Si scrive SERT ma si legge Mondiale Endurance, perché in quarant’anni di attività il Suzuki Endurance Racing Team ha scritto la storia delle gare di durata. Un’epopea iniziata nel 1980 per mano di Dominique Méliand, fondatore e guida di una squadra che si è imposta come riferimento indiscusso della specialità, con 15 titoli iridati e una settantina di vittorie. Forse è destino che la Suzuki si sia imposta in questa tipologia di corse, dato che il debutto di Hamamatsu nelle gare, nel 1960, coincise con l’inizio delle gare di durata. In realtà, però, è soltanto dagli anni ‘80 che la Suzuki ha iniziato a muovere i primi passi nel campionato, che nel 1980 divenne Mondiale, prendendo il nome di FIM Endurance World Championship. L’amore per le moto, si sa, è più forte di ogni altra cosa.

Per questo, nemmeno la scomparsa del suo migliore amico in un incidente motociclistico bastò a far desistere Méliand dall’idea di fondare la sua struttura dedicata alle corse: sul finire degli anni ‘70, l’ex pilota di Ceton realizzò la propria squadra, con l’intento di competere in quelle gare di durata in cui aveva corso in passato. Erano anni di grande fermento per l’Endurance che, merito del ritrovato interesse del pubblico, e così venne ampliato il calendario, spingendo al contempo verso le Formula TT. Un cambiamento che andò a minare la popolarità della serie, ma spostò anche gli equilibri del campionato. Con la nascita dell’EWC, infatti, nuovi competitors si affacciarono ai nastri di partenza della serie, dando filo da torcere alla Honda, che fin lì l’aveva fatta da padrona. Tra questi, proprio il team fondato da Dominique, che si presentò con un inizio spumeggiante.

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L'esordio


Era il 1980, quando l’equipaggio formato da Pierre-Étienne Samin e Frank Gross fece il suo debutto nell’Endurance con la Suzuki privata del francese. E arrivarono subito i successi nella 1000 km di Zeltweg e al Bol d’Or di quell’anno. Un esordio tanto strabiliante da impressionare i vertici della Casa di Hamamatsu che, sul finire della stagione, chiesero a Méliand di trasformare il suo team nella squadra ufficiale Suzuki. Proposta inizialmente rifiutata da “Le Chef”, che si lasciò convincere soltanto dopo mesi di trattative, ponendo una condizione imprescindibile: mantenere il potere decisionale, senza alcun condizionamento esterno. Ricevuto il benestare della Casa madre, nacque il Suzuki Endurance Racing Team.

Un uomo solo sul ponte di comando. Questa la filosofia portata avanti dal SERT che, per quasi quarant’anni, ha trovato in Méliand il suo fidato condottiero. Padre e padrone della squadra, fondatore e team manager, con carisma e dedizione il francese ha portato la Suzuki nell’Olimpo dell’Endurance, reinventando la squadra di anno in anno, per continuare a mietere successi. Alle vittorie da privato del 1980, ne seguirono altre otto nel triennio successivo, culminato con il primo titolo iridato conquistato da Hervé Moineau e Richard Hubin, con la Suzuki GS 1000 R. Meno redditizi i tre anni seguenti, in cui il Mondiale fu appannaggio della Honda, grazie alla RVF750 governata da Gérard Coudray e Patrick Igoa. Ma la risposta della Suzuki non si fece attendere e, a un 1986 avaro di successi, fecero seguito le cinque vittorie firmate da Moineau e Bruno Le Bihan nel 1987, che riconsegnarono il titolo alla Casa di Hamamatsu. Impresa bissata l’anno successivo, con Moineau di nuovo campione assieme a Thierry Crine. Seguì però un ulteriore periodo buio, con soltanto due trionfi messi a segno tra il 1989 e il 1996 (la 24 Ore di Liegi del ‘91 e il Bol D’Or del ‘93), periodo in cui furono Honda e Kawasaki a spartirsi gli otto titoli.

Successi e (poche) sconfitte


Il team SERT rispose nel 1997, quando Peter Goddard e Doug Polen centrarono l’iride, vincendo la 24 Ore di Le Mans e la 24 Ore di Liegi, in equipaggio con Juan-Eric Gomez. Obiettivo Mondiale raggiunto anche nel 1999 con Terry Rymer e Jehan d’Orgeix, trionfatori al Bol d’Or. Nei primi anni 2000 altri tre titoli iridati entrarono nella bacheca del costruttore giapponese, ma a conquistarli non fu la squadra ufficiale. Nel 2000, infatti, Peter Linden e Warwick Nowland regalarono il Mondiale al Team Suzuki GB-Phase One, iridato anche nel 2003 con James Ellison e Jason Pridmore. Nel mezzo, il 2002 vide primeggiare la Suzuki GSX-R 1000 della compagine cinese Zongshen 2. Sfumato il titolo nel 2004, fu il 2005 l’anno della riscossa per lo squadrone francese, che tornò a issarsi sul tetto del Mondo con il primo di quattro allori consecutivi. Due dei quali vinti, con la denominazione di Suzuki Castrol Team, da Vincent Philippe, Matthieu Lagrive e Keiichi Kitagawa, che diede il suo addio alle competizioni, nel 2006, da campione del Mondo.

