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Le prove libere della MotoGP non erano ancora iniziate, quando un vespaio di polemiche lo aggredì così forte, da sembrargli più violento dell’accelerazione della Ducati. Il tempo di entrare nel paddock e lo sciame di parole – brutte e negative – fece, immediatamente, un giro vorticoso dalla sala stampa di Misano al retrobox Avintia, dove Christophe Ponsson si era appena infilato nella tuta dotata di grafiche e colori sociali.

Per il francese, l’esordio nella top class - in sostituzione dell’infortunato Tito Rabat - sembrò quasi una congiura. "Poco bravo, inesperto, sicuramente non capace di guidare al limite una moto del genere. Occorrono super licenze in questa categoria, perché avversari troppo lenti potrebbero risultare addirittura pericolosi".

Queste le sentenze dei senatori. "Mi uccisero prima che io mettessi il sedere sulla sella - ricorda il ventiquattrenne di Lione – io non riuscivo a capire le critiche, tutto era nuovo per me e avevo bisogno di tempo e km in pista. Conclusa la prima giornata, alcune persone vennero da me, chiedendomi se avessi letto quanto dichiarato dai piloti della MotoGP. Mi fu detto che nella conferenza stampa, Valentino Rossi, Marc Marquez e altri avevano parlato, e male, di me, tuttavia nessuno di loro volle confrontarsi con il sottoscritto. Io avevo precisato che avrei dovuto imparare, capire tutto quanto occorreva per avere un buon ritmo, ma fu inutile". A distanza di quasi un anno e mezzo, il francese riannoda il filo in vista della sfida più eccitante della sua carriera: riportare l’Aprilia in pista nel mondiale Superbike. Un’avventura da preparare con la partecipazione alla SBK del CIV.

Torniamo al debutto in MotoGP: fu il team Avintia a volerti sulla Ducati rimasta libera dopo l’incidente di Rabat a Silverstone.

"Mi chiamarono all’improvviso, pensai a uno scherzo: mi dissero che invece era una proposta seria. Accettai, ma, salito in sella, capii subito che la moto non aveva un buon setting. La squadra affermò come quella Desmosedici, la GP16, fosse in grado di strappare tempi sul giro validi, secondo loro me ne sarei reso conto in poche curve. Poi, non mi dissero più niente, non mi aiutarono, fui lasciato al mio destino. Strano team quello, basta vedere come si sono comportati negli ultimi tempi con Karel Abraham".

Un brutto momento, il debutto nel gotha in condizioni così problematiche.

"Già. Tra critiche e problemi con moto e squadra, la situazione diventò complicata. Quando finii la prima sessione, scappai subito nel motorhome. Facevo così: camion, garage, garage, camion... tutto il tempo. Mi sentivo proprio male in quel paddock. Per i miei avversari era facile criticare e correre, perché ogni pilota stava sulla stessa moto e nello stesso team almeno da inizio stagione. Prima di correre a Misano, i titolari della MotoGP avevano provato con test organizzati ad hoc, io nemmeno quello".

Come ne sei uscito?

«Male, malissimo. Dopo quell’episodio, pensai addirittura di smettere. Mi dissi “questo è il sogno MotoGP, un traguardo che ogni giovane pilota vorrebbe raggiungere, ma a me non piace”. Tre giorni in quel paddock e non mi piacquero la mentalità e il modo in cui venni trattato. Ecco perché comunicai al team con cui disputavo il campionato francese di voler chiudere».

Invece, hai avuto un 2019 davvero soddisfacente.

"Decisi di continuare, ascoltando soltanto le mie sensazioni in sella e godendomi la guida della moto. Concentrandomi su me stesso, nel 2019 ho disputato la mia migliore stagione, divertendomi nel campionato spagnolo Superbike con la Yamaha R1 (con una vittoria a Barcellona, nde), alternandolo alla serie francese. La doppia esperienza mi ha fatto tornare la voglia di esserci".

La tua prossima moto da corsa si chiama Aprilia.

"L’Aprilia mi è subito piaciuta un sacco. Nei test di Jerez ero eccitato, il cuore batteva forte, ho ritrovato il gusto della passione, senza respirare soltanto business. Quando ho girato la manopola del gas, ho capito quanto sia una vera moto da corsa, incredibile".

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