La nebbia si dirada e il gallo del cascinale ha già cantato da un pezzo. A dispetto dei suoi colleghi agricoltori, Giovanni Baggi si concede il lusso di dormire qualche ora in più, essendo titolare dell’azienda agricola per cui lavora.  

Alzatosi dal letto, il manager Aviobike nonché protagonista nell’Endurance, può scegliere quale mezzo guidare: moto o aereo? Lo dice il nome stesso del suo team, costituito dalla Yamaha R1 che porta in pista e dall’ultraleggero con cui sorvola le campagne lodigiane. La voglia di allenarsi è forte ma... nossignore, qui c’è altro da fare ed è pure urgente; il trattore aspetta “Unbreakable”, nella prima attività del numero 101: "Non ho sveglie proibitive – Giovanni racconta la sua giornata – perché le sette del mattino rappresentano un orario piuttosto civile, per chi fa il mio mestiere. Doccia, colazione, poi mi occupo delle varie mansioni: in questo settore l’aspetto burocratico è complesso, tra adempimenti e normative, così pilotare il trattore è un gioco divertente. Nei campi coltivo mais per la produzione di biomassa, utile all’approvvigionamento di impianti di biogas".  

Arabo, per noi. Meglio parlare di moto.  

(Ride) "L’idea della moto è una realtà consolidata. Da bambino scorrazzavo nei campi di fronte a casa, ero fortunato, potevo usare la piccola moto da Cross a mio piacimento, avevo il terreno e con gli amici costituivamo una banda di scatenati. Poco più tardi è arrivato il passaggio alle piste di Motocross, dove ho imparato qualche rudimento in più; era bello derapare e saltare: 125, 250, 450 quattro tempi... Però, più avanti, ho sentito il bisogno di cambiare, qualcosa in me stava mutando".  

Cosa? 

"L’asfalto mi chiamava, e io ho risposto all’appello. Fu l’amico Paolo Blora, anch’egli di Lodi, a stuzzicarmi: “Giovanni, prenditi una bella moto carenata e vieni a girare in pista con noi!”. Ebbene fu la fine. Anzi, fu l’inizio".  

Ne hai arati di campi, ma hai fatto pure parecchia strada nel motociclismo.  

"Sì, soprattutto se penso che ho iniziato quasi per gioco e l’ho fatto nel tempo libero – poco – concessomi dal mestiere di agricoltore, che occupa 24 ore al giorno, 365 giorni all’anno. Siamo vincolati dal meteo, non esiste “dal lunedì al sabato”, non è come un weekend di gare, in cui tutto ha un inizio e una fine. Perciò, mi piace ricordare gli inizi, le gare nel CIV in Superbike, con risultati davvero interessanti per una struttura piccola e indipendente come la mia, ma anche seria e ambiziosa: ecco perché, anno dopo anno, io e il mio staff siamo cresciuti, affacciandoci alle competizioni internazionali". 

L’Endurance è il tuo mondo. 

"È vero. L’ambiente, la mentalità, l’ospitalità: nel mondiale Endurance ho e continuo a trovare la mia giusta dimensione. Mia e per il Team Aviobike, ovviamente. Sin dal primo approccio, mi sono sentito valorizzato, importante. Messo il piede nel paddock, ho confermato la sensazione. E poi, le gare: dalla 24 Ore di Le Mans al Bol d’Or, tutte magnifiche, esaltanti. Il pubblico è caldo, appassionato e i rivali non sembrano nemmeno tali, perché nelle corse di durata vige uno spirito di solidarietà. Nelle corse a cui abbiamo partecipato, ci siamo difesi più che egregiamente, cogliendo bei piazzamenti nella Superstock. Arrivare al traguardo in una specialità così è come una vittoria, entrare nella zona punti è un trionfo vero e proprio. Soltanto in un paio di circostanze siamo andati a casa senza sorriso: Le Mans 2019 e poi, di recente, da Sepang. La rottura avvenuta nelle fasi finali della 24 Ore e la tanta pioggia malese ci hanno rovinato la festa. Però, a parte quegli episodi, tante soddisfazioni e i complimenti ricevuti da campioni affermati". 

A proposito di campioni: Marco Melandri ama volare. Come nasce la tua attività? 

"Papà andò in pensione e disse: 'Figliolo, adesso tocca a te'. Lui era appassionato di motori, tra cui quelli montati sugli aerei ultraleggeri. Ha preso il brevetto e ha allestito un campo di fronte a casa. Poi, io e mio fratello ne abbiamo dedicato una porzione al volo. Il nostro campo è una avio superficie ufficiale con tutte le strutture necessarie e un hangar per il rimessaggio dei velivoli. Oggi abbiamo una trentina di aerei in deposito e un istruttore che fa la scuola di volo tutti i giorni". 

È più difficile guidare al limite la moto o l’aereo? 

"Il trattore, perché è sfiancante dal punto di vista fisico. Altro che Traction Control o atterraggio con il vento! Provate a lavorare 14 ore al giorno nei campi, su terreni sempre diversi e che si deformano. Credetemi, il trattore è più difficile della moto e del volo leggero e mantiene in forma chi lo guida. Tutto sommato, quando salto l’allenamento, non è un grande problema...".

#IoRestoACasa hot per Melandri e Fabrizio