Scott Redding si appresta a vivere la sua tredicesima stagione professionistica di carriera. Ventotto anni compiuti lo scorso gennaio, l'inglese si affacciò nel 2008 in un Motomondiale che lo accolse sperando di trovare l'erede di Barry Sheene e, quel credo ancora in voga nell'ambito dei prototipi, fu ulteriormente alimentato da un successo molto particolare.

Con la piccola 125, l'allora pilota Aprilia mise tutti i rivali in riga, vincendo il Gran Premio di Gran Bretagna in quel di Donington Park. Era nato un astro sventolante l'Union Jack delle due ruote?! Sì, ma non sempre è stato capace di assecondare critica ed aspettative altrue e proprie.

Infatti, il titolo della Moto2 era (quasi) nelle grosse mani dello scatenato biondo di Quedgeley. Quasi, appunto, perché nel finale del campionato 2013, quando si trovava in testa a pochi passi dal traguardo, qualcosa andò storto per lui che, anziché sollevare al cielo il trofeo massimo, lasciò la soddisfazione di farlo a Pol Espargarò.

MotoGP: Pol Espargaro brancola ancora nel buio

In MotoGP, più ombre che luci


Un pilota capace di salire due volte - grazie ad un terzo gradino calcato - della MotoGP, è da valutare quale eccellente pilota. Soprattutto se codesti risultati sono stati ottenuti guidando moto non assistite ufficialmente dalle Casi partecipanti alla Top Class.

Honda e Ducati portate in gara da Scott erano buone, ma non Factory. E poi, in quegli anni il divario tra le ultime evoluzion dei reparti corse ed il materiale privato offriva una forbice ancora più larga di quanto non lo sia oggi. Ecco perché il numero 45 fu, giustamente, inserito tra i talenti massimi del Mondiale.

Però, anche lì qualcosa andò (più) che storto. L'ultimo - sino ad oggi - anno disputato da Redding nella classe regina portò tante polemiche e pochi risultati. Il sistema sembrava essergli indigesto, sicchè si allontanò. Sicché lo allontanarono. Scegliete voi.

La rinascita inglese


Il British Superbike è una bestia dai due volti. La faccia bella è rappresentata dalle dosi di spettacolo e divertimento che si possono trovare in paddock dove si toccano con mano le moto sfrecciare in pista. Davvero. La faccia brutta è, invece, costituita proprio dalle piste.

Scott disse più volte: "Quei fott...i circuiti mi hanno stimolato ad andare in bagno". Tradotto, se la faceva sotto. Poi, passo dopo passo e ripresosi da un infortunio, il bulldog divenne ancora più mastino, guidando una Ducati Panigale V4 R "messa giù bene" sino al successo finale. 

Quella tangenziale inglese si trasformò in una autostrada internazionale, dato che la Casa bolognese, osservandone gesta e risultati, fu pronta all'offerta: "Ci sarebbe la Kawasaki da battere. E non solo quella. Te la senti?" Se l'è sentita, eccome. Ed eccoci al prossimo H2.

In SBK quasi tutto bene. Johnny Rea a parte


Quando un "cagnaccio" ne incontra un altro, scoppia la battaglia per l'osso più succulento. Anche perché la SBK, diversamente da altre serie, premia parecchio il vincitore, ma riconosce poco al secondo arrivato. La lotta tra Scott ed il Mondo era cominciata con belle dichiarazioni: puro, personaggio, rockstar, sincero.

Il vero Superbiker, pronto a fare lo sgambetto a Johnny Rea con la Kawasaki. Redding ci è riuscito in diverse occasioni, non sempre. Come sappiamo, anche nel 2020 a trionfare è stato il Cannibale nordirlandese, in un duello tutto britannico finito a favore del numero 1. 

Quest'anno per Reddingpower sarà la stagione del riscatto? Sarà capace di trasformare i due secondi posti ottenuti nella sua lunga carriera in titolo? Ducati se lo augura, in virtù del fatto che - ricordiamolo - l'ultimo alloro piloti risalga al 2011, quando Carlos Checa ed il team Althea sbaragliorono il campo.