Edi Orioli ha disputato la sua ultima Dakar nel 2007, ma quando racconta le sue imprese sembra che abbia corso ieri la sua ultima speciale. Ricordi forti, indelebili, grandi emozioni. Del resto già alla sua prima Dakar, nel 1986, vinse una tappa e si piazzò sesto. Soltanto due anni dopo era già sul gradino più alto del podio finale, primo italiano ad aggiudicarsi la gara africana. Un successo replicato altre tre volte per un poker ottenuto con Honda, Cagiva (due volte) e Yamaha. Più di lui, tra le moto, hanno vinto soltanto Peterhansel, a quota sei, Neveu, Despres e Coma, a cinque. Ma Orioli ha corso e vinto anche in macchina, nei rally e in pista, e le sue ultime Dakar sono state su quattro ruote. "Se avessi messo il sedere su una macchina giusta sarei andato anche in Arabia Saudita. Ma alla fine sono contento delle scelte che ho fatto. Ho rischiato, ho vinto e sono ancora intero" dice senza mezzi termini.  
 
A proposito di rischio, alla Dakar si continua a morire, quest’anno è toccato a Paulo Gonçalves.

"Non mi stupisco più. Mi sorprende invece che mi chiami Raiuno quando muore qualche pilota alla Dakar. Non capisco perché se se marito e moglie muoiono in un’escursione sulle Alpi Apuane nessuno commenta, mentre se un pilota muore alla Dakar sono tutti pazzi, è una strage, è una gara-massacro. È chiaro che mi dispiace… Poteva succedere anche a me, ma fare la Dakar in moto è come giocare alla roulette russa: se cadi e ti va bene ti spacchi almeno un femore o una clavicola. Mi sono rimaste impresse le parole che disse Thierry Sabine al mio primo briefing, nel 1986: 'Io vi porterò fino alle porte dell’avventura, ma starà a voi aprirle e sfidare il destino’. Quando fai una gara del genere destino lo sfidi, e questo vale anche per i più bravi". 

Una gara tanto pericolosa quanto affascinante, potremmo dire?

"È un marchio a fuoco, e come tale scotta, può far male, e lo devi sapere prima di partire. Quando correvo in moto forse nemmeno io mi rendevo conto, ma ero affascinato dal fatto di partire a ogni tappa per mete sconosciute. Come Timbuctù, che poi quando arrivavi vedevi quattro case e due cammelli, ma sapevi di essere all’altro capo del Mondo. Io sono rimasto folgorato da queste gare. Già la partenza, a Parigi era un’emozione unica. È difficile spiegare cos’era Capodanno sotto la Torre Eiffel: c’erano milioni di persone in giro alle sei di mattina, più quelli che venivano a vedere noi. E poi si facevano più di 1000 km in moto in Francia per raggiungere il traghetto, e a ogni rotonda la gente ci aspettava e ci acclamava. Irripetibile!". 

Sei stato l’unico a vincere la Dakar con la Cagiva. 

"All’inizio non ero molto felice del passaggio dalla Honda, poi con le indicazioni che ho dato abbiamo fatto una moto praticamente nuova. Ipotecammo la vittoria nel 1990 con qualche giorno d’anticipo, conquistando una speciale difficilissima da Agadez a Termit. Avevo navigato bene, avevo rischiato dove c’era da trovare una pista e arrivai con più di un’ora di vantaggio. Roberto Azzalin, che mi accusava sempre di essere filo-giapponese perché prima avevo vinto con Honda, mi accolse con un abbraccio: 'Hai fatto una tappa come quelle che faceva Fausto Coppi sullo Stelvio', mi disse. Fu una doppia soddisfazione, moto e pilota italiani. Battemmo i francesi e realizzammo il sogno che alla Schiranna avevano accarezzato con Hubert Auriol (che nel 1987 si era fratturato entrambe le caviglie quando era in testa con la Cagiva, nde). Tornato in Italia, la festa fu pazzesca, e mi portarono in elicottero da Milano a casa. Atterrammo nel campo sportivo di Ceresetto di Martignacco, mi vergognai di quell’arrivo trionfale, perché in fondo sono un timido…". 

Perché hai scelto di smettere?

"Avevo alle spalle 19 Dakar ed ero già passato alle auto. L’ultima esperienza è stata con l’Isuzu Europe. Non avevo una macchina performante per misurarmi contro Peterhansel e Roma e questo mi ha infastidito. Ma non è colpa di nessuno: loro hanno trovato sponsor, io ero a un passo dalla Volkswagen ma non è andata in porto e correre da privato non mi motivava".

Oggi c’è anche l’Africa Eco Race. Se dovessi tornare a correre, la preferiresti alla Dakar saudita?

"Non trovo piacevole che si corrano due gare nello stesso periodo, ma applaudo gli organizzatori della Eco Race, perché hanno avuto il coraggio di continuare a farla in Africa nonostante i problemi dei Paesi attraversati. Mi sarebbe piaciuto correre la Dakar, anche perché è in un Paese nuovo, anche se ci sono aspetti che non mi convincono: vedo che la sera ai bivacchi si fanno grandi feste, manca soltanto la piscina! Quando correvo io, arrivavamo alla sera sconvolti e ci sedevamo per terra a mangiare un panino che non sapevi neanche cosa c’era dentro. Oggi manca un po’ quello spirito di avventura, ma mi rendo conto che non si può tornare indietro". 

Cosa fa Edi Orioli oggi?

"Lavoro a tempo pieno nell’azienda fondata da mio padre e mio zio 60 anni fa (la Pratic, nde). Io e mio fratello l’abbiamo fatta crescere e siamo leader in Italia nel nostro settore: si chiamano tende da Sole, ma oggi sono dei veri dehors per bar, ristoranti, case: pergole climatiche con pedane in legno, luci, riscaldamento, tende verticali che scendono quando il Sole è basso. Abbiamo 220 dipendenti, oltre 250 in estate, e fatturiamo 42 milioni l’anno. In inverno scio, in estate vado sulla mia barchetta. E poi esco sempre in moto con gli amici, facciamo Enduro abbastanza estremo, e ogni tanto, quando insistono, anche qualche gara, come il memorial Augusto Taiocchi, a Montecampione, sul lago d’Iseo”.

E com’è andata?

"Ho fatto il miglior tempo, ma non era quello il fine, perché era una gara di regolarità. Anche se non faccio gare da 18 anni, non sono ancora da buttar via!".

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