Rispetto ai texani già visti in Superbike, Garrett Gerloff appare inconsueto e dai costumi più raffinati. Se avete in mente le follie di Doug Polen, l’atteggiamento a volte rude di Colin Edwards, e i silenzi enigmatici di Ben Spies, scordateveli per un attimo e pensate invece a un ragazzo “stand-up guy”, ovvero, semplice, posato e senza grilli per la testa. Niente tabacco da masticare, né fucili da esibire e tantomeno dito medio intimidatorio per il ventiquattrenne di Houston che, sempre sorridente e sbarbato, preferisce interpretare la parte di cowboy del paddock con parole e azioni tipiche del posto da cui arriva, senza però risultare gretto o scontroso: "Il Team GRT è figo, la combinazione scuderia-moto è perfetta. Io salto in sella alla R1 e spalanco il gas". Tutto qui, no?

Garrett - che in germanico significa “coraggioso con la lancia” - in effetti, timori reverenziali non ne ha: "Qui è tutto nuovo per me, però non ho nessuna paura di ciò che andrò ad affrontare, non sono preoccupato. Io penso soltanto a migliorarmi giorno dopo giorno, cercando di capire quale sia il mio potenziale in mezzo al gruppo dei rivali, per poi andare avanti, sempre più avanti".

Sprizzi entusiasmo da tutti i pori, tu che in questa epoca sei l’eccezione del pilota statunitense che cerca successo in Europa. 

"Questa è un’opportunità fantastica. Dovrò misurarmi con rivali forti ed esperti, sono focalizzato sui miei obiettivi per il Mondiale 2020. Durante le sessioni di test in Spagna, il lavoro in pista si è rivelato buono, i ragazzi della squadra sono professionali e seri, ognuno di loro mi ha ascoltato, assecondando le mie esigenze. Lì ho capito che potremo fare un ottimo lavoro sulla nostra Yamaha". 

Che differenze trovi tra la R1 che hai guidato nel MotoAmerica e quella del mondiale Superbike?

"La Yamaha USA aveva specifiche davvero simili a quella del mondiale Superbike. Le differenze - minime - si trovano nelle sospensioni, qualcosa nel motore e nella gestione elettronica. L’ergonomia delle due Yamaha è a sua volta analoga, si riconosce in loro il medesimo DNA, le caratteristiche sono pressoché identiche. La differenza è un’altra". 

Quale?

"Le gomme Dunlop e Pirelli, invece, non hanno niente in comune". 

L’altra differenza sono gli avversari: ti scontrerai con moto e piloti super ufficiali. 

"Sono tutte moto competitive, affidate a grandi corridori, di un livello superiore. Alvaro Bautista avrà la nuova Honda, vedremo come si adatterà. Jonathan Rea resta il più consistente, nei test di Aragón e Jerez me ne sono accorto! La Ducati ha almeno due piloti in grado di vincere. Nel gruppo dei primi otto metto anche BMW e, ovviamente, qualche Yamaha. Spero di essere io uno dei piloti migliori con la blu R1. Sogno di lottare presto per la vittoria". 

In patria ha già vinto: correre negli USA quanto prepara al campionato che affronterai?

"Il MotoAmerica vale parecchio. Nel round di luglio, abbiamo diviso il paddock di Laguna Seca con i ragazzi del mondiale; confrontando i risultati e i tempi sul giro, abbiamo potuto notare come i primi tre classificati nel MotoAmerica girassero veloci quanto i primi della SBK. Beaubier è forte, non mi spiego perché Cameron non faccia parte del Mondiale. Toni Elias è stato campione della Moto2, e anche da noi ha vinto. Ci sono tanti ragazzi competitivi e di talento, io credo che il vivaio a stelle e strisce sia ancora florido". 

Un americano in SBK ha un’eredità pesante: Fred Merkel, Polen, Russell, John Kocinski, Edwards e Spies hanno vinto nove titoli, e l’ultimo vincitore, il compianto Nicky Hayden, è arrivato nella serie dopo aver trionfato in MotoGP. 

"Tutti loro hanno compiuto un lavoro straordinario, ma il mio idolo resta Spies. Fu incredibile come Ben lasciò gli USA per vincere subito il titolo mondiale. Lui mi ha aiutato tanto, ha spinto forte per me, proponendo il mio nome nel paddock SBK. Mi piacerebbe emulare le gesta sue e dei miei connazionali, Per riuscirci, dovrò credere in me stesso". 

Tanta serietà, nessun eccesso. Come trascorri il tempo libero?

"Ora vivo a Barcellona, so già parlare lo spagnolo. Scoprirò le città europee, tutte affascinanti e diverse tra loro. E farò fuoristrada. Ho iniziato a quattro anni con una piccola moto da Cross, Ricky Carmichael era il mio eroe. Passando all’asfalto, desideravo venire nel Mondiale: qui ci sono i migliori piloti. Questo è un grosso sacrificio, so a cosa sto andando incontro. Non ho lasciato il Texas per caso".

Yamaha punta al top in Superbike