Nel primo ed unico (sinora) round disputato, il team MIE Racing Althea Honda è quello che, probabilmente, ha incontrato più difficoltà da affrontare.

Moto nuova, progetto appena partito, tanto lavoro da fare. Il giapponese Takahashi portava al debutto la CBR RR-R nero e verde in configurazione mondiale, completamente da scoprire e sviluppare, sgomitando in mezzo ad avversari decisamente più rodati.

A Phillip Island Takumi ha colto un punto nella Tissot Superpole Race domenicale, muovendo comunque la sua classifica:Non è stato un inizio semplice - parla Moreno Coppola, team coordinator - perché la Fireblade è arrivata piuttosto tardi e, senza aver fatto test invernali, la partenza in Australia si è rivelata in netta salita. Phillip Island, Losail e Jerez avrebbero dovuto essere per noi ‘round test’ ma, purtroppo, l’arrivo della pandemia ha scombussolato i piani preventivati”.

 In teoria, si potrà recuperare tutto.

In teoria, forse. In pratica, meno. Il problema rappresentato dal Covid-19 è una cosa seria, molto seria. I programmi sportivi sono saltati e, come possiamo vedere, quasi tutte le aziende di settore sono ferme, bloccate. Adesso è difficile fare previsioni ed ogni sorta di bozza calendario sembra una illazione, una ipotesi. Tra il pensare, il dire ed il fare c’è dentro il coronavirus che, lo sappiamo, ha messo in ginocchio tutta Europa e gira pure per il mondo”.

Pensi che il motociclismo sia a rischio estinzione?

No, quello no. Non lo spero e nemmeno lo voglio, ovviamente. Io, come i giornalisti, i piloti, gli addetti ai lavori e tutte le risorse coinvolte, faccio del motociclismo il mio pane. Di moto ci vivo e amo il mio lavoro. Mi secca parecchio stare in casa fermo e non poter viaggiare e operare intorno alla moto. Però, come spiegavo, adesso è inutile ipotizzare calendari e ripartenze. Per esempio, si parla di un campionato SBK ‘invernale’. diciamo tra l’autunno e la primavera europea. A parte il fatto che, già di suo, questa idea è dalla realizzazione complicata: non sono poi così tante le piste disponibili fuori dal Vecchio Continente ed il calendario 2020 lo dimostra. Su 13 round, solo tre si corrono fuori dall’Europa. Viaggiare costa molto denaro, i circuiti hanno impegni grandi con diverse discipline ed eventi, a noi non resta che adattarci. Poi, ci sono altri aspetti da considerare”.

Quali?

Gareggiare 'd'inverno' potrebbe essere interessante per diversificare le derivate di serie dalle altre discipline motoristiche, ma è una cosa secondaria rispetto al Covid-19. Come si fa a dire ‘campionato invernale’ se tuttora non sappiamo come sconfiggere il virus?! In Lombardia sono morte migliaia di persone come mosche, idem al centro-sud Italia. Ancora non abbiamo un vaccino disponibile e la situazione resta grave. Lo stesso in Spagna, Inghilterra... anche gli Stati Uniti sono messi male. Il problema va oltre lo sport, ciò che stiamo vivendo è epocale, ovvero, cambierà abitudini e modo di pensare. Se avessi la soluzione o la bacchetta magica, cancellerei tutto il brutto vissuto sino ad oggi, ma come si fa? Capisco che gli organizzatori di Formula 1, Motomondiale e SBK lavorino come pazzi per ricollocare i singoli eventi, ma la vedo dura. Qui si rischia di non tornare in pista per un bel po’ e parlare di calendario invernale conveniente - tra l’altro e non è così - ai team indipendenti equivale ad una eresia. Proprio le squadre indipendenti saranno le più colpite dalla crisi e, senza gli sponsor disponibili, come affonterebbero le onerose e impegnative trasferte? Aggiungo che il paddock, qualsiasi esso sia, è comunque a rischio”.

Potresti entrare nel dettaglio?

Certo. Per esempio, intorno ad una moto ci lavora gente che proviene da ogni dove. Giappone, Italia, Spagna, Australia... come farebbero a evitare il contatto? Impossibile. Piloti e tecnici sono un tutt’uno nel box, spesso si toccano e parlano a pochi centimetri di distanza. Le mascherine? Bazzecole. Poi, il paddock: ovunque si andrà, sarà passato il Covid-19. Magari non necessariamente un pilota o un manager potrebbe essere infetto, ma un tifoso sì. Sappiamo che nel nostro ambiente lavorino persone anche a ‘rischio’, cioè, i non più giovanissimi. Proprio la fascia più colpita. Pensiamo anche alle hospitality, le cucine, la sala stampa... ah, mettiamoci pure la griglia di partenza, le TV. Ripeto, il bello del motosport è il contatto umano, in questo momento severamente punito. È totalmente inutile invocare ritorni in attività, adesso”.

 È difficile darti torto.

“Guarda, sto parlando con il cuore dell’appassionato e con il cervello dell’essere umano. Adesso dobbiamo pensare a guarire, aspettando. Anzi, lavorando: occorre un vaccino, oppure, lasciamo stare questi calendari fantasiosi. Poniamo che si torni a correre, ok. Poniamo che - ipotesi assolutamente plausibile - un pilota si faccia male e che abbia bisogno di essere trasportato in ospedale... in un momento di emergenza globale, anche una semplice radiografia o medicazione complicherebbe il tutto, portando un caos inimmaginabile”.

 Intravedi una soluzione?

No. A meno che non si trovi presto una cura efficace contro il coronavirus. Altrimenti, dobbiamo aspettare a motori spenti. Brutto, ne soffro, ma reale. È anche vera un’altra cosa: prima o poi ci rimetteremo in azione e, chi avrà saputo attendere, chi ha veramente passione e competenze motociclistiche, farà la differenza. Questo problema è serio ma cela opportunità a chi le sa cogliere. Quando torneremo a gareggiare, sarà più bello di prima e sarà fantastico abbracciarci come abbiamo sempre fatto. E poi, sì, con serenità potremo migliorare le nostre prestazioni. Per ogni cosa, ci vuole tempo e metodo. A pandemia cessata, il nostro sport vivrà una seconda giovinezza. Ne sono certo”.

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