Mentre prepara le casse, pronte alla spedizione del materiale da un paddock all’altro, Manuel Puccetti ricorda quanta strada ha dovuto macinare per arrivare a essere uno dei team manager più apprezzati in Superbike.

Il muletto, per lui, non aveva segreti. Da giovane, il ragazzo di Reggio Emilia lo manovrava così bene da farlo sembrare un’estensione meccanica delle sue braccia e gambe. Il titolare della cooperativa di trasporti lo teneva d’occhio, così decise di promuoverlo. Lui, soddisfatto ma non appagato, durante la pausa pranzo, si sedeva sui bancali e udiva le moto rombare sulla strada statale adiacente al magazzino presso cui lavorava.

Due e quattro tempi, gli piacevano tutte. Sino alla decisione: "Voglio dedicarmi soltanto alle gare di moto". Naturale e inevitabile. I problemi in casa aumentavano, Puccetti era cambiato, aveva le idee chiare e la sana follia di provarci: "Finiti gli studi, cominciai a guadagnarmi da vivere - racconta Manuel - in primis come facchino, poi diventai magazziniere. Dall’indicibile sforzo fisico iniziale, saltai sul carrello a leve, quello che tutti chiamano muletto. Il passo successivo avvenne con la promozione a responsabile, gestivo 50 dipendenti a soltanto 21 anni. Capii di essere in grado di gestire persone e organizzare indipendentemente il lavoro, mentre iniziarono i bisticci con mia madre. A un certo punto, lei ebbe un esaurimento: il mio licenziamento da una grande azienda e con ottimi stipendi fissi la mandarono in collera, però io volevo andare alle corse di moto. Anzi, io volevo fare le corse di moto, con una struttura tutta mia". 

Cosa ti ha spinto a cominciare?

"La passione, perché senza soldi in tasca avevo tutto da perdere. Partire da zero, o meglio, da sotto zero, fu davvero difficile. Comprai un furgoncino usato, tutto marcio, con i buchi della ruggine ovunque. Fu necessario, e doveroso, dargli almeno una mano di vernice, creando alcuni posti-letto all’interno. Ehm, diciamo che buttare sul pavimento qualche materasso rappresentò il mio primo motorhome per andare alle gare".

La pista ti attirava molto.

"Tantissimo. Alcune persone che mi volevano bene mi aiutarono, quindi partimmo per l’avventura, direi pionieristica, del Team Puccetti. I primi campionati disputati dal sottoscritto erano quelli del Motoestate, mi vengono in mente le notti trascorse a stare sveglio, perché non c’erano abbastanza materassi disponibili. Ci coricavamo l’uno sopra l’altro, come fanno i coccodrilli... Il mattino era sempre piuttosto severo: dalle finestre - sprovviste di tende - arrivava un sole feroce, che significava l’inizio della giornata di gare".

Di competizioni ne hai vissute.

"Le cose iniziarono a diventare serie con le prime partecipazioni al CIV. Quei dieci anni furono la palestra da manager. Grazie alla Federazione, agli sponsor e con l’aiuto della Kawasaki, aprimmo nel 2013 il Team Italia, lanciando ragazzi come Alessandro Zaccone, Franco Morbidelli, Axel Bassani, Marco Faccani e tanti altri che poi sono diventati bravi piloti. Noi del team eravamo sempre più seri, professionali e... professionisti. Nell’Europeo raccogliemmo le prime soddisfazioni con il Morbido nella Stock 600, vincendo due gare, ma la luce più importante, quella che ha trasformato la notte in giorno stava per entrare in squadra e sventolava la bandiera turca".

Kenan Sofuoglu ti ha cambiato la vita.

"Sofuoglu ha trasformato il Team Puccetti da buono a pluricampione. Lui ha creduto in me e per noi è stato un bel salto di qualità, una soddisfazione massima. Kenan approdò in seno alla squadra con un triplo successo mondiale in tasca e la voglia di ripetersi. Infatti, nel 2015 vincemmo il titolo Supersport con la Ninja ZX-6R, aggiudicandoci cinque gare e ottenendo altri quattro podi, battendo la Honda di PJ Jacobsen e anche Lorenzo Zanetti su MV Agusta. L’anno successivo, il 2016, bissammo l’impresa. Sei affermazioni e tre podi ci consegnarono il primo posto in campionato, mettendoci alle spalle Julies Cluzel".

Eri pronto per la Superbike.

