Bella bionda e... Sette volte campionessa del Mondo. Sono i tratti distintivi della trentenne inglese Emma Bristow, settevolte detentrice del titolo femminile, un numero di allori iridati pari a quello di un mito del Trial britannico come Dougie Lampkin, imbattibile a cavallo tra Secondo e Terzo Millennio. Tutti e sette i titoli Emma li ha conquistati con la Sherco, ma nel suo passato ci sono anche due titoli mondiali di Superenduro, nel 2014 e 2015.

Da allora, però, ha deciso di dedicarsi soltanto al Trial, incamerando superbe prestazioni alla Sei Giorni di Scozia e alla durissima Scott Trial. In campo femminile nazionale è regina incontrastata e, ultimamente, proprio per affrontare gare più dure ha abbandonato il campionato femminile per correre fra i maschi nella categoria appena al di sotto della Top! Nel 2019 ha anche vinto il titolo nel campionato Latino-Americano. Nei tre round di due giorni del Mondiale 2020 ha dominato in modo assoluto arrivando anche a infliggere 45 punti alla seconda arrivata nella penultima gara di Santa Julia, nel Principato di Andorra.

È imbattuta da 15 prove, ovvero dal 2017. E così ricalca quel percorso segnato proprio dal suo modello, la spagnola Laia Sanz, oggi specialista della Dakar, un tempo icona femminile del Trial, forte di tredici titoli mondiali (l’ultimo nel 2013, prima che iniziasse l’era-Bristow). Timida e riservata, ma sempre disponibile a concedere un sorriso o a posare per una fotografia assieme a qualche fan intraprendente, in gara la britannica si trasforma e nonostante passato ci sono anche due titoli mondiali di Superenduro, nel 2014 e 2015.

Da allora, però, ha deciso di dedicarsi soltanto al Trial, incamerando superbe prestazioni alla Sei Giorni di Scozia e alla durissima Scott Trial. In campo femminile nazionale è regina incontrastata e, ultimamente, proprio per affrontare gare più dure ha abbandonato il campionato femminile per correre fra i maschi nella categoria appena al di sotto della Top! Nel 2019 ha anche vinto il titolo nel campionato Latino-Americano. Nei tre round di due giorni del Mondiale 2020 ha dominato in modo assoluto, la sua corporatura esile, usa con naturalezza i suoi muscoli sfoggiandouna guida pulita e precisa sugli ostacoli. È da considerare come modello per quelle ragazze che temono di perdere la propria femminilità nell’intraprendere sport che richiedono sforzi considerevoli e caratteristiche fisiche particolari.

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Gli inizi


Emma, perché il Trial?

"Spesso la gente me lo chiede, dato che sono una donna e quindi avrei dovuto giocare a netball, ma gli sport di squadra non fanno per me. Sono cresciuta in una famiglia di Trialisti: ogni weekend i miei zii, i cugini, mio padre e mio fratello giravano nei terreni della fattoria di famiglia. Avrei potuto starmene tranquilla a guardare o invece potevo provarci anch’io. E io non sono una che si accontenta di guardare!".

A che età hai cominciato?

"Non avevo ancora compiuto cinque anni quando ricevetti la mia prima moto, una Yamaha PW 50. Ricordo soltanto la felicità per quel regalo. Oggi, con le moto elettriche, iniziare a cinque anni è addirittura tardi. Nessuno mi ha mai costretto, per me si trattava di un bellissimo gioco e continuo a divertirmi anche adesso che è diventato il mio lavoro".

Lo scorso anno ad Andorra hai inflitto ben 45 punti di distacco a Sandra Gomez, seconda classificata: è la reale differenza tra te e le rivali?

"Non mi ero resa conto di tutti quei punti di differenza. Può sembrare il contrario, ma non è mai stato facile. Dopo ogni gara trovo sempre qualche errore da correggere, c’è sempre un margine di miglioramento. In quell’occasione, però, non mi sono rimproverata nulla: ho guidato veramente al massimo delle mie possibilità su zone diventate molto dure a causa della pioggia".

