È l’autore di un’impresa incredibile. Nicola Dutto è stato il primo pilota paraplegico a raggiungere in moto il Lago Rosa di Dakar dopo quindici giorni di maratona nel deserto. Quando è tornato nella sua Beinette, a pochi chilometri da Cuneo, è stato festeggiato in grande stile. E soltanto allora si è reso conto di aver compiuto un’impresa. Campione europeo Baja nel 2008, Dutto ha perso l’uso delle gambe in un incidente nel 2010. Ma due anni dopo era già tornato in sella alla sua KTM.  

Dopo aver abbandonato la scorsa Dakar per un’incomprensione con l’organizzazione aveva un conto aperto con i rally. E nell’Africa Eco Race è arrivato al traguardo, quarantasettesimo su quasi 100 partecipanti.  

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Come ci si prepara per una gara del genere? 

È un grosso stress: quando decidi di partecipare cominci già a essere sotto pressione, per preparare le moto, montarle, testarle… faccio tutto io, con il mio reparto corse. Arrivi alla gara già stanco! Sul palco di partenza di Montecarlo non vedevo l’ora di arrivare nel deserto e di pensare soltanto a guidare, che è la parte divertente dell’avventura".  

Come ti senti quando sei in sella? 

"Quando sono in gara mi godo in pieno la sensazione di libertà delle due ruote. Poi è chiaro che mi impegno a guidare: nelle parti veloci del Marocco o nella sabbia della Mauritania è stata tosta, ma è la parte bella della mia vita. È stata un’avventura di 15 giorni e ho vissuto ogni momento con immenso piacere".  

Com’era il clima? 

"È lo spirito giusto dei rally, è quello che cerco e che ho trovato nelle Baja in Spagna e in California. E poi la sera al bivacco c’era un clima speciale: siamo andati sempre d’accordo, anche nei momenti più incasinati e duri.Vi racconto un aneddoto: con noi è venuto un mio amico, Massimo Camia, uno chef stellato che ha un ristorante a Barolo: da giovane correva nell’Enduro e gli piace dare una mano. Più di una volta mi sono ritrovato nel deserto con le molle delle sospensioni scariche e non riuscivo a capire perché. Poi una sera al bivacco abbiamo scoperto che era lui, che metteva le ghiere a zero per arrivare a lavorarci con il cacciavite, ma poi si dimenticava di ricomprimerle…".  

Cucinava lui? 

"No, però ci ha portato delle specialità, dalla breasola al formaggio grana".  

Qual è stata la giornata più difficile?

"La penultima tappa: abbiamo rotto le due moto, la mia e quella di Julian (Villarubia, uno dei suoi ghost riders, nde). Un po’ come era successo alla Dakar. Ho temuto di non arrivare al Lago Rosa. Ho dovuto lasciare Julian nel deserto ad aspettare il camion-balai e sono rientrato con l’auto dei medici. E’ stato il momento più stressante, ma si è risolto con un grosso aiuto da parte dell’organizzazione. Però abbiamo lavorato tutta la notte per sistemare le moto (quella di Nicola aveva la sabbia negli iniettori, quella di Julian aveva lo statore fuso, nde)".  

E il momento più bello? 

"L’arrivo sulla spiaggia del Lago Rosa: Julian e io eravamo un po’ in ritardo, gli altri stavano già facendo le foto e ci siamo messi in disparte perché io non potevo scendere dalla moto. Il Bottu (Alessandro Botturi, nde) si è accorto che eravamo lì e sono venuti a prenderci. C’era tanto pubblico e gente che piangeva per l’emozione!".  

Il tuo obiettivo era soltanto arrivare al traguardo, ma il tuo risultato finale è stato positivo.  

"C’è l’uomo che dice 'sei qui che sei su una sedia a rotelle, che ti frega dei risultati, l’importante è che arrivi', ma in gara esce il pilota che guarda i tempi. Sapevo che sarebbe stata dura, senza scendere dalla moto per cinque-sei ore, perché le tappe non erano mai sotto i 400 km. Dopo le prime tappe eravamo tra i primi 25-30. Poi sono capitati problemi tecnici, ma il quarantasettesimo posto finale è buono, abbiamo dimostrato che ci possiamo difendere. E secondo me il risultato è arrivato anche perché sono andato con l’obiettivo soltanto di divertirmi".  

E i tuoi “angeli custodi”, come sono andati? 

"Sono stati i numeri uno! Con Julian Villarubia ci conosciamo da una vita, è il mio storico ghost rider. La bella sorpresa è stato Stefano Baldussi, che ha 24 anni ed era alla prima esperienza così lunga: è sempre stato sul pezzo".  

Che emozioni ti ha dato l’Africa Eco Race? 

"Felicità pura, arrivavo la sera e non vedevo l’ora di ripartire il giorno dopo. Questo poi è un anno speciale: in Africa ho compiuto 50 anni, Elena li ha compiuti poco dopo e sono passati dieci anni dal mio incidente (il 20 marzo, nde). Ci regaleremo anche la Baja Aragón a luglio, se si potrà fare per via del Coronavirus, e la Baja 1000 a novembre, attraversando la California da Nord a Sud".  

Rifarai l’Africa Eco Race o la Dakar? 

"L’anno prossimo no, perché correrò la Baja 1000 a novembre, e sarebbero troppo vicine. Però magari nel 2022 farò di nuovo la Dakar: mi piacerebbe arrivare al traguardo".  

Se dieci anni fa ti avessero detto che oggi saresti arrivato a questi risultati, ci avresti creduto? 

"No. Avrei detto che era impossibile anche soltanto risalire in moto".  

Come ci sei riuscito? 

"Con la forza di volontà e l’allenamento. Devi affrontare le tue paure, per superarle. Pian piano cresci nella consapevolezza che puoi fare una gara, e arrivare al traguardo".  

L’Africa Eco Race cosa ti ha lasciato? 

"È come essere in una morsa che pian piano si chiude: se non vuoi farti stritolare devi essere forte mentalmente e fisicamente. Se ne esci, torni a casa arricchito, più convinto delle tue possibilità e molto più sereno". 

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