Bagnati fradici, i ragazzi del muretto MVR Bimota esplosero in una festa anche per loro inaspettata: “Incredibile, incredibile, evviva!”. Il team manager Virginio Ferrari, dal canto suo, lo sapeva: Anthony Gobert era un vero talento e, messo nelle condizioni giuste, sarebbe tornato al successo.

Così fu a Phillip Island, in una prima manche che più bagnata non si poteva. Pioggia, acqua ovunque, raffiche di vento, numerosi ruzzoloni nel prato australiano, con tanti nomi illustri scivolati malamente, ne tentativo di copiare il passo del numero 501, che scrisse la storia del mondiale SBK.

 Inverno caliente


Lasciata Ducati, Ferrari accettò la sfida Bimota. La SB8R, bicilindrica come la 996 ma con propulsore Suzuki, prometteva bene, ma andava sviluppata. La formazione di Virginio era esperta e preparata e le esperte mani di Franco Farnè conferirono prestazioni e potenza all’argentea moto italiana, che aveva bisogno di un centauro d’eccezione.

 Ecco quindi “convocato” Anthony Gobert, bizzoso quanto talentuoso australiano. Anzi, talentuoso quanto bizzoso, lasciando l’ultimo aggettivo in evidenza, perché le sue mattate non avevano limiti né confini.

La stagione positiva nell’AMA Superbike - con tanto di vittoria da wild card a Laguna Seca - aveva destato ottime impressioni: dopo la squalifica Suzuki, il Motomondiale e tanti vicissitudini, The Go Show era pronto al ritorno in SBK. Fondamentale fu Ferrari, che porto a correre il pilota, nell’obiettivo di perdere peso:Tony si presentò da me che sembrava uscito da un pub, lo schierai a Kyalami con molti chili in meno” disse il team manager, sicuro della scelta fatta.

Bimota sul gradino più alto della SBK dopo Falappa 


Fu una domenica australiana molto piovosa. E pure fredda, a dire il vero. Ma spettacolare.

Scattato undicesimo, Gobert iniziò, a suon di giri veloci, a risalire la china, guidando sul velluto, con il suo stile storto, enduristico ed efficace. Le tante sbandate in accelerazione e frenata dimostrarono come Anthony fosse al limite, tuttavia controllato dal suo abile polso destro e dalle muscolose chiappe, duramente allenate nella fase prestagionale.

Bella quella Bimota, color argento, con bande rosse tendenti all’arancione. Stesso colore del caso di Go Show, un tipo non amante del sobrio, comunque elegante.

Mentre molti avversarvi finivano a capocciare l’asfalto, la SB8R recuperava posizioni su posizioni, sino a raggiungere una Yamaha e una Ducati.

Le pilotavano Guareschi e Foggy, che il giovanotto aussie aveva già battuto ai tempi della Kawasaki, tra le altre situazioni, proprio a Phillip Island. Zac, primo sorpasso Vitto che pareva fermo, ingessato. Tac, secondo attacco vincente, stavolta al campione del mondo sulla Rossa. Chissà che soddisfazione per Anthony, che in Ducati ci stava per entrare.

Poi, la fuga, Pioggia, pioggia, pioggia. Derapate, derapate, derapate. Haga naufragò, Edwards limitò i danni, Crafar, Corser e Chili a raccogliere margherite.

Con un vantaggio che sfiorò i trenta secondi, Gobert vinse, per grande gioia del pubblico amico. Quella Bimota numero 501 tagliò in trionfo il traguardo, undici anni più tardi dal successo di Giancarlo Falappa, primo al Paul Ricard con la YBE4I.

Sul podio, Anthony, Carl, Vittoriano. Tutti bagnati, ma soddisfatti.

Appena sotto, un grande Lucio Pedercini, giunto quarto con la sua 996 fatta in casa. Il pilota mantovano, oggi team manager, corse quel giorno con uno stivale su misura realizzato da Alpinestars. Il malleolo tibiale offeso nelle prove libere del CIV, operato due settimane prima, non fermò la voglia di Lucio che, malgrado camminasse nel paddock con l’ausilio di stampelle, in sella ottenne un eccellente risultato, mettendosi dietro tante moto ufficiali: "Dovetti stringere i denti parecchio, perché volevo disputare la gara. Dopo anni, posso dire che ne sia valsa la pena" ricorda Pedercini, uno dei più bravi a Phillip Island SBK 2000.