La foto di copertina fa venire la pelle d’oca. Tra i tanti miti della SBK - Chili, Reynolds, Hodgson, Whitham, Goddard e Merkel - svetta il più amato tra tutti, il personaggio perfetto per descrivere un’epoca motociclistica che non esiste più: Fabrizio Pirovano.

Lo scatto sul rettilineo dei box di Donington raffigura la celebrazione del venticinquesimo anno di età del mondiale dedicato alle derivate di serie ed il Piro, in piedi sulla Suzuki GSX-R 1000 Alstare Corona, con il suo sorriso spiega perfettamente quanto i piloti si divertissero in un ambiente che, chi l’ha frequentato, non lo dimenticherà mai.

Pure Fabrizio è indimenticabile. La sua scomparsa, avvenuta quattro anni fa, è stata difficile da accettare in quel 12 giugno del 2016 e resta dura da rielaborare tutt’oggi. Perché non stiamo parlando di un “semplice corridore”, ma di un simbolo agonistico, umano e carismatico capace di far appassionare anche coloro che, di moto, non ne capivano più di tanto. Un amore indelebile.

Dal cross all’asfalto: Piro Re di Monza


Fabrizio aveva il fisico di un fantino ed il suo primo cavallo fu la moto da cross, che lui domava con grande maestria e controllo. Bella la polvere, il fango, i salti e tutto il resto, ma l’Autodromo Nazionale di Monza si trovava proprio sotto casa, perché non farci un giretto? Anche perché, il titolo Cadetti vinto nella classe 50 ed il secondo posto nella Juniores 125, qualche cerotto di troppo a coprire ferite rimediate qua e là glielo consigliarono.

L’asfalto sembrò a Pirovano più rassicurante e lui iniziò ad andarci forte subito, portando in gara moto carenate da 250 centimetri cubi a due tempi, ma il richiamo delle più grosse e potenti quattro tempi fu per il brianzolo come un invito a nozze.

Ed ecco il matrimonio con la SBK, categoria nata - benissimo - nel 1988, che Fabrizio affrontò con una Yamaha OW01, portata alla vittoria a Le Mans, per un primo ruggito iridato, ripetuto l’anno successivo a Donington Park.

Nel 1990, tre successi per Pirovano, tra cui la doppietta di Shah Alam, raffigurata in foto: grande giornata per lui, ancora meglio a Monza, davanti ad amici e tifosi locali: con i due gradini più alti del podio, il ragazzo di Biassono scrisse le prime pagine di un capitolo dedicato interamente alle sue imprese monzesi, che lo ricordano oggi come il vero ed unico Re di Monza: lo conferma la doppietta del 1992, i podi calcati un anno dopo e le vittorie ottenute nella Supersport.

Il titolo mondiale nella 600, cilindrata perfetta per il Piro


Guidava bene la 750 quattro cilindri e andava forte pure con la 916 Ducati bicilindrica il Piro, ma con la 600 dimostrava di averne (anche) di più. Sarà stato per la poca tecnologia presente sulla moto, consideriamo anche che la Supersport di quegli anni proponeva una griglia di partenza assolutamente livellata, comunque la differenza in pista la determinava il pilota.

Fabrizio ebbe nella stagione 1998 l’apice di carriera, dal punto di vista del piazzamento finale: primo posto e vittoria del titolo, grazie a cinque affermazioni di tappa colte con la Suzuki GSX-R 600 del team Alstare Corona.

L’episodio più significativo risale, però, al 1997. Con fratture ad entrambe le caviglie, a Pirovano fu consigliato di non correre la gara di Monza. O meglio, gli fu consigliato di non correre nella “sua” Monza, appuntamento di casa, immancabile per lui:Ma scherziamo? Ho dolori e non mi muovo bene, ma io oggi corro. Eccome se corro”.

La pioggia allagato tutto e la gara - effettivamente - si sarebbe disputata in condizioni oltre il limite consentito, perlomeno oggi: “Meglio, meglio. Mettetemi in sella, sull’acqua faticherò decisamente meno”.

Detto, fatto: due bestioni del team belga di Francis Batta sollevarono il Piro come se fosse una foglia e lo incastonarono sulla Ducati 748, che lui riuscì a guidare vellutato, battendo tutti i rivali  andati vicino all’affogamento, tanta era l’acqua caduta dal cielo e tantissima quella che allagava l’asfalto. Il Piro era così, generoso e non si arrendeva mai.

Il saluto che non fu un addio, bensì un arrivederci


Di togliere la tuta in pelle, non ne voleva sapere. Anche quando la carriera di pilota professionista finì, Pirovano si divertiva a correre - e vincere - nelle tante gare di contorno e nei trofei collegati al campionato SBK. La cosa bella era vederlo confrontarsi tranquillamente nel paddock con perfetti sconosciuti, come se lui li conoscesse da anni.

Ed ogni parola, si trasformava in consiglio utile:Ascolta, se entri così forte alla prima della Ascari, ti ritrovano nella tribuna che la Ferrari occupa nei giorni della Formula 1. Dammi retta, il lato sinistro della gomma è freddo in quel frangente, guida più tranquillo e finirai il giro. Aveva ragione”.

Da team manager, Fabrizio era portatore di una carica contagiosa e positiva: chiedete a personaggi come Max Biaggi o Troy Corser. Il Piro sapeva sempre trovare la motivazione giusta e saperla comunicare.

Quando uscì dall’ambiente, lo fece solo perché non stava bene. Un brutto male lo portò via da qua, ma non lo portò via da qua. Il concetto è difficile da spiegare, proveremo a farlo ricordando l’ultimo giro compiuto da Pirovano a Monza, con una folla di motociclisti a segurilo fedelmente: amici, colleghi, ex rivali, giornalisti, tifosi e semplici appassionati. Tutti erano in pista in quel giugno 2016 e, la sensazione comune, fu che il Re di quella storica pista fosse ancora in mezzo a chi gli voleva bene. E lo sarà per sempre.

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