiba, dove è nato e dove risiede la sua famiglia, e Coriano, dove ha trovato la sua nuova dimensione, la distanza supera i 9500 chilometri, con sette ore di fuso orario di differenza. Eppure Tatsuki Suzuki si trova a proprio agio in Giappone così come in Romagna, il luogo ideale per chi ha sempre sognato di vincere nel Motomondiale. E per farlo, lui ha sacrificato tutto, con una scommessa che mette i brividi soltanto a sentirla: "A 15 anni lasciai il Giappone perché, se volevo correre nel Mondiale, l’Europa era il posto giusto: mi trasferii in Francia, da solo, senza sapere alcuna lingua straniera. Il primo anno non fu semplice, ora va molto meglio". Già, ora l’italiano è perfetto - arricchito dallo slang riccionese - e l’ambientamento dal “secondo babbo” Paolo Simoncelli è stato ideale. In Romagna, poi, Tatsu ha trovato anche l’amore, con Anna, e il desiderio è che il matrimonio (imminente?) si concretizzi assieme all’obiettivo sportivo: "Il titolo mondiale, Jerez ha confermato che in ballo ci siamo anche noi. L’ho capito riguardando la gara: l’ho fatto per “cazzeggiare”, e ho finito per emozionarmi". 

Sei passato dal rimprovero di Paolo Simoncelli al successo nel secondo GP di Jerez. 

"Tra i due GP mi sono nascosto, perché non lo sopportavo più (ride)! Ogni volta che ci incrociavamo, mi ricordava quanto fosse andata male la prima gara. L’avevo capito subito, ero dispiaciuto: mi aspettavo di più dopo la pole, l’obiettivo è sempre pensare in grande. La lavata di capo, però, ha sortito buoni frutti. E in fondo Paolo ha ragione: conosce il mio potenziale, sa che posso fare certe cose, lui è come se fosse mio babbo. E comunque la prima gara è servita a qualcosa". 

A cosa?

"Se non fosse finita così male, non avrei avuto l’atteggiamento aggressivo del secondo GP, ero arrabbiato".

Hai detto che è stata la tua vittoria più bella. 

"Sì, perché in questa Moto3 è difficile vincere imponendo il ritmo e la strategia, lasciando agli altri preziosi riferimenti. A 10 giri dalla fine non ce la facevo più, sembrava una corsa infinita, ma avevo fiducia, perché girare così forte mi ha tranquillizzato, e allora ci ho provato fino alla fine. È stata dura, la Moto3 non è fatta per le gare lineari, è una classe divertente da vedere, molto meno da disputare...". 

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Avete cambiato molto sulla messa a punto tra le due gare?

"Abbiamo cambiato un po’ la direzione, perché fino a Jerez 1 eravamo molto forti su giro secco, infatti ho fatto il record della pista a 40 gradi. Per Jerez 2 abbiamo puntato su cose diverse, per avere più costanza e per poter mettere in pista quell’aggressività e quella “ignoranza” che servono in Moto3". 

Quanto eri arrabbiato dopo i primi due GP, quando non eri riuscito a concretizzare le pole position?

"Tanto. Perché mi piacciono gli orologi che ti danno per la pole, ma le coppe sul podio sono meglio...". 

Il Mondiale si può vincere?

"Il nostro obiettivo è quello. Noi corriamo per vincere il Mondiale, è bellissimo vincere le gare, ma l’obiettivo è il titolo". 

Quanto serve la costanza?

"È importante, ma in Moto3 se hai la possibilità di prendere qualcosa in più, ci devi provare, perché le gare sono così serrate che con un solo sorpasso puoi guadagnare tanti punti. Poi ammetto che quando sono lì e non riesco a vincere, mi arrabbio (usa un’espressione più colorita, nde)". 

Albert Arenas, leader iridato dopo aver vinto i primi due GP, è il grande avversario, oppure vedi Tony Arbolino o qualcun altro?

"Vedo bene Arenas, che ha sei punti più di me, ma anche Ai Ogura, che è stato sfortunato a Jerez 2, lo stesso John McPhee non l’avevo mai visto così forte in Spagna. E poi Darryn Binder, che nell’ultima gara è stato sorprendente, partendo 25° e chiudendo quarto. Sta facendo rimonte incredibili nei primi giri, ed è una dote che io non ho: lui sta andando forte e comunque è sempre imprevedibile". 

Incredibile è anche la tua storia: da adolescente ti sei trasferito da solo in Francia, per diventare pilota. 

