Manubri larghi: Cristian Bassi, giovane d'altri tempi

Manubri larghi: Cristian Bassi, giovane d'altri tempi

La storia di Bassi: non è ancora maggiorenne, eppure non disdegna il Trial d’Epoca

2 settembre

Nella scorsa edizione della rubrica, abbiamo sviscerato un dilemma: far guidare subito ai giovani una moto grande o farli crescere passando attraverso cilindrate inferiori? Sui social sono nate discussioni, con sostenitori di una o dell’altra tesi. Per rimanere in tema abbiamo scambiato due parole con un giovane che raggiungerà la maggiore età a dicembre e che corre con una Beta 300. E che l’anno scorso è stato campione italiano nella classe TR3 125: il lombardo Cristian Bassi. L’occasione dell’intervista è stata piuttosto casuale.

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Passione ereditaria


Nel primo weekend di gare del campionato Trial d’Epoca Gruppo 5, abbiamo parcheggiato il furgone vicino a quello della famiglia Bassi e da lì è nata la conversazione. Il contesto è stato Montecrestese in Val d’Ossola, che ha ospitato una tappa Mondiale nel 2011. Il Moto Club in scena è quel “Domo ‘70” tra i più antichi e famosi sodalizi del settore: bastano i nomi dei compianti Giuliano Marini ed Ettore Baldini a dare lustro a questa zona dell’alto Piemonte. Ma anche Danilo Galeazzi, direttore di quella gara, e Luigi Facchinetti, uno dei soci fondatori, come i tracciatori di zona e percorso, Maurizio Vietti Violi ed Enzo Afri, o il vivace speaker Massimo che alle premiazioni ha saputo tenere allegra la compagnia. Un ambiente, quello del Trial d’Epoca, sempre ricolmo di persone attempate, rifuggito dai giovani – tranne rare eccezioni – perché il divario con il Trial moderno è sempre più grande. Basti pensare che nel regolamento c’è il divieto di spostare il posteriore, pena il massimo delle penalità.

Cosa ci fa dunque un quasi diciottenne con una Fantic 240 del 1982 con due ammortizzatori, a mettersi in discussione con smaliziati frequentatori di questo circus?

“Si è presentata quest’occasione per l’amicizia fra la mia famiglia e quella di Maurizio Vietti Violi, che si è offerto di prestarmi una delle sue moto, quindi perché non approfittarne? Non avevo mai guidato una moto vecchia prima”.

E come ti sei trovato?

“Bene, mi sono allenato un’ora prima di partire, per impratichirmi un po’, e pian piano mi sono abituato. Mi è piaciuto”.

Da quanti anni vai in moto? È una passione ereditaria?

“Ho iniziato a sei anni e a otto ho fatto le prime gare nel Mini Trial. Mio padre (Robertino, ndr) si è appassionato al Trial tardi, a circa 30 anni, prima faceva Motocross, poi ebbe problemi a un ginocchio e a una clavicola”.

Vuoi diventare professionista?

“Credo non sia possibile: sono pochi quelli che ci riescono. Per adesso inseguo un diploma, sono al quarto anno di Istituto Tecnico e corro perché mi diverto”.

Nessuna pressione da parte di tuo padre per ottenere risultati?

“Assolutamente no. Mi ha sempre lasciato libero di fare come volevo e anche adesso faccio quello che posso, mettendoci il massimo dell’impegno”.

L’anno scorso hai vinto l’Italiano con una 125, battendo anche i ragazzi che fanno parte dei Talenti Azzurri: come mai non sei tra loro?

“Io abito in punta al Lago di Como e mi sarebbe difficile partecipare ai loro allenamenti collettivi, che si svolgono a Lazzate o a Chiuduno. Mi alleno due-tre volte la settimana, da solo o con mio padre, vicino a casa”.

Quest’anno sei passato alla massima cilindrata, ti sei trovato subito bene?

“Ho avuto un po’ di difficoltà all’inizio, poi ci ho preso la mano, e va bene. Nell’italiano TR3 ho vinto l’ultima gara a Montoso. Non ho nemmeno guardato la classifica del campionato, lo ammetto...”.

Com’è andata nei primi confronti con i giovani stranieri?

“Ho disputato due gare dell’Europeo 2019 a Pietramurata e a Monza, poi il Mondiale l’anno scorso a Lazzate: il secondo giorno sono giunto decimo”.

Però non hai gareggiato a Tolmezzo un mese fa.

“Avrei dovuto correre nella Trial2 ma non sono ancora pronto. Faccio la TR2 nel Master Beta e sono quarto in campionato”.

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