La SBK dell’anno 2000 iniziò con un vero e proprio “Millennium bug”, legato al primo round iridato, disputato a Kyalami, Sud Africa. Perché l’albo d’oro dice una cosa e le cronache la raccontano diversamente. Viene citata la doppietta Honda di Colin Edwards, anche se nella seconda manche fu Noriyuki Haga con la Yamaha a trionfare. La squalifica retroattiva patita da Nitro Nori - colto positivo ad un controllo antidoping - determinò gli ordini di arrivo reali, facendoli divenire virtuali, seppur valevoli di classifica ufficiale.

Il livello della competizione era altissimo: il mondiale delle derivate di serie metteva in pista il meglio della tecnologia con lo schema a quattro tempi pensato per le due ruote: la “guerra” intrapresa con il Motomondiale a due tempi aveva la meglio nel paddock Flammini e HRC, consapevole di come stesse girando il fumo e degli scenari MotoGP futuri, mise in campo la nuovissima VTR, guarda caso, bicilindrica. La medesima filosofia Ducati, rivale che i giapponesi volevano battere a tutti i costi. Proprio a tutti i costi: il budget del team Castrol non invidiava nulla alle sponsorizzazioni Repsol in 500.

Ad arricchire il tutto, l’evoluta R7, che Haga pretese assolutamente con la gommatura Dunlop, marchio che equipaggiava anche le Aprilia RSV 1000 di Corser e Antonello. Lo schieramento nippo era folto, con Kawasaki, Suzuki - Frankie Chili la bandiera - mentre Ducati contava ancora sul numero 1 Fogarty, non sapendo che lo scenario stava per cambiare. La Bimota partecipò a pochi round, mettendosi però in gran luce grazie a Gobert.

Debutto col botto per Texas Tornado


Con un garage HRC zeppo di uomini dagli occhi a mandorla, Edwards sapeva che, se avesse voluto lasciare il Sudafrica serenamente, almeno un primo posto sue due tentativi avrebbe dovuto coglierlo.

Una staccata secca, micidiale, con la ruota posteriore alzata da terra di almeno due spanne delle mani dell’alto capotecnico inglese che lo seguiva: così Texas Tornado riuscì a regolare nell’ultimo di 25 giri gli attacchi di Haga e Fogarty, entrambi desiderosi di gradino più alto del podio.

Noriyuki e Carl dovettero accontentarsi delle posizioni due e tre, perché l’americano e la - rombante come un trattore, specialmente ai regimi bassi - VTR affrontarono in testa la esse che precedeva il lento tornantino e poi, in accelerazione, salutarono gli avversari.

Missione compiuta dallo statunitense, che interpretava la parte del soldato: “Da queste parti è così, loro comandano io eseguo gli ordini”, mentre il compagno di squadra Crafar, sostituto dell’assente ed acciaccato Aaron Slight, entrò a fatica nella zona punti. Ma i giapponesi erano comunque soddisfatti.

Haga e Yamaha vincenti. Solo per la cronaca


Messa a punto la sua filante ed aggressiva R7, Nori e due belle gommette Dunlop dedicate furono protagonisti di una fuga selvaggia nella seconda manche. Haga derapava praticamente ovunque: in ingresso ed in uscita dalle curve, a bassa e alta velocità. Lui e la sua Yamaha erano un tutt’uno ed il team con base a Gerno di Lesmo corse sotto al podio per festeggiare la prima vittoria stagionale, senza sapere a cosa il loro pilota sarebbe più avanti andato incontro.

Trovato positivo ad un controllo antidoping, il giapponese corse molte gare “sub judice”, in attesa dell’appello definitivo che così sancì: niente 25 punti ottenuti (proprio) a Kyalami, e conseguente cancellazione di nome e cognome dalla classifica, con tanto di titolo mondiale per lui sfumato e poi finito nelle mani di Edwards.

Per Haga si trattò di una vera disdetta, perché i vari Corser - in pole con l’Aprilia in Sudafrica, la prima per Noale in SBK - Chili. Fogarty - che non concluse la manche - e lo stesso Edwards, sapevano benissimo che il vincitore morale e reale della corsa era il nipponico numero 41.

Duelli Sprint: Assen 1998, Fogarty vs Chili