Nel corso degli anni, sono immani i progressi compiuti dal motociclismo nell'ambito della sicurezza, ma questi, probabilmente, non sarebbero stati tali senza l'apporto di Virginio Ferrari, Campione 1987 in TT F1.

Il pilota parmense ha vissuto sulla propria pelle gli anni di un "motociclismo folle", in cui la Federazione Motociclistica Internazionale non aveva minimamente a cuore la sicurezza dei piloti, arrivando a prendere posizione a Dundrod, in Irlanda del Nord, quando si rifiutò di correre nonostante fosse in testa al Mondiale.

"Quando hai visto nella tua vita sportiva, o direttamene in pista, o direttamente all'obitorio, o direttamente perché sei andato all'ospedale, io ho contato, 24 colleghi/amici (morti, ndr.). C'era qualcuno collega, qualcuno che non conoscevi, qualcuno che era intimo amico, immaginate, 24 bare una di fianco all'altra, come se fosse il terremoto dell'Irpinia, il terremoto della Sicilia, per dire qualche disastro ambientale. Non qualche disastro volontario, voluto, da una Federazione internazionale che ci fa correre lì", dice Virginio, ricordando le morti che lo hanno toccato in prima persona. 

"Quando mi sono ritrovato in testa a un Mondiale, quando mi hanno dato del montato, sono passato per il montato di turno - aggiunge l'ex pilota, parlando della sua decisione di lasciare il circuito di Dundrod -. Quando si è in testa a un Mondiale, io credo, se hai un minimo di coscienza fai valere la tua opinione, perché c'è qualcuno che ti ascolta".

"Uno che va a fare un Mondiale, che non ha quel tipo di limite e che il gas ce lo mette anche quando c'è da lasciarci la pelle se sbagli, ti dice: 'ragazzi, ma ci stiamo rendendo conto di quello che stiamo facendo?... o no!'.

Ecco perché io dico: la coscienza di chi ha in mano un campionato, la coscienza di chi diventa protagonista su quel campionato, deve essere un qualche cosa che prenda non soltanto la coscienza di ognuno di noi, ma anche quello che andiamo a trasmettere agli altri tra un anno, 10, 15, cioè alle generazioni di piloti futuri".

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