Da alcuni anni, Maurizio Gerini e Jacopo Cerutti sono i nostri migliori esponenti alla Dakar, soprattutto da quando il loro “padre sportivo” Alessandro Botturi ha deciso di cimentarsi, con successo, all’Africa Eco Race. Entrambi hanno tagliato il traguardo della prima edizione saudita, Gerini 20°, Cerutti due posizioni più indietro, da compagni del Team Solarys di Castiglion Fiorentino, l’unica realtà nazionale che profonde un certo impegno nei raid.

Compagni, ma di certo non analoghi: il comasco Cerutti ha l’aria del bravo ragazzo, il fidanzato che tutte le mamme vorrebbero per la loro figlia. Gerini è l’opposto, guascone e casinista, con grande propensione allo show.  

Anche in sella sono molto diversi, Cerutti guida in modo molto pulito, tanto da sembrare lento - cosa che in realtà non è - mentre Gerini ha una guida più aggressiva che aumenta di intensità tappa dopo tappa. La Dakar 2020 per Gerini era la terza, portata a termine come le altre due in cui aveva vinto per due volte la categoria Marathon (il 14° posto in Perù nel 2019 il miglior risultato). Cerutti era alla quinta Dakar, la terza portata a termine, e il suo miglior risultato rimane il 12° posto al debutto nel 2016. Li abbiamo sentiti per raccontarci la loro esperienza nella gara più dura al Mondo. 

Dakar in Arabia Saudita... che gara è stata? 

GERINI: "Abbiamo trovato una gara nuova, con una prima parte più tortuosa, navigata, con molti sassi e polvere; una seconda parte molto veloce e più sabbiosa. Non abbiamo mai trovato ostacoli insormontabili o difficoltà esagerate ma la Dakar rimane insidiosa e complicata: vedi Pavan che ha rischiato di mandare tutto in fumo a pochi km dalla fine per una brutta caduta".  

CERUTTI: "Bella ma troppo veloce per le moto, secondo me meno impegnativa soprattutto dal punto di vista fisico, ma con panorami fantastici soprattutto nella prima settimana". 

Quali sono le principali differenze con il Sud America? 

G: "Per quanto riguarda il territorio in Arabia non abbiamo mai trovato quelle dune immense che caratterizzavano il Perù e nemmeno il tanto odiato fesh fesh, mi è mancato invece il calore del pubblico che in Sud America faceva sentire chiunque una vera star. Ma anche i sauditi si appassioneranno a questa incredibile gara". 

C: "Per prima cosa il clima, molto freddo al mattino e non troppo caldo di giorno. Poi speciali parecchio più veloci e anche più navigate ma soltanto nella prima settimana di gara. Infine il pubblico che è stato ovviamente molto meno numeroso ma comunque disponibile e appassionato". 

Quali sono stati i momenti più difficili? 

G: "Non ho commesso grossi errori, sicuramente quando mi trovavo a più di 100 km da fine speciale, sentire che il posteriore mi stava abbandonando è stato un brutto colpo. Per fortuna questa Dakar ha insegnato a molti che in qualche modo si può terminare una speciale anche con il solo cerchio. Il peggio però è giunto quando, in trasferimento verso il bivacco, anche questo si è distrutto facendomi volare a terra a pelle d’orso e facendomi battere forte il polso destro, con lesioni ai legamenti. Un altro momento di immenso sconforto l’ho vissuto quando durante la mia miglior speciale di sempre, sono rimasto senza benzina mentre mi trovavo in quinta posizione. Fortuna che il pilota americano Skyler Howes è stato così generoso da trainarmi per dieci km fino al rifornimento".

C: "La seconda settimana, sia per quello che è successo al povero Paulo Gonçalves che per l’esagerata velocità delle speciali: non potevo esprimermi come volevo. E anche al secondo giorno quando sono rimasto sul cerchio e ho perso quasi un’ora".

Com’è stato il podio di Qiddiya dopo due settimane di gara? 

G: "Il podio è gioia, ricompensa per i sacrifici della squadra e miei. Lì sopra ti ripassa davanti tutta la fatica fatta durante l’anno, non soltanto per la preparazione fisica, ma per il contorno, come la rincorsa al budget necessario per questa costosa gara. Essere su quel podio per la terza volta in tre partecipazioni, è un traguardo sul quale pochi avrebbero scommesso". 

C: "Per me è stato strano rispetto al solito, quasi più un sollievo che una gioia immensa come era stato nelle precedenti edizioni. Ma sempre con grande soddisfazione". 

Le temperature rigide sono state un problema? 