"Sì, perciò ci provai. Randy Krummenacher fu il pilota con cui debuttammo nel 2017 in SBK, preparando una ZX-10RR e rendendo la struttura sempre più grande e coinvolta nelle attività del paddock. Dopo Randy si sono alternati vari piloti, sino all’arrivo di un altro turco, silenzioso ma esplosivo e talentuoso". 

Grazie a Toprak Razgatlioglu hai conosciuto il sapore della vittoria anche in Superbike.

"Salire sul gradino più alto del podio è sempre bello, entusiasmante e speciale. Se in Supersport già avevo assaporato tante volte quella fantastica emozione, nella Superbike ho dovuto attendere un po’, ma non troppo: Razgatlioglu è andato forte subito con la nostra Ninja, cogliendo nel 2018 i primi podi per lui e per il Team Puccetti. Nel 2019, da felicissimo, sono andato al settimo Cielo. La squadra è diventata ufficialmente Turkish Puccetti e Toprak ha ottenuto ottimi risultati da podio, ma non soltanto. Le due affermazioni in Francia non mi hanno lasciato dubbi: il turco è il talento più interessante di tutto il paddock Superbike".

Razga è partito. Quanto ci guadagna Yamaha e quanto ci perdono gli altri?

"La Yamaha ha formulato una proposta allettante a Toprak. Iwata avrà il miglior talento delle derivate assieme a Michael Van der Mark: loro due rappresentano il futuro della specialità. Ecco perché ho grande stima per le mosse Yamaha. Spero che Razga si adatti in fretta alla R1, dopo anni in Kawasaki avrà bisogno di tempo. Vedremo. Spingeremo, ovviamente, per i nostri piloti ma faremo il tifo pure per lui".

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I tuoi piloti sono quasi tutti nuovi: a parte il confermato Lucas Mahias, in Supersport hai anche Philipp Öttl e Can Öncü in Supersport, e Xavi Forés in Superbike.

"In Supersport voglio conquistare il titolo mondiale. Mahias può farcela, Öttl è una scommessa che ritengo vincente. Abbiamo programmato molti test per loro, sono piloti forti e dotati di tante caratteristiche tecniche e agonistiche di primo piano. In Superbike abbiamo preso Forés, un pilota che vuole fortemente dimostrare di meritare il Mondiale. Sono convinto che Xavi abbia tutto per giocarsi podi e Top 5 spesso, e allora questo è l’obiettivo che ora ci prefiggiamo. Ovviamente, se arriva anche di più, meglio per lui e per noi (sorride)".

Perché quello di Puccetti è l’unico team indipendente veramente competitivo in SBK?

"La Kawasaki ci tratta bene, la nostra Ninja è gemella di quella ufficiale, e ne siamo onorati. La mia squadra è composta da uomini seri e professionisti, io investo molto nelle risorse umane, ho cercato e preso gente di prim’ordine. E poi il pilota, abbiamo già detto quanto Razga sia stato importante e determinante. Quando un team mette tutto bene insieme, il pacchetto finale fa la differenza".

Cosa suggeriresti alla Superbike per crescere ulteriormente?

"Sarebbe bella una doppia manche della Supersport 600, una il sabato pomeriggio e una la domenica. Inoltre, essendo romantico, sogno di tornare alla storica e stupenda Superpole. Troppo bello e affascinante il giro secco, teneva ­attaccati ai teleschermi tutti gli addetti ai lavori. Per quanto riguarda il calendario, penso che vada bene, peccato soltanto per l’uscita di Laguna Seca. Comunque, potrebbe tornare nel 2021, con tante altre novità".

Ti capita mai di guardarti indietro?

"Rivedo il giovane Manuel che dormiva in tenda e faceva cose pazzesche per essere alle gare. Partire fu dura, anche perché non si usava internet come oggi. Era difficile reperire i contatti, prenotare le piste, tenere la comunicazione. Eravamo in pochi. Attualmente, invece, abbiamo 25 persone fisse che lavorano al progetto, tutte in giro per il Mondo. Imballare le casse che partono e viaggiano per ogni continente è impegnativo. Chi avrebbe immaginato di viaggiare così tanto, chi avrebbe pensato di poter parlare (un po’) di turco? Come dicono Kenan e Toprak: ‘tamam’, cioè, va bene. Io preferisco dire ‘iyi ki dodu’. Che significa? Buona fortuna!".

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