Se n’è andato domenica 12 giugno all’alba, Fabrizio Pirovano. Per gli appassionati di gare di moto degli anni Ottanta e Novanta, era un mito. Insieme a piloti come Merkel, Roche, Tardozzi, Lucchinelli, Mertens, Phillis, Monti e Falappa, fu uno dei “pionieri” del campionato mondiale Superbike, affacciatosi nel calendario della velocità iridata alla fine degli anni Ottanta.

PIONIERE SUPERBIKE - Anche grazie alle sue prestazioni, il mondo delle due ruote si appassionò a questa formula: “Piro” (così lo chiamavano da sempre avversari, tifosi e addetti ai lavori) contribuì in modo importante a far diventare quello della Superbike un circus di grande successo. Negli otto anni di carriera nella classe regina delle derivate di serie, passati in sella a Yamaha e Ducati, fu due volte vice-campione del mondo (nel 1988 alle spalle di Merkel e nel 1990 dietro Roche) e su 182 gare disputate, conquistò 10 vittorie e 47 podi totali.

IMBATTIBILE A MONZA - Era considerato il “Re di Monza”: nato e cresciuto a Biassono (paese di accesso al circuito lombardo, dove si respira da sempre aria di motori), da ragazzo sognava spesso di ritrovarsi dall’altra parte del muretto. Con tuta e casco. Con le due ruote ci sapeva fare, aveva talento e in poco tempo, dopo gli inizi con il motocross, riuscì a passare alla velocità. Alla prima variante di Monza, quella lontana 200 metri dalla sua Biassono, stupì il mondo per più di un decennio. 
Monza la conosceva come le sue tasche: sul veloce tracciato lombardo faceva i “solchi” (modo gergale per dire che ci girava spesso) e quando il circus del mondiale arrivava lì, “Piro” era quasi imbattibile: in otto stagioni di Superbike, nelle 8 manche disputate a Monza, Fabrizio centrò quattro vittorie e due terzi posti, facendo impazzire ogni volta i suoi numerossissimi fans. Era il Re incontrastato. 

CAMPIONE DEL MONDO SUPERSPORT - Non ci fu solo la Superbike, però, nella sua carriera. Nel 1997 passò al neonato mondiale Supersport: in cinque stagioni tra Ducati e Suzuki, riuscì a laurearsi campione del mondo della categoria (nel 1998 con la GSX-R del Team Alstare) e su 52 gare disputate in tutto conquistò 6 vittorie e 11 podi. Fu anche quattro volte campione italiano della Superbike, tra il 1990 e il 1994, con la Yamaha e con la Ducati.

IL RICORDO DI UN TIFOSO - Ed è qui, proprio parlando del campionato italiano, che finisce il ricordo “giornalistico” e inizia quello da tifoso. Troppo difficile riassumerlo in poche righe. 
Fabrizio Pirovano è stato il mio primo idolo motociclistico. Me ne innamorai nel 1988, a Vallelunga, in occasione del Campionato Italiano Superbike. Era la prima volta che mio padre mi portava “dentro” la pista, a vedere i piloti da vicino, tra il Semaforo, il Tornantino e la Esse. Passarono Merkel e Tardozzi. E poi passò lui. “Piro”. Un fantino attaccato alla sua Yamaha. Rimasi stupito: non riuscivo a capire come facesse a controllare alla perfezione quella “bestia”. Negli anni successivi, mi sono chiesto spesso come potesse gestire una moto da quasi 200 kg e 130 cv di potenza, soprattutto senza l'elettronica di oggi. 
Dopo il Semaforo, piegò a sinistra al Tornantino, ginocchio a terra e più di mezzo corpo fuori dalla moto. Con le braccia protese verso quel manubrio troppo largo per una moto da pista: “Viene dal cross – mi spiegò mio padre – dice che così la controlla meglio”. 

Eccolo, il mio primo idolo. Sognai di diventare come lui. Sul banco di scuola sfoggiavo il diario con attaccato il suo adesivo, quello che aveva sul cupolino della sua Yamaha. Quello con il cognome e, sopra, la bandiera a scacchi e quella tricolore. Lo stesso adesivo lo attaccai sul telaio della mia BMX dell’epoca e lo imitavo tra le curve del quartiere. E spesso il ginocchio, tornava a casa “sbucciato” perché, a differenza di quello di “Piro”, finiva troppo a terra.

Negli anni successivi, a Vallelunga, lo aspettavo all’uscita della “Roma”: lo vedevo lanciarsi sul rettilineo con la sua Yamaha e sparire al curvone in meno di un respiro. Guardavo anche gli altri e mi dicevo: “nessuno esce da qui come Piro”. E, in quei momenti, facevo le mie prime banali considerazioni tecniche: “E’ più veloce perché è più leggero degli altri”.  

Lo conobbi nel suo camper, quando da tifoso privilegiato andai con mio padre a chiedergli i suoi guanti in regalo. Fu gentile, mi disse che me li avrebbe dati volentieri ma mi chiese di tornare alla fine della giornata, perché avrebbe dovuto utilizzarli in gara. Per la timidezza e la vergogna, non ripassai più nel suo box. 

Il suono della sua FZR mi faceva impazzire. In occasione di una delle gare dell’italiano a Vallelunga, riuscii a salire sulla sua moto. Ricordo la morbidezza della sella Tecnosel nera, imbottita più di quelle delle altre moto sia sotto che nella zona posteriore, per permettergli di guidare alla giusta altezza e per non “scivolare” indietro. Mio zio scattò una foto di quel momento. La mia espressione da ragazzino innamorato, con le braccia protese verso il manubrio, rimase per anni appesa nella zona più importante del muro della mia cameretta. Sopra al mio letto. I compagni avevano la foto di Baggio. Io, quella di “Piro”.   

L’ULTIMO SALUTO - Martedì 14 giugno, all'Autodromo di Monza, amici, tifosi e appassionati potranno dirgli addio dalle ore 11:30 nella camera ardente allestita all'interno del box 10. Il feretro sfilerà poi nel circuito per un ultimo giro di pista alle 15 e infine il commiato sotto il podio. Tutti i biker potranno seguire il corteo funebre in pista con la propria moto.