Un pacchetto di sigarette lasciato in auto e nessuna nuvola di fumo uscita da bocca e narici. Questa è l’unica rinuncia fatta da Marco Lucchinelli, manager vincente con Raymond Roche e la Ducati nella Superbike del 1990. La storica prima volta di Borgo Panigale, poi dominatrice in quel decennio e in quello successivo del Mondiale delle derivate, anticipò la doppietta di Doug Polen e la doppia epopea di Carl Fogarty e Troy Bayliss. Per Marco, quel titolo al muretto box fece il paio con quello conquistato, da pilota, in 500. L’alloro del francese arrivò con la 851, con bicilindrico desmodromico dotato di alimentazione a iniezione elettronica, all’epoca un concetto tecnologico d’avanguardia. Lucky fu bravo nel gestire situazioni, responsabilità, uomini nel garage e rapporti con la Casa madre. Il reparto corse venne allestito nell’ampio parcheggio della fabbrica di Borgo Panigale. Marco si recava lì e “rompeva le scatole” a chi dovere il giusto e poi faceva andare parecchio forte i suoi piloti. Lucchinelli definisce oggi la sua come "Una squadra della madonna" che contò sulle mani tecniche di Franco Farné, coadiuvate da teste di ragazzi giovani, in gamba, pronti a fare strada. A completare il tutto, Falappa e Roche. Giancarlo nel corpo a corpo non temeva nessuno e brillò sull’asfalto bagnato. Raymond si dimostrò concentrato e competitivo in ogni condizione. In un campionato aperto a fornitori di pneumatici differenti,  Dunlop, Pirelli e Metzeler si scontrarono con la francese Michelin, a cui non dispiaceva che il marsigliese numero 3 fruisse delle gomme concepite a ClermontFerrand. Il suo feeling con le coperture fu ottimo sin dai test prestagionali.

La Squadra Corse Ducati partì con il piede giusto già in inverno, nonostante qualche problemino: "Si lavorava tanto su cablaggi ed elettronica. Se qualcosa non funzionava, la moto smetteva di andare" ricorda Lucchinelli. "Con gomme e motore ci sentivamo a posto. Il Pompone offriva una coppia generosa e le Michelin si comportavano bene in ogni condizione". La concorrenza si presentò agguerrita. Il riferimento erano i due volte detentori del titolo Fred Merkel e il Team Rumi, con la Honda RC30. Fabrizio Pirovano e la Yamaha Belgarda contavano su un’eccellente OW01. Rob Phillis e la Kawasaki volevano la posta grossa, stesso obiettivo per Stéphane Mertens e Rob McElnea. E le wild card mischiarono le carte più volte.

Nel primo weekend di Jerez, Roche partì con il tris: pole position e doppietta. Merkel, Mertens e Falappa non riuscirono a copiare il passo di Raymond che fuggì sino alla bandiera a scacchi: "Mi chiedete se sono contento? Certo, vado via da Jerez con 40 punti mondiali". Sì, perché nel 1990 il vincitore di manche ne prendeva 20. A Donington, Merkel e Falappa si riscattarono, mentre Roche si accontentò di due secondi posti, sufficienti a mantenere il comando della graduatoria. All’Hungaroring, la pole fu siglata dall’australiano Malcom Campbell, capace poi di calcare il secondo gradino del podio in Gara 2. La prima corsa fu di Merkel, meglio di Roche e Pirovano. Poco più tardi, Raymond replicò portando la 851 davanti a tutti. Nel frattempo, gli equilibri in seno al Team Ducati si delineavano, con i risultati a fungere da ago della bilancia; il compagno di squadra rappresentava il primo avversario da battere e tra i due piloti non fiorì l’amicizia. Falappa sfoderava sorpassi e prodezze uniche nel suo genere, Roche martellava costante. Ma erano diversi.

