Estoril - All’interno di una stagione di dominio, che ha portato al sesto alloro consecutivo, Jonathan Rea ha dovuto accettare a malincuore l’assenza delle persone che più ama. La sua famiglia. Il riferimento a loro non è mancato nella celebrazione del titolo, al termine di Gara 1 dell’ultima tappa del mondiale Superbike, una festa caratterizzata dal casco dorato e dall’anello di grandi dimensioni, mutuato dalla tradizione dello sport americano: se con i primi cinque titoli il Cannibale aveva occupato un’intera mano, ora ha cominciato con l’altra. Un messaggio nemmeno troppo subliminale per i rivali... 

La famiglia, però, è rimasta in cima ai pensieri di Jonathan: in un paddock dagli accessi limitati, il trentatreenne di Ballymena non ha potuto portare con sé la moglie Tatiana, i figli Jake e Tyler, e il cane, raffigurati sulla lavagna segnaletica del Team Provec, sempre attento alle esigenze del nordirlandese.  

SBK, per Rea è un sesto titolo che sa di... famiglia

Rea si è abituato a rincasare dopo i weekend di gara, sapendo come verrà accolto: "Quando apro la porta, è Brno (un nome, un programma, nde) il primo che arriva velocemente, poi i due bambini corrono da me. Generalmente ritorno a casa di lunedì e la sera porto mio figlio maggiore a giocare a calcio. È un equilibrio carino, perché cerchiamo di vivere una vita normale, che prevede momenti come il campeggio con gli amici e le rispettive famiglie. Cerchiamo di essere normali. Voglio il minor stress possibile".  

Partiamo proprio dal pallone: sei un tifoso del Barcellona, e stai dominando come i blaugrana degli anni migliori.  

"Quando entrai nella struttura KRT, andai a vedere il Barcellona al Camp Nou e apprezzai tantissimo il loro gioco. Rispetto Leo Messi e il suo profilo, il modo in cui gestisce carriera e vita, e pure il suo carattere (e per certi tratti caratteriali, Rea somiglia proprio al fuoriclasse argentino, nde). Quindi i miei figli hanno iniziato a tifare Messi e ora seguiamo il Barcellona. Jake e Tyler giocano tre volte a settimana per la squadra locale della città in cui viviamo, e sono anche abbastanza bravi".  

E se un giorno ti chiedessero di correre in moto? Un anno fa dicesti a Motosprint: “Posso accettarlo, a patto che lo vogliano con lo stesso desiderio che avevo io da piccolo”.  

"Sì, sarei pronto ad accettarlo. Per esempio, il giorno prima di partire per Magny-Cours, ho girato con loro con le moto da Cross. Il lunedì, invece, è la serata del calcio. Se amano il calcio, viva il calcio. Se amano il Motocross, viva il Motocross, o qualsiasi altro sport. Non mi interessa cosa preferiranno, l’importante è che siano felici. Vedremo in futuro".  

Come ti senti quando porti la tua famiglia nel paddock? 

"Mi piace averli tutti con me. Se mia moglie sta attraversando un periodo difficile, la posso aiutare in qualche modo per dieci minuti, ma quando lei è a casa e sta passando una giornata difficile, è a migliaia di chilometri di distanza, e mi sento come se non potessi aiutare. Essere madre e allevare i figli è un vero lavoro. Nel paddock, adoro quando arrivo al parco chiuso e trovo la famiglia che mi aspetta. Loro si impegnano per sostenere la mia preparazione, la mia alimentazione, tutto. Se il team lavora in officina, io faccio lo stesso a casa, perché la mia famiglia è una parte della mia squadra".  

Batti rivali che non hanno le tue stesse esigenze: non deve essere semplice gestire carriera e famiglia, con relativi pensieri.  

"Non lo è affatto, ma devi farlo. Sento questo come il mio punto di forza: riesco ad attivare il pensiero della pista quando sono nel garage. Al contrario, quando sono in famiglia, posso dedicarmi soltanto alle mie persone. Ritengo di essere bravo nel cambiare rapidamente le attenzioni, rimanendo concentrato su ciò che sto facendo in quel determinato momento".  

A proposito di pensieri: quali erano i tuoi durante il lockdown della scorsa primavera? 

"Pensavo che avrebbero cancellato la stagione o che Alex Lowes sarebbe diventato campione dopo Phillip Island. Mi sono reso conto che, per evitare di andare in depressione, dovevo generare una routine. Infatti, ogni giorno pedalavo, normalmente collegato on line con gli amici, e mi allenavo in palestra con il mio trainer su FaceTime. Ho lavorato molto bene durante l’isolamento, migliorando la mia forma fisica. Però, dopo alcune settimane, mentalmente è diventata dura, perché le notizie dall’Italia e dal Regno Unito non erano affatto positive".  

Positivo per te, e pure molto, è invece il fatto che hai vinto ancora. E sono sei di fila: nella Velocità iridata, non accadeva dai tempi di Giacomo Agostini... 

"Si tratta di una sensazione incredibile, difficile da spiegare a parole. Facendo un bilancio, siamo stati fortunati in questa mezza stagione. Mi aspettavo che nelle tappe di Aragón, Teruel e Montmeló potessimo faticare, perché il Motorland è un circuito favorevole alla Ducati, il Montmeló è un tracciato in stile MotoGP su cui non avevo mai corso, quindi mi aspettavo che Alvaro (Bautista) e Scott (Redding) potessero essere molto veloci, ma alla fine ho fatto un ottimo lavoro, incrementando la leadership in campionato. In Francia ho provato a essere forte, facendo il meglio possibile, non ho chiuso i conti ma ho ipotecato il titolo, festeggiato qui all’Estoril".  

