Nel paddock delle derivate di serie, il GRT Yamaha WorldSBK Junior Team è una delle squadre più internazionali. La formazione indipendente dal personale italiano, con base a Terni, segue l’angolo di Garrett Gerloff. Il pilota dallo slang texano, ma abile pure con l’idioma spagnolo, sta vivendo il secondo anno nel Mondiale.

Il numero 31, dopo il ravennate Federico Caricasulo nel 2020, ora ha un compagno di avventura giapponese, già distintosi nei test precampionato per manovre ad alto tasso di spettacolarità e spericolatezza. Il team manager Filippo Conti e il direttore tecnico Mirko Giansanti seguono le azioni della R1 numero 3, rispettivamente davanti ai monitor e da bordo pista. I commenti forniti da entrambi i professionisti umbri sono i medesimi: «Mamma mia ragazzi, come piega Nozane. È un vero spettacolo. In curva tocca i cordoli con ginocchio, gomito e spalla. Tra poco sfiora l’erba con il casco, ci manca davvero poco!».

Il giapponese, new entry 2021, è ben assistito dalla Casa dei tre diapason. Nel suo spazio, infatti, il venticinquenne del Sol Levante ha parecchi connazionali, e non soltanto ingegneri: tra loro c’è una ragazza, interprete madrelingua che segue il pilota come se fosse la sua ombra. Lei si chiama Yuki Nakao, è brava, professionale e simpatica: «Fammi ogni tipo di do-manda e io tradurrò». Perciò, anche grazie alla gentilezza di Yuki, possiamo conoscere le peculiarità di Nozane, partendo proprio dal suo particolare stile di guida.

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"Stile di guida naturale"


Kohta, hai una particolare ispirazione o la guida è tutta farina del tuo sacco?

«Sinceramente, il mio stile di guida proviene da un atteggiamento naturale, non da un’ispirazione esterna. Nel senso che mi muovo in sella così, spontaneamente, nella ricerca della velocità massima possibile. Provo a risultare più rapido possibile, giro dopo giro. Ovviamente, pure io ho ammirato altri piloti e i loro stili di guida, ne ho visti tanti belli e spettacolari. E pure redditizi. Per quel che mi riguarda, dico come la mia azione sulla moto sia il frutto del tentativo di essere veloce ed efficace. Se questo mio stile piace al pubblico, sono davvero contento».

Come ti senti in questo tuo approdo nel paddock SBK?

«Entrare da pilota titolare nel mondiale Superbike è un grande sogno che si realizza. Tuttavia, prima di arrivare in Europa desideravo laurearmi campione nazionale nel mio Paese. Ce l’ho fatta per due volte: la prima, nel 2013, nella classe simil-Moto2, la seconda volta, lo scorso anno, in Superbike con una R1. Una volta compiuta la missione, mi sono sentito pronto per lo sbarco iridato. Faccio parte di un bellissimo team, rappresento un Marchio prestigioso, che sento impresso sulla mia pelle ormai da parecchio tempo».

Sei un rookie della serie, qual è il tuo piano di lavoro?

«Ovviamente, qui per me è tutto nuovo e, di conseguenza, da scoprire. Dalle gomme Pirelli alle piste, dall’ambiente agli avversari. Dovrò conoscere ogni cosa e lo voglio fare con metodo e testa. Il mio obiettivo iniziale è imparare più nozioni possibili, spero di farlo velocemente, riducendo il gap dai piloti più esperti dime, in particolare da quelli collocati costantemente nelle posizioni di vertice. Mi sto impegnando al massimo per riuscirci, perché sono davvero motivato dall’opportunità che mi è stata concessa dalla Yamaha. Sto conoscendo tutto un passo alla volta, di uscita in uscita, rimanendo concentrato su me stesso e sul lavoro con la squadra GRT».

MotoGP, mai dire mai


Hai pure provato la MotoGP nei test in Qatar. Lo farai ancora?

«In Giappone, ho sempre partecipato ai test di sviluppo dedicati alla Yamaha M1. Quindi, andare in Qatar è stata a un’operazione pianificata dalla Casa, utile per i piloti titolari, per il reparto corse e pure per me. Malgrado i proficui giorni di Losail, credo che quest’anno sarò per lo più impegnato nel progetto SBK. Però, se dovesse arrivare un’ulteriore opportunità di guidare la MotoGP, coglierei la palla al balzo: mi piacerebbe anche disputare qualche wild card, misurandomi in gara con i rivali. Anche in questo caso, vedremo. Adesso ho la testa sulle derivate di serie, ma non dico “no” ai prototipi. Io penserò al mio lavoro con il Team GRT, i programmi li deciderà la Casa».

Cosa significa per te essere un uomo Yamaha?

«Ho sempre preso parte alle gare a livello professionistico difendendo i colori blu Yamaha, con un supporto da ufficiale, in termini di personale e tecnico. Avevo 19 anni e sono entrato nei progetti di Iwata, rimanendoci con soddisfazione. Dalla 8 Ore di Suzuka al campionato nazionale, dai test MotoGP sino all’arrivo in Superbike, ogni esperienza è stata per me positiva, interessante e affascinante. Potete tranquillamente immaginare quanto sia felice di questo bellissimo percorso condiviso assieme alla Yamaha, certo, ma soprattutto di quanto io ne sia onorato e orgoglioso. La mia motivazione è elevatissima, voglio portare alla Casa i migliori risultati possibili. Sono qui in Superbike per riuscirci, è il mio obiettivo».

Il paddock ricorda ancora il binomio Haga-Yamaha come il più forte proposto dal Giappone: tu vorresti emulare le gesta di Noriyuki tra i cordoli?

«Mmm (pensa, sospira, rimugina, temporeggia e sorride). Sicuramente, quando ero bambino, ammiravo davanti alla TV le gesta di Haga, il suo stile di guida spettacolare, le numerose vittorie ottenute nel Mondiale, il carisma personale. Nori era veloce, davvero veloce, infatti ha lottato per il titolo in tanti campionati. Peccato non sia riuscito a vincerlo, perché parliamo di un mio connazionale molto bravo, capace di rappresentare il Giappone ad altissimo livello in SBK. Lui era un caso raro di grande competitività espressa da parte di un pilota nipponico nel Mondiale, dato che sappiamo come questo campionato sia il postoin cui i nomi europei riescono a dare il massimo. È sufficiente consultare l’albo d’oro per confermarlo. Io vorrei entrare in questa lista di corridori vincenti. Sono arrivato fin qui dal lontano Giappone, e voglio lasciare un segno indelebile».

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