Hai già vinto sette titoli mondiali, come fai a trovare ancora motivazioni?

"Voglio sempre vincere e quindi voglio migliorarmi per farlo, soprattutto perché continuo a confrontarmi con gli uomini nelle loro gare. Le mie motivazioni vengono proprio dallo studio di ciò che fanno: voglio provare a farealtrettanto. Non mi basta vincere per ogni weekend i miei zii, i cugini, mio padre e mio fratello giravano nei terreni della fattoria di famiglia. Avrei potuto starmene tranquilla a guardare o invece potevo provarci anch’io. E io non sono una che si accontenta di guardare!".

Disputi gare nella stessa categorie degli uomini, anche in competizioni dure come la Scottish o lo Scott Trial: non c’è il rischio che un cattivo risultato possa demoralizzarti?

"No, io penso che confrontarsi con i piloti più forti, indipendentemente dal genere, sia sempre una grande opportunità. Per me è il modo migliore per crescere, adoro le gare difficili. Se noi donne dovessimo soltanto correre tra noi, non miglioreremmo mai".

Il Trial


È più difficile per una donna avere successo nel Trial?

"Sì. In generale in tutti gli sport penso che per una donna sia più difficile intraprendere una carriera rispetto a un uomo. I nostri campionati sono più corti e quindi devi dare il massimo in quel poco tempo, sperando di non incappare in giornate-no e tantomeno avere incidenti o malattie".

Secondo te, il Trial impegna di più la mente o il fisico?

"È difficile dirlo. All’inizio ti coinvolge soltanto dal punto di vista fisico ma se diventi un pilota sai quanto sia importante la concentrazione per fare bene la zona in un determinato momento. Devi reggere la tensione perché sai di dover guidare perfettamente quando richiesto".

Tu hai vinto anche nell’Enduro, qual è la tua specialità?

"A me viene più naturale il Trial, mi fa sentire a casa. Del resto ho iniziato proprio perché tutta la mia famiglia lo praticava. L’Enduro l’ho voluto provare perché nel 2014 la prima prova del mondiale Superenduro femminile era nel Regno Unito. Fu la mia prima gara e fui seconda dietro Laia Sanz. Così continuai vincendo il campionato, e anche quello dell’anno successivo".

Ora hai smesso definitivamente con l’Enduro?

"Mai dire mai, ma per ora voglio concentrarmi soltanto sul Trial. Ho smesso anche perché non c’è più una classe femminile nel mondiale Superenduro. Se dovesse tornare, magari potrei correre nell’Enduro d’inverno enel Trial nel resto dell’anno".

Qual è stato il momento più bello nella tua carriera?

"Ce ne sono tantissimi, difficile sceglierne uno. Il mio primo podio in Francia nel 2010, oppure ogni GranPremio che ho vinto. Sono talmente proiettata sul futuro che non mi capita spesso di guardare indietro erivedere ciò che ho fatto: preferisco pensare che il meglio debba ancora arrivare! Un bel ricordo è legato al successo nel campionato Latino-Americano del 2019. Le ragazze - il cui livello è pari ai ragazzi - all’inizio erano un po’ dubbiose ma poi mi hannoaccolto con calore e abbiamo fatto una bella foto-ricordo insieme".

Cosa cambieresti nel Trial?

"Il regolamento no-stop: sono favorevole alla possibilità di fermarsi. Sarebbe meno stressante per i giudici, e le zone potrebbero essere più spettacolari, quindi sarebbe un vantaggio anche per il pubblico".

Quale consiglio daresti ai giovani che vogliono cominciare nel Trial?

"Divertitevi e ricordatevi che il Trial è uno sport fra amici. Siamo tutti una grande famiglia e l’ho potuto constatare personalmente in giro per il Mondo, dove ho sempre trovato gente disposta ad aiutarmi quando ne ho avuto bisogno".