Inarrestabili, le GSX-R1000 del team ufficiale continuavano a conseguire successi a un ritmo spaventoso, lasciando soltanto le Briciole agli avversari dello Yamaha Austria Racing Team. Tuttavia, nel 2009, ai rivali riuscì lo sgambetto: Gwen Giabbani, Igor Jerman e Steve Martin interruppero la striscia di titoli del SERT, portando all’iride, per la prima volta, la Yamaha YZF-R1. Ma la squadra ufficiale Suzuki rispose subito al passaggio a vuoto: nel 2010 l’equipaggio tutto francese con Philippe, Guillaume Dietrich e Freddy Foray mise a segno tre successi, che valsero al team il primo di altri quattro Mondiali consecutivi. A dominare la scena in quegli anni, assieme al compagno di squadra Philippe fu il connazionale Anthony Delhalle, astro nascente delle gare di durata. Tra il 2011 e il 2016, infatti, il duo francese accompagnato da Foray, Erwan Nigon ed Etienne Masson, riuscì a regalare ben cinque titoli a Méliand, perdendo soltanto il campionato del 2014, finito nelle mani del Team Yamaha Racing- GMT 94 Michelin. Tutto sembrava procedere a gonfie vele: messo in bacheca il quindicesimo titolo targato SERT, la stagione 2016-17 si era aperta sotto ai migliori auspici, con la vittoria del Bol d’Or. Ma proprio nel biennio successivo, il team ufficiale Suzuki si è trovato a vivere il momento più duro della sua storia. La prima batosta arrivò il 9 marzo 2017. Anthony Delhalle si trovava sul circuito di Nogaro per un test privato in vista della 24 Ore di Le Mans, quando perse la vita in un tragico incidente in sella alla Suzuki ufficiale. Di lì a pochi giorni la seconda botta: perso il capitano dell’equipaggio titolare, la squadra si trovò a gestire l’assenza del suo condottiero. Méliand subì una delicata operazione cardio-vascolare, che lo tenne lontano dai circuiti fino al Bol d’Or 2017. Inevitabile il sesto posto con cui la compagine francese chiuse la stagione 2017- 18 al sesto posto della graduatoria, inseguendo un podio arrivato soltanto nella 24 Ore di Le Mans 2019. Messo alle spalle il tormentato debutto della nuova GSX-R 1000, quello a cavallo tra il 2018 e il 2019 sembrava poter essere il campionato del riscatto.

Il congedo di Méliand


Ma la realtà, spesso, non coincide con le aspettative e quella che poteva essere la più dolce delle vittorie si trasformò, per citare Méliand, in un’atroce "Beffa del destino". Amara fu la 8 Ore di Suzuka, finale di stagione e ultima gara del SERT disputata sotto la guida di “Le Chef”. Provato dall’ultimo biennio, Dominique aveva deciso di abdicare dopo quasi quarant’anni di onorato servizio, lasciando il comando della squadra al termine della 8 Ore, in cui il team si giocava il sedicesimo alloro. A cinque minuti dalla bandiera a scacchi, il titolo sembrava cosa fatta: allo squadrone Suzuki (con Masson, Philippe e Gregg Black) bastava mantenere la testa della corsa per laurearsi campione ma, a un passo dalla meta, il cedimento del motore della Gixxer #2 mandò in fumo ogni speranza, inondando la pista di olio.

“È arrivato il momento di cedere le responsabilità alla prossima generazione. Spero che ci sia un futuro meraviglioso dinnanzi al nuovo corso”. Così si congedava Méliand. Parole dal sapore profetico. La disfatta di Suzuka sembrava aver decretato la fine di un mito, con il SERT a secco di vittorie da quasi tre anni. Ma dopo la tempesta torna a splendere il sereno e, contro ogni pronostico, la squadra francese è tornata al suo posto: sul gradino più alto del podio, trionfando al Bol d’Or 2019. Cioè la prima gara con il nuovo team manager, Damien Saulnier, a neanche due mesi dall’innesto del nuovo organigramma. Un successo storico.

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