Tanti gli anni vissuti con il corpo dentro la tuta in pelle e la testa dentro al casco. Troppi e troppo belli da potervi rinunciare. Marco Borciani è un vero centauro e fa della moto un vero e proprio credo. Ex pilota di livello Mondiale - con 347 punti conquistati in mezzo a rivali che hanno scritto la storia della SBK - e Nazionale - due i titoli vinti sulla Ducati 999 - il bresciano è oggi uno istruttore di guida, che mette a disposizione l'esperienza maturata in sella.

E non solo in sella. Il "Borcia" è stato anche un bravo team manager, di una squadra in cui regnavano passione e divertimento. Divertimento, appunto. Il bresciano si emoziona ancora davanti alla TV? Sì e no, ed il motivo è spiegato direttamente da lui: "Parliamo dello schieramento 2002 - attacca deciso, proponendo la stagione 'Monstre' delle derivate-  per esempio. Eravamo in almeno 30 piloti fissi, poi arrivavano spesso anche le wild card. Le griglie di partenza si riempivano facilmente. Prendere punti significava vincere. Dimmi un po', cosa noti nella foto in questa foto di gruppo?"

Noto te, giovane.

"(Ride). Bei tempi. A parte me, guarda i volti dei presenti: Bayliss, Edwards, Bostrom, Haga, Corser, Hodgson, Xaus... ne devo citare altri? Penso che lo schieramento di allora e quello di oggi siano imparagonabili. Non dico ciò perché correvo pure io in mezzo a quel gruppo. Sostengo la cosa perché, onestamente, il livello di prima era altissimo, decisamente più alto di quanto lo sia oggi”.

Quali altre differenze ci sono tra oggi e ieri?

"Partecipare alla Superpole, rappresentava un biglietto da visita per gli sponsor e una vetrina garantita. poiché tecnica, spettacolare. Era favolosa per almeno un giro completo, ogni singolo pilota aveva garantite immagini esclusive a sé e alla propria moto. Chi guardava la Superpole, poteva ammirare i diversi stili di guida, concentrandosi su numerosi dettagli. I Marchi erano contenti, il protagonista del passaggio veloce anche. Per non parlare dei tifosi: sia quelli in circuito che quelli davanti alla TV, si divertivano un casino”.

Non è più così?

"La Superpole di oggi è... bé, lo direbbe bene Fantozzi (ride). Diciamo che a me non piace. Nella Superpole originale, gli sponsor premiavano anche la singola partecipazione. La vera Superpole era come lo sci: dalla partenza dell’atleta alla fine del suo gesto, le immagini gli venivano interamente dedicate. Non è più come una volta. La regia salta da una moto all’altra, a volte inquadra i box, le fidanzate o altro, perdendosi i momenti salienti del giro secco. Non si vedono più i protagonisti effettivi di quello dovrebbe essere un gesto tecnico-atletico di prim’ordine. Che senso ha mostrare le immagini del pilota che rientra lentamente al box, perdendosi, invece, le azioni di chi sta per siglare la pole position?”

In SBK, nessuna come Rea. Per ora


I corridori dell'attuale SBK non sono forti? Eccome se lo sono, nonostante Marco tiri una linea di confine tra il vincitore e gli inseguitori: "Ma certo, i piloti di oggi sono forti - ammette - però, arliamo di Johnny Rea. Lui è un fenomeno, ma non sostengo ciò dopo averlo visto vincere sei titoli con la Kawasaki. Pure quando correva con la Honda, il nordirlandese viaggiava come un matto, guidando sopra i problemi della sua CBR. Solo che Johnny è uno dei pochi veri talenti. A lui aggiungo Razgatlioglu: Toprak è giovane, emergente, in crescita. Il turco esegue manovre da paura e, lo ammetto, seguo le gare di oggi per vedere i suoi numeri in sella. Gli altri ragazzi sono validi, ma non all’altezza di Rea e Razga”.

Cosa manca agli altri?

Innanzitutto, la costanza di risultati. Chaz Davies è molto bravo ma, per provare a vincere un titolo, dovrebbe stare davanti sempre. Proprio come fa Rea. Ricordiamo Johnny nel 2019: aveva praticamente perso la sfida con Bautista. Il campionato era nelle mani di Alvaro e Ducati, ma... come un vero mastino, tirando fuori le palle, il nordirlandese ha spremuto come un limone la sua Ninja, ribaltando una situazione che appariva già compromessa. Ecco, quello è l’esempio di vero campione. Non so se esista una alternativa a Rea. Forse, lo sarà Razgatlioglu. Vedremo".

Evviva il mongomma Pirelli in SBK!


Quando Borciani si affacciò nel Mondiale, capì immediatamente che le grane da risolvere fossere parecchie. A partire dalle "calzature" che, come egli stesso ricorda, tra ufficiali e private offrivano prestazioni assolutamente differenti: "Durante la ‘Tyre war’, pochi piloti avevano pneumatici veramente buoni - svela - infatti, il divario tra una copertura evoluta ed una meno buona poteva anche determinare due secondi di tempo per ogni passaggio completato. I distacchi tra le varie moto erano considerevoli”.

Poi, arrivò una ottima soluzione.

"Esatto. Quando Pirelli, nel 2004, iniziò ad equipaggiare tutte le moto, le cose migliorarano. Il monogomma - chiamiamolo così - ha agevolato piloti e tecnici, perciò dico: gomme uguali per tutti e per tutta la vita! Non esisteva proprio che un bravo pilota si beccasse anche due secondi da un rivale dotato di pneumatici più prestanti. Credimi, ricordo bene quanto fosse impossibile competere per le migliori posizioni. Con l’avvento di Pirelli, abbiamo visto tanti nomi alternarsi nelle zone alte della classifica”.

Il fatto che i team Indipendenti possano fruire del materiale ufficiale, è interssante?

Da pilota lo è. Guardando l’aspetto con gli occhi del team manager... meno. Perché i soldi da spendere sono comunque tanti. Quando gestivo le Ducati, posso assicurare che fossero uguali a quella di Bayliss. Il mio si trattava di un team privato, però dotato di materiale di assoluto livello. Per garantirsi quel livello prestazionale, occorreva un bel budget e bravi piloti. Per esempio, io avevo Biaggi e Xaus, non so se mi spiego. Anche oggi serve quanto elencato soldi e top rider”.

Adesso i ragazzi che percorso devono fare per diventare piloti?

Io iniziai a guidare le moto nelle strade di tutti i giorni, poi andai tra i cordoli. Ma avevo già una età considerabile oggi ‘adulta’. Diciassette o diciotto anni. Adesso sarebbe tardi per cominciare con le gare. Quando vado alla Scuola Federale con Gianluca Nannelli, trovo bambini di sei o o sette anni già in sella. A undici anni, alcuni di loro fanno paura: sono velocissimi, agili, mangiano le curve. Io iniziai a guidare la Vespa, poi arrivò una 125. Solo a diciotto anni debuttai nelle competizioni. Non è più epoca per rischiare la vita in strada. Adesso si deve partire sin da piccoli, in strutture adeguate e sicure. Dobbiamo toglire i giovani dalle strade, le corse si fanno in pista. Lo sport aiuta a vivere meglio ed il motociclismo deve rimanere un bello sport”.

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