Febbraio è il mese dell’amore ma anche del divertimento: si festeggia San Valentino e si celebra il Carnevale. E a lungo per gli Enduristi febbraio è stato il mese in cui amore per la moto e piacere di guida si fondevano nell’Hell’s Gate. La creatura di Fabio Fasola, la cui ultima edizione si è disputata nel 2018, ha visto la luce il 7 febbraio 2004, ma la sua genesi va fatta risalire alla notte tra il 22 e il 23 settembre 2003. Quel giorno i telegiornali e i siti Internet raccontavano del tifoso del Napoli, morto all’ospedale per le ferite rimediate durante il derby di serie B con l’Avellino. Fasola inconsciamente andò nella direzione opposta: una competizione che mettesse sullo stesso piano professionisti e appassionati, tutti uguali di fronte alla fatica, e nella quale il pubblico avrebbe alzato le mani soltanto per aiutare i concorrenti.  

Quella notte Fasola ebbe l’intuizione: "Volevo una gara come quelle di una volta, quando l’Enduro si chiamava Regolarità e si praticava sulle mulattiere. Quelle erano gare dure e volevo recuperare quello spirito, riproducendo qualcosa di difficile, che facesse soffrire". L’ispirazione fu la Gilles Lalay Classic, nata nel 1992 per onorare la memoria del transalpino, morto poche settimane prima alla Parigi-Dakar, tre anni dopo averla vinta. Pur autodefinitasi “La corsa più dura al Mondo” la Gilles Lalay Classic era democratica: molti riuscivano a finirla, anche se con ritardi enormi.  

Fasola ne copiò alcuni elementi, salvo impreziosirla con una location suggestiva (la tenuta de Il Ciocco, in provincia di Lucca) e con una seconda fase ancora più tosta, come dichiarò alla presentazione: "Hell’s Gate sarà una lunghissima giornata di inferno, dall’alba alla notte, senza tregua, in un confronto diretto impietoso con gli avversari e contro l’esaurirsi delle energie. Al vincitore andrà un assegno di 8000 euro". Alla fase eliminatoria della gara, su un tracciato simile a quelli dell’Enduro di una volta, Fasola aggiunse una fase finale in linea, dopo pranzo, con partenza in linea, stile Supermotard, su tre giri, i tre gironi dell’inferno dantesco. Ciascuno di questi conteneva infatti una serie di passaggi in apparenza insuperabili che hanno fatto la storia.  

In primis la Cascata, una discesa verticale di quattro metri su una grata sotto la quale scorre una piccola cascata, su cui negli inverni più freddi si sono formate delle stalattiti. Poi il Laghetto, una mulattiera non più larga di un metro e lunga una quindicina di metri con pendenza vertiginosa e terreno sassoso. Quindi il Salamandra Creek, un lungo torrente in piena, viscido e in ombra da percorrere in salita. Infine il Fosso del Fontana, una salita in mezzo a una pineta che ricorda l’Est Europa, con due scalini enormi ricoperti di sassi e muschio.  
 
Per complicare il tutto, ulteriormente, vennero stabiliti dei distacchi massimi dal pilota in testa, tempi da rispettare per rimanere in corsa. Ostacoli temporali che, con il passare dei giri, falcidiavano il numero dei partecipanti. Questo spiega perché in tre edizioni, nel 2010, 2011 e 2014 soltanto in due tagliarono il traguardo. Nel 2004 invece ce la fecero soltanto David Knight, vincitore, Bartosz Oblucky e Mario Rinaldi.  

E proprio il finale fu l’elemento caratteristico della Hell’s Gate. "La gara si chiude con una salita impossibile - raccontava Fasola - una sorta di porta nella nebbia, al freddo, una porta dell’inverno. Da lì l’ho traslata in 'porta dell’inferno'”. Cioè uno strappo di un centinaio di metri, con pendenza fino all’80 percento, che porta all’Hell’s Peak, la fine alla contesa. Raramente i piloti sono arrivati in cima con le proprie forze e per questa ragione, specie negli ultimi tratti, venivano aiutati dal pubblico (sopra): dalla vetta venivano allungate delle cinghie da agganciare alle moto per rimorchiarle in alto. L’Hell’s Gate ha fatto emergere piloti poi diventati icone dell’Enduro estremo e ha regalato agli appassionati attimi che vengono tramandati di generazione in generazione. Altro che scene infernali.