"Ho ereditato la passione da mio padre, che non ebbe le possibilità di correre. Quando sono nato io, mi ha messo sulla moto. Da adolescente sono arrivato in Francia da solo, senza parlare la lingua: senza il sogno di diventare campione del Mondo avrei rinunciato presto. Quando mi sono trasferito in Europa, in Giappone il percorso verso il Mondiale era più difficile: ora ci sono tante possibilità di correre nelle formule promozionali grazie al supporto della Honda, con l’Asia Talent Cup. Ai tempi per diventare un pilota da Mondiale dovevi trasferirti. Decisi di provarci, con l’idea di correre nel CEV, che era un piccolo Mondiale: avrei fatto esperienza e imparato l’inglese, avrei appreso il metodo di lavoro di un team in Europa. E soprattutto avrei imparato a vivere da solo, a cavarmela da solo. È stata una scelta rischiosa ma è stata giusta. Il primo anno è stato durissimo, uno shock culturale, la vita con i miei in Giappone era comoda, ma oggi vedo i benefici".

Quando hai incontrato Paolo Simoncelli?

"Nel 2016, quando ha vinto a Jerez con Arbolino nel CEV. Stava preparando l’approdo nel Mondiale con Tony e cercava un secondo pilota. Io ero già da due anni nel Mondiale con la Mahindra e cercavo una sistemazione più competitiva. Tutto è nato in quel weekend in cui ha vinto la prima gara, si vede che era un momento propizio... E poi Jerez è una garanzia per Simoncelli: ci vinse Marco, poi ha trionfato il team con Niccolò Antonelli e poi con me". 

È vero che per il 2020 avevi rischiato di cambiare team?

"Avevo ricevuto offerte interessanti, perché ero andato forte l’anno scorso, con la prima vittoria a Misano. Ma ho riflettuto e mi sono detto: 'qui mi trovo bene, ho avuto tanto, sono già competitivo, ripartire da zero non conviene'. Ho scelto di rimanere e sono contento di averlo fatto".  

Cosa rappresenta Paolo Simoncelli per te?

"Paolo è tosto, non è facile stare con lui, è esigente. Però è una persona tanto appassionata, sinceramente non so come abbia fatto a tornare in pista dopo quanto successo a Marco. Io non ce l’avrei fatta, lo ammetto. Lui ha avuto questa grande forza, ha riportato nel Mondiale il nome di suo figlio, e io sento questo valore, c’è un qualcosa di speciale qui, un’energia diversa. Non mi posso permettere gare anonime, c’è il nome di Marco Simoncelli qui, serve dare il massimo". 

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Cosa significa avere il SIC, nel box, sulla moto?

"Nel box siamo concentrati sul lavoro, come tutti gli altri team. Quando però fuori dici “sono un pilota di Simoncelli” senti che ha un altro peso, ha un altro valore". 

In giappone avete vissuto le tragedie di Shoya Tomizawa e prima di Daijiro Kato: c’è stato lo stesso tipo di emotività?

"Io ricordo bene Shoya, mi allenavo con lui perché ero nel junior team della squadra in cui correva. Di Kato ricordo poco, invece, ero piccolo, ma quella della sua scomparsa fu la prima gara di MotoGP che vidi. Non c’è stata la stessa emotività, perché la passione per le corse che c’è in Italia è nettamente superiore rispetto al Giappone, dove pure ci sono grandissime Case e ci sono stati piloti di alto livello".

È un momento importante per i piloti giapponesi: tu e Nagashima siete in lotta per il Mondiale, lo stesso Ogura sta brillando, e in MotoGP Nakagami è in ascesa.

"L’invasione è appena cominciata, secondo me. Ci sono le formule promozionali che aiutano, hanno creato la strada giusta per arrivare al Mondiale, se vinci e fai bene la Honda ti porta nel Mondiale, e quindi i ragazzi sono più motivati, c’è maggiore partecipazione e così si alza anche il livello". 

Chi è il più grande pilota per questa generazione di giapponesi?

"Daijiro Kato, un campione, un fenomeno vero, poi Norick Abe, un personaggio meraviglioso, e Tetsuya Harada. Sono loro gli eroi per la mia generazione. Da piccolo amavo la 250, anche se, da pilota di Minimoto, come tutti volevo imitare Valentino Rossi". 

La 250 non c’è più, ma c’è quella Moto2 a cui potresti ambire. 

"Punto alla MotoGP, e per arrivarci si passa dalla Moto2. L’obiettivo per il 2021 è salire in Moto2, ma prima devo fare bene in Moto3. Le premesse per una buona stagione ci sono. Altrimenti Paolo mi rimanda a casa (ride)". 

Riesce difficile crederlo, ormai sei il più riccionese tra i piloti del Mondiale.

"I miei ogni tanto si preoccupano, sentendo che parlo l’italiano con più facilità rispetto al giapponese. Sto con loro pochi giorni l’anno, però sono contenti perché mi vedono felice".

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