Lucky, vero animale da pista, ebbe un’idea: "Viaggiate insieme dall’Ungheria alla Germania - suggerì - soltanto così potrete conoscervi meglio". Bella trovata. Giancarlo alla guida della sua auto e Raymond seduto a fianco. Il tragitto si tramutò in un film a inseguimento: "Ehm, Giancarlo, la tua macchina va forte, ma... ". "Dimme, Raymond". "Da qualche minuto vedo una grossa ombra sulle nostre teste". "Che sarà mai? Adesso accelero e se lo levamo dalle palle". "È l’elicottero della polizia! Vogliono noi!". Lucchinelli non si arrabbiò più del dovuto: "Mi recai al comando di polizia vicino a Hockenheim. Convinsi gli agenti a liberare i miei piloti e soltanto dopo qualche ora li fecero uscire. E in circuito ci fu un briefing risolutore". Roche ne era certo: "Falappa c’est fou. Porca puttana, lui è matto". Giancarlo più sereno: "Avemo toccato i 240, ma credo che a 250 ce potevamo arrivà" .

Velocità folli in strada, superate in pista. Hockenheim vecchia maniera offriva interminabili rettilinei, in cui esaltare le doti motoristiche. Partire dal palo fu una promessa non mantenuta dal Pompone numero 3, che in gara ruppe. La gemella numero 6 arrivò terza, dietro alle quattro cilindri 750 Honda e Yamaha di Merkel e McElnea. Il marsigliese si riscattò nel pomeriggio, giungendo tra il belga Mertens e il californiano Merkel, che si prese il primato in classifica. Occorreva una riscossa ed arrivò in Canada: a Mosport la pole andò allo spettacolare Leone di Jesi, che però poi cadde malamente in Gara 1 e dette forfait a braccio rotto. Nelle due corse, Roche regolò lo yankee Jamie James e fece doppietta. Con una punta infortunata e l’altra in forma, Lucchinelli ricorda che non sapeva se piangere o ridere: "Nessuno guidava bene come Giancarlo, che però non si accontentava: vincere o niente. La costanza premiò Roche. Raymond non fu veloce quanto Falappa, ma ebbe più testa".

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A proposito di testa, il transalpino disse Au revoir a tutti da leader iridato. Nelle tappe successive Roche andò sul podio a Brainerd e Zeltweg mentre il compagno di team, purtroppo, in Austria rimediò un brutto infortunio che lo tolse dalla contesa sino a fine stagione. Un incidente terribile, con 27 fratture e il rischio di dissanguamento (i piloti accorsi, vista l’innaturale posizione del casco, temettero il peggio). Con un solo attaccante, la Rossa si presentò a Sugo in vetta al Mondiale, nel Giappone crocevia del percorso: uscire indenni significava ipotecare il titolo, e conveniva approfittare dell’assenza di Merkel, ko alla 8 Ore di Suzuka. Le wild card locali erano tante, ma la sorpresa più concreta fu Doug Chandler, americano già capace di vincere in casa un paio di mesi prima e autore del bis nella seconda manche nipponica. La prima frazione andò a Roche, dimostratosi “roccioso”, come il suo cognome suggerisce. Il picco del suo rendimento fu toccato in Francia, a Le Mans. Di fronte ad amici e parenti Raymond non badò a calcoli né a strategie. Il ricordo del secondo posto in 500 nel 1985 era ancora vivo, e Roche stampò una doppietta su una pista che conosceva come le proprie tasche. L’obiettivo era sempre più nitido per lui, sebbene a Monza dovette inchinarsi a Pirovano, il Re del tracciato brianzolo, vincitore sotto il diluvio davanti anche ad Ayrton Senna, in tribuna. I problemi accusati da Merkel fermarono il campione in diversi round, la velocità non sempre costante del Piro e gli alti e bassi ancora più accentuati di Mertens, Phillis e McElnea favorirono il mastino gestito da Lucchinelli.

Si arrivò in Australia: sicuri di poter toccare il cielo con un dito, Marco e il team “anticiparono” la festa. Nel dopocena del sabato sera di Phillip Island. ecco la sfida più sentita: toccare con lo specchietto retrovisore una balaustra che separava un ponte dall’acqua. Grazie allo spirito agonistico mai sopito, Lucchinelli vinse. L’euforia gli fece però dimenticare nella (ammaccata) auto a nolo un bene per lui prezioso. La domenica, Raymond Roche si aggiudicò il Mondiale, e tra champagne e foto Lucky festeggiò con una piccola disdetta: "Toccai le tasche, senza trovare le sigarette. Peccato, mi sarei concesso qualche bel tiro". Una vittoria “niente fumo e tutto arrosto”, come la stagione di Roche, soltanto due ritiri in 26 manche, uno dei quali in Nuova Zelanda, a titolo acquisito.

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