Quali significati racchiude questo sesto titolo? 

"Ogni titolo è speciale. Ma questo è... strano. Lo dico perché il campionato si è corso su una distanza breve e tutto si è rivelato molto intenso. Dopo Phillip Island e lo stop, ho dovuto mantenere concentrazione e motivazioni, quindi la ripartenza è stata più stressante del solito, in una situazione inedita da affrontare, per me e per gli altri. Sono rimasto focalizzato sulla vittoria dal primo all’ultimo istante: era il mio obiettivo, il solito di sempre".  

Ti aspettavi Redding, Davies, Rinaldi e Razgatlioglu al livello di competitività espresso, in momenti differenti della stagione? 

"Mi aspettavo un Toprak più consistente, a dire il vero, perché con la Kawasaki era stato molto forte, nella seconda metà del 2019 il turco era stato un grande rivale, ma con la Yamaha ha anche faticato. Non so se sia una questione di squadra, moto o stile di guida. Per quanto riguarda Scott, lui è un pilota da Gran Premi, corre e vince nel Mondiale da quando aveva 15 anni, è un pilota di altissima qualità, lo ha dimostrato".  

Come descrivi la rivalità con “l’ultimo arrivato” tra i tuoi antagonisti? 

"Tra me e Scott ci sono rivalità e rispetto, tutti i piloti sognano rivalità così pulite (e lo confermano i complimenti di Redding per il titolo, subito al parco chiuso, nde)". 

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Sogni una nuova Kawasaki Ninja, lo hai detto a chiare lettere dopo aver firmato un rinnovo a vita con la Casa di Akashi.  

"Vedremo: come squadra, lavoriamo a stretto contatto con il reparto corse Kawasaki e forniamo sempre feedback su come migliorare la ZX-RR. Non è una decisione mia o del team, l’uscita della nuova moto spetta ad Akashi. La Kawasaki è una grande azienda".  

Quanto sarebbe necessario questo nuovo modello? 

"In realtà quest’anno abbiamo sviluppato bene anche la moto che avevamo. Siamo riusciti a migliorare in condizioni di caldo torrido, a livello di consumo delle gomme. Ho visto progressi in curva".  

E il motore? L’impressione è che la potenza fosse poca, e che tu fossi costretto a staccare al limite.  

"In effetti ho lottato per avere più potenza, più cavalli. Il regolamento non concede troppe modifiche e, rispetto a Ducati e Honda, siamo in difficoltà. Parliamo del nostro punto debole, ma anche noi abbiamo aree in cui siamo più forti".  

Quali? 

"Freniamo meglio della Ducati, sfruttiamo la gomma più della Panigale V4 R. Penso anche che la Kawasaki sia più facile da guidare. Secondo me il nostro pacchetto complessivo è ancora uno dei migliori".  

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E quando incroci lo sguardo del tuo capotecnico Pere Riba, vi capite in fretta.  

"Pere è incredibile, per come sa analizzare la moto e trovare il set up, sono molto fortunato ad averlo in squadra. Il suo passato da pilota lo aiuta, e quando esprimo un commento, lui capisce al volo. Controlla soltanto i dati e comprende facilmente le mie necessità".  

Sei titoli e un 2021 con la possibile sfida della nuova moto. Ma se guarda indietro, Jonathan Rea vede un ragazzo che sognava di diventare il Re della SBK? 

"Non l’ho mai sognato, non mi azzardavo: quando ero piccolo, Carl Fogarty era il Re, e poi nel Regno Unito sono stati Neil Hodgson, James Toseland e Tom Sykes a portare titoli iridati. Io ho vinto sei campionati, è incredibile, al punto che non comprendo davvero l’entità di tutto questo. Sto ancora vivendo questo sogno e il momento. Forse, quando mi sarò ritirato, guarderò a ciò che ho ottenuto in quest’epoca e magari sarò davvero felice o orgoglioso. Al momento penso soltanto a ogni singola gara, ecco la mia chiave vincente. Sono orgoglioso di quanto realizzato, questo posso già dirlo". 

Eviti le gare su strada, anche se sono in voga dalle tue parti. Com’è per un nordirlandese provare a diventare professionista? 

"È difficile, non ci sono una struttura internazionale né un circuito di buon livello. Abbiamo piste piccole, nulla che possa preparare i piloti ad andare a correre nella Superbike britannica; tanti giovani piloti hanno bisogno di sponsor e soldi per andare a correre nel Regno Unito. Se non hanno denaro, vanno a disputare le corse su strada. Io seguivo l’amico Keith Amor, andrei ad aiutarlo ancora ma... si è ritirato. Parliamo molto di Road Races e a volte vado a vederle. Non mi piace il pericolo, ma adoro lo spettacolo. Il TT dell’Isola di Man è emozionante, ho vissuto lì per anni e mi sono reso conto di quanto sia eccitante, fantastico".  

Sei il Marc Marquez della Superbike: perché non sei mai passato al Motomondiale? 

"Non ho mai avuto davvero una buona opportunità. Potrei dire 'se avessi fatto questo', ma la realtà è che non ho mai avuto una buona occasione. Avevo delle offerte, però niente che mi convincesse e che mi potesse permettere di essere competitivo. Sento che potrei essere veloce in MotoGP, questa è la mia sensazione, ma non ho avuto un’opportunità valida per dimostrarlo. A questo punto della mia carriera, sento che non lo farò mai. Sono comunque soddisfatto in SBK e vivo la situazione ideale con la Kawasaki. Sono felice".  

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