G: "È stata una difficoltà: ogni mattina eravamo obbligati a vestirci quasi come palombari per poter affrontare i lunghi trasferimenti prima del sorgere del Sole. Più volte avevo talmente tanti strati addosso che non riuscivo ad alzare le braccia per indossare gli occhiali e mi dovevo far aiutare".  

C: "Al mattino sicuramente sì, i trasferimenti con quel clima pesavano, però basta essere ben equipaggiati e non si soffre".  

Cosa pensate del road-book consegnato al mattino? 

G: "Sì. Ho conosciuto il direttore David Castera soltanto pochi mesi fa e ho trovato subito un buon feeling: si mette sempre dalla parte dei piloti e lo dimostrano le nuove regole del road-book consegnato al mattino per rendere meno pesante il divario tra ufficiali e privati. Considero il lavoro del map man un’ingiustizia nei confronti di chi già fa molti sacrifici per partecipare a una gara così impegnativa".  

C: "Ho apprezzato moltissimo il road-book già colorato e anche il fatto di riceverlo al mattino stesso. Mette tutti sullo stesso piano e questo è ottimo. Riguardo alla navigazione, me l’aspettavo un po’ più difficile nella seconda parte di gara, mentre la prima settimana è stata molto bella e varia". 

Quanto costa una Dakar per un pilota privato? 

G: "Io non uso tenere i conti delle cose che amo e ho la fortuna di avere alle spalle un team che pensa alla maggior parte delle cose. Partendo da zero, per una Dakar dignitosa ci vogliono non meno di 70mila euro".  

C: "Per disputarla in modo “decente” e con buona assistenza siamo intorno ai 50-60.000 €, come minimo".  

Cosa consigli a chi sogna di partecipare alla prossima Dakar? 

G: "Correre più gare possibili nel deserto per fare esperienza. Queste gare e l’atmosfera che si crea regalano emozioni uniche nella vita".  

C: "Anch’io consiglio di fare qualche Rally prima per imparare a navigare il meglio possibile e magari anche per saper sistemare la moto, perché alla Dakar non si sa mai... “Non mollare mai” è il motto".

Cosa manca ai piloti italiani per aspirare alla Top 10?

G: "Il budget. I team ufficiali investono molto anche nella preparazione dei piloti, alcune trasferte programmate su terreni simili a quelli della gara sono un punto di forza tenendo conto che in Italia non c’è nulla di vagamente simile alle dune del deserto".  

C: "Mancano i posti per allenarsi, o i soldi per passare più tempo in quei deserti. Manca un team che si dedichi al 100% alle gare nel deserto e con un budget adeguato. Mancano piloti che vengano a fare Rally e creino competizione anche tra gli stessi italiani stimolando tutti a migliorare. Manca la visibilità in TV e sui giornali che permette ai team di avere certi budget. Il cane che si morde la coda...".  

Quali sono i pregi e i difetti del tuo compagno di team? 

G: "Conosco Jacopo da molti anni e ci siamo trovati sempre molto bene assieme nonostante i nostri caratteri siano molto diversi. Ho sempre invidiato il suo saper essere metodico, preciso e pignolo. Come pilota lo considero completo... Il suo punto debole? Il sonno leggero: alla Dakar, in tenda con i generatori nelle orecchie, non aiuta".  

C: "Maurizio è un grande pilota, che sa sempre arrangiarsi e limitare i danni in tutte le difficoltà. Scherzando gli dico che casca sempre in piedi: in un modo o nell’altro esce da ogni situazione senza grossi problemi. Quest’anno è stato velocissimo nelle tappe più rapide in fuoripista, dove io ho faticato, ed è migliorato nella navigazione".  

Tornerete il prossimo anno? 

G: "Soltanto con un budget adeguato. Quest’anno ho fatto davvero fatica a chiudere i conti e l’unico movente in questa condizione è la passione pura. Razionalmente il prezzo da pagare è troppo per rischiare di rimetterci pure dei soldi ma so già che tra un mese non vedrò l’ora di ripartire".  

C: "Ni, nel senso che non lo so ancora... Dipende dal budget e dal percorso. La seconda settimana, a parere mio e di tanti altri piloti, è stata troppo veloce e pericolosa. 115 km/h di media in moto sono tanti. Anche la MotoGP è pericolosa, ma se negli ultimi anni la Dakar era come la MotoGP, quest’anno è stata come il Tourist Trophy".  

Chi è più forte, Cerutti o Gerini? 

G: "Il sottoscritto, però Jacopo è un navigatore nato".  

C: "A volte io, altre lui. Siamo molto diversi come piloti e dipende dal tipo di gara. Vorrei dire che sono più veloce io, ma quest’anno mi ha suonato".

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