Il vincitore della Coppa del Mondo Superstock 1000 è argentino eppure il titolo è finito in Italia. Molti appassionati nemmeno lo sanno ma Leandro Mercado da anni vive nel nostro Paese, emigrante da corsa costretto a cercare fortuna prima negli USA e poi nel Vecchio Continente. Tutti lo pensano esotico e invece prima ha abitato nel mantovano, vicino al team Pedercini, ed ora ha preso casa a Sesto Imolese, a pochi chilometri da Bologna, nell’appartamento affittato da uno sponsor. Per essere un pilota, il suo aspetto è singolare: magro e allampanato, modi gentili, quasi timidi. È un’immagine lontana dagli standard, certo non è quella del bucaniere deciso a tutto suggerita dagli stereotipi. Però, non fatevi trarre in inganno: a 22 anni – è nato il 15 febbraio 1992 – Mercado ha un gran talento, sa perfettamente cosa vuole ed è determinato come un pompiere. “Tati” lo chiamano, nel pronunciarlo la lingua batte due volte sul palato. È un nickname semplice, andava bene per il fratellino che trovava difficile pronunciare il nome vero, o per un pilota che vuole fare strada nel Mondiale. Facile da ricordare. Perché se c’è una cosa di cui Tati è certo, sono i suoi obiettivi. Per quelli ha lasciato casa, la famiglia con tre fratelli e l’Argentina quando aveva 15 anni. «Correre nel Mondiale è il mio sogno – chiarisce –. E diventare campione del mondo. Se resti nel campionato argentino non vai da nessuna parte». Un progetto che sta cominciando a dare i primi frutti: l’anno prossimo Mercado tornerà al mondiale Superbike che già lo aveva visto al via con poca fortuna nel 2012, ma questa volta ci arriva da campione, e schierato dal team Barni, lo stesso con cui ha appena vinto la Coppa del Mondo Superstock 1000. «Contratto di un anno, in squadra ci sarò solo io, con una Panigale e l’appoggio della Ducati. Sarà una buonissima possibilità. So che sarà duro, il campionato è molto difficile perché il livello generale è alto. Ma il mio obiettivo è stare nei dieci ed essere il primo privato. Quello per me sarebbe vincere il “mio” campionato». L’inizio è stato buono a metà: nei test Superbike di Jerez della settimana scorsa Tati è andato forte, però la festa è durata poco, interrotta martedì da una caduta in cui ha riportato la frattura dello scafoide sinistro e la lussazione del polso. È stato già operato a Firenze e l’intervento è riuscito perfettamente, ma dovrà restare fermo per 6 settimane: il rientro è previsto in tempo per i test del 20 gennaio a Portimao. Un incidente di percorso  su un progetto che guarda lontano. «La MotoGP è sempre il sogno, l’obiettivo finale. Per chi non lo sarebbe? Speriamo di arrivarci, più avanti...». Intanto è arrivato il titolo Superstock, dopo un lungo braccio di ferro con Lorenzo Savadori. «È stata lotta dura tutto l’anno, lui è molto forte. Ha perso punti ad Imola rompendo l’asta del cambio, io a Portimao ho distrutto una gomma e ho lasciato tanti punti a mia volta. Siamo arrivati all’ultima gara che ne avevo 5 di vantaggio, dopo il mio primo posto a Jerez». Ma la situazione di punteggio era tale che comunque chi avesse vinto avrebbe conquistato anche il titolo. «La classifica era totalmente aperta e non bisognava fare errori. Con un campionato di sole 7 gare le battute a vuoto costano tanto. Quello dell’ultimo round è stato un weekend pazzo. Sabato ero stato il più veloce in prova, ma in qualifica sono caduto prima di fare il tempo, ho rotto il manubrio e non ho potuto continuare. Mi sono ritrovato in quarta fila, e Savadori era in pole. Al primo giro c’è stato qualche contatto, ero in sedicesima posizione, mentre lui era primo. Ho cominciato a rimontare, la pista era molto scivolosa ed era facile fare errori. Ha sbagliato Savadori. Io ero ancora quinto o sesto all’ultimo giro, ma lui è caduto... Le gare sono così, io sono volato sabato e lui domenica.Ma noi abbiamo comunque meritato questo risultato, per il lavoro di tutta la stagione». Significa essere stato il più forte? «Non so se sono stato il più forte: ho lavorato per vincere, avevo una moto competitiva e una squadra forte: è tutto un cerchio che si deve chiudere». Ti piace il Tati pilota? «Mi piace. Però penso che si può sempre migliorare e per questo lavoro ogni giorno. Mi piaccio perché sono costante, devo migliorare un po’ l’aggressività soprattutto nei primi giri, ma ci sto lavorando. Quest’anno non sono stato tanto cattivo, ma è perché se non vuoi fare errori devi guidare in modo conservativo». Dopo la vittoria nella gara d’apertura, l’argentino ha pagato il fatto di essere su una moto molto diversa dalle quattro cilindri cui era abituato, e con poche prove alle spalle. Il cambio di marcia nella seconda parte della stagione, quando Savadori è andato in testa e Mercado si è trovato ad inseguire. Qualche giorno in Argentina per ricaricare le pile e quando è tornato era un altro pilota. «È più facile quando devi attaccare. Se sei primo non devi sbagliare e cominci a guidare in modo più prudente, quando sei secondo l’unica cosa che puoi fare è spingere. Però penso sia un errore guidare conservativo quando sei davanti. Devi sempre cercare di vincere e non pensare al campionato perché rischi di distrarti, puoi sbagliare oppure finire quinto o sesto. Sono cose che si imparano, sono quelle che fanno l’esperienza». Mercado ha solo 22 anni eppure di esperienza ne ha già raccolta tanta perché fa il pilota da una vita. «Quando ho lasciato l’Argentina avevo ancora 15 anni, ho compiuto i 16 in America. È pesante andarsene a quell’età e lasciare la casa, gli amici, la vita normale di un ragazzino. Ma ho un sogno che mi accompagna fin da quando ero piccolo: diventare campione. E non ci ho mai ripensato ». I motivi per tentennare non sarebbero mancati. «Ti devi abituare a un altro Paese, stare da solo, cucinare, lavarti i vestiti, devi fare tutto e non hai lì gli amici e la famiglia. Ma un conto è quando va tutto bene, quando invece le cose vanno male, arrivia casa tua e sei solo. Dov’è il supporto? È dura. È difficile da sostenere mentalmente. Ed è ancora più dura dal lato economico perché ogni giorno il cambio del Peso argentino peggiora e sei sempre tirato con i soldi. Anche adesso l’Argentina va male, malissimo. Io me la cavo perché ho un po’ di sponsor e ancora mi aiuta la mia famiglia». Anche vincendo la Coppa del Mondo Superstock non si diventa ricchi... «Proprio no. In Italia devo stare un po’ sacrificato, ma penso che un giorno tutto girerà e quei sacrifici saranno ripagati». Dario Ballardini Questa intervista è stata pubblicata sul numero 48 di Motosprint