Dopo la notte del trionfo di Wembley, nella quale l’Italia ha vinto gli Europei di calcio, la stampa nostrana non ha mancato di evidenziare i fischi inglesi all’Inno di Mameli, la bandiera rubata a un nostro connazionale e il gesto dei calciatori di casa che dopo la sconfitta si sono immediatamente levati la medaglia dal collo. Tutto vero, per carità. Meno realistici sono stati invece i commenti di alcuni che sui social hanno sottolineato che nel motociclismo queste cose non accadono. Secondo questi che non posso che etichettare come sognatori, le competizioni motociclistiche rappresenterebbero un’oasi felice, ad anni luce dall’odio e dai desideri di vendetta o almeno di ripicca che contraddistinguerebbero il calcio.

Quella (s)volta che: serbatoi troppo...espansivi

Guy Martin, Aaron Slight e Helmut Bradl


La realtà dei fatti è però differente come dimostrano i numerosi fischi all’inno spagnolo che abbiamo udito negli ultimi anni, il manichino di Marc Marquez impiccato, e le minacce a Marco Simoncelli prima del GP Catalunya, soltanto per citare alcuni degli episodi più spiacevoli. E poi c’è la questione delle premiazioni per le quali è prevista la partecipazione obbligatoria dei primi tre della gara, come previsto dall’articolo 1.24.5 del regolamento stabilito dalla Federazione Motociclistica Internazionale. Ciò significa che in caso di mancata presenza il pilota rischia una sanzione pecuniaria e probabilmente una sportiva. In realtà, a spingere i piloti a salire sul podio anche controvoglia è l’insieme di clausole presenti nei contratti con il team e gli sponsor a cui fa comodo la visibilità planetaria assicurata nei tre minuti della premiazione. Non a caso il boicottaggio del podio è un fenomeno quasi ignoto negli anni Duemila, ma molto frequente in passato, come confermano alcune vicende. Per dire, al Tourist Trophy del 2010, Guy Martin salì sul secondo gradino del podio della Supersport, beffato per tre secondi e tre centesimi da Ian Hutchinson dopo un’ora e 12 minuti di gara. La sua incazzatura era evidente, ma non discendeva dal risicato distacco quanto dai 30 secondi di penalizzazione che gli erano stati inflitti un paio di giorni prima per l’eccesso di velocità in corsia box durante la gara delle Superbike. Il superamento di appena 0,122 km/h del limite dei 60 l’aveva fatto retrocedere dalla seconda alla quarta posizione. Così mentre i boyscout mettevano al riparo il Mercurio Alato, Martin abbandonò in fretta e furia il podio, lasciando interdetti Hutchinson e Michael Dunlop che soltanto dopo una manciata di secondi si decisero a stappare lo champagne.

Secondo fu classificato anche Aaron Slight in Gara 1 a Hockenheim nel penultimo round del mondiale Superbike 1999. Il neozelandese (nella foto) aveva in realtà tagliato il traguardo in prima posizione, grazie al sorpasso all’ultimo giro su Carl Fogarty, a cui la piazza d’onore bastava per conquistare aritmeticamente il quarto titolo. In quell’ultimo giro, la direzione gara espose però la bandiera rossa per il botto tra l’Aprilia di Peter Goddard e la Kawasaki di Igor Jerman, che seguivano i battistrada a oltre 23”.

Malgrado i primi avessero già tagliato il traguardo al momento dello stop, fu considerata valida la classifica di fine penultimo giro: il ducatista si trovò vincitore per 227 millesimi sul portacolori Honda che, imbufalito, non si presentò sul podio, pagando per l’assenza una multa di sette milioni di Lire. Slight aveva già dato buca alla premiazione di Gara 1 a Sentul nel 1997. Anche in quell’occasione era arrivato secondo, dietro al compagno di squadra John Kocinski che a suo dire lo aveva spinto fuori dalla pista. E secondo era giunto pure Helmut Bradl a Misano nel GP Italia 1991 della 250 dopo una battaglia epocale con Luca Cadalora, decisasi per soltanto nove millesimi. Uscite dall’ultima curva quasi appaiate, le due Honda entrarono in contatto più di una volta e i piloti tagliarono il traguardo appoggiati l’uno all’altro. Infuriato per l’esito della contesa il tedesco non si presentò sul podio, lasciando soli Cadalora e Pierfrancesco Chili. Che si tratti di calcio o motociclismo non c’è nulla di peggio che arrivare secondi.

Quella (s)volta che: la patria del Motoball