Ha vinto - e sta vincendo - a più non posso, eppure, sembra sempre che manchi qualcosa alla definitiva consacrazione. Parliamo di Jonathan Rea, pluricampione SBK, che detiene sei titoli mondiali conquistati di fila ed un numero impressionante di affermazioni.

 Ben 99 i gradini più alti calcati dal nordirlandese, record assoluto nelle derivate di serie e ben più alto di quanto fatto da illustrissimi colleghi: il due volte iridato Troy Corser conta 33 successi, il tre volte campione Troy Bayliss ne vanta 52, il quattro volte Re Carl Fogarty annovera 59 occasioni in cui abbia tagliato il traguardo in testa.

 Insomma, il Cannibale ha ingoiato più di tutti - grazie anche all’introduzione dal 2019 di una terza manche a weekend, che offre una possibilità in più - e, sebbene si dimostri tutto fuorché sazio, fatica a fare notizia. Perché, cos’ha il trentratreenne di Ballymena meno degli altri? Assolutamente niente.

La bandiera Union Jack di Foggy


 La Gran Bretagna di metà anni Novanta aveva bisogno di sportivi all’eccelleza. L’Inghilterra in primis che, ripresasi da poco (ma non del tutto) a livello mondiale nel calcio, necessitava di primeggiare anche in altre discipline. Le moto, magari, perché Oltremanica si vendeva il più alto numero di pezzi nuovi ogni anno.

 Culturalmente, l’appassionato a due ruote anglosassone è esigente e pure accomodante. Ma come è possibile un mix così? Lo è. I fasti di Barry Sheene in 500, per esempio, fanno pensare all’esigenza. L’attuale condizione del domestico BSB, invece, consiglia una sorta di “ci accontentiamo di quanto abbiamo e lo valorizziamo”.

Tutto vero, ma è meglio vincere. Carl Fogarty capitava a fagiuolo. Semplice, rude, diretto, essenziale. Forte ed animalesco, come un bulldog portato a spasso da uno hooligan. Le sue imprese non hanno avuto niente di comune ma, in comune, l’atto di coraggio. Come Braveheart, il pilota di Blackburn era un vero trascinatore.

Carl Fogarty: “In MotoGP sono tutti noiosi”

La scanzonatezza di Corser


Troy sorrideva sempre. Bè, quasi sempre, diciamo. Soprattutto quando vinceva - ovviamente - e pure quando guidava come piaceva a lui. La voce “divertimento” era fondamentale, per un australiano arrivato in Europa passando prima dagli USA.

 Il muratore e lo scaricatore di porto, due professioni che gli alimentarono in patria inizi agonistici. Ma lui voleva il Mondo, o meglio, i Mondiali. Partire da Wollongong non gli risultò troppo sacrificante, tuttaltro. Conoscere gente nuova, visitare posti mai visti erano attività parecchio gradite.

Spesso e volentieri in festa, sensibile tecnicamente e nella guida. Poi, finita la giornata tra i cordoli, una bella birra fresca, accompaganta da una altrettanto bella bionda... donna. Amico di tutti e nemico di nessuno, il Coccodrillo fece innamorare in pista e fuori dal paddock, perché esprimeva il senso del gioco che non ha mai perso.

La responsabilità di Bayliss


Troy arrivò per caso nel Mondiale SBK, questo è quanto è stato detto, ma non è propriamente vero. Lui stesso ha più volte a noi specificato che approdare in Europa faceva parte del suo piano, per un Aussie che emigrò in Inghilterra e Stati Uniti.

Quanto Fogarty si fece male, per Bayliss arrivarono due occasioni, colta la seconda a Monza nel 2000, teatro del sorpasso più micidiale di sempre. La chance che Ducati dette al biondo di Taree fu da egli vissuta con senso di responsabilità.

Nei confronti di chi? Di tutti: azienda, uomini della Casa, colleghi, meccanici, sponsor... tutti. Moglie Kim e figli inclusi, "costretti" a fare più volte le valigie. Troy correva mettendoci sempre il cuore, ecco perché ha fatto breccia nei cuori, anche di coloro che non prediligevano una Rossa.

Rea, il professionista per eccellenza, senza fronzoli


Ad un recente foto shooting di un importante brand di settore, alcuni piloti sponsorizzati dal marchio si sono presentati alla suddetta sessione, sfoggiando look ed abbigliamento variegati, che non apparivano esattamente in linea con il momento.

Ciabatte, bermuda da spiaggia e qualcosa che mancava. Invece, il sei volte iridato era al completo di tutto, dalle scarpe al berretto, dai pantaloni alla T shirt. Impeccabile e preciso Johnny Rea, malgrado il caldo infernale consigliasse lo stile da mare di alcuni colleghi.

Lui è così. Magari non urla, non salta, non balla. Però è dannatamente serio, meticoloso e concreto. Johnny ama la famiglia, non gliene frega niente di eventi mondani, celebrazioni e sbronze. Rea fa bene e meglio di tutti ciò che ama e nessuno può negare che meriti quanto riceve. Malgrado non buchi TV o copertine dei giornali.

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