Il vincente per antonomasia della prima era della Superbike. Questo è Carl Fogarty, che però nel presente non ama tutto ciò che ha fatto nei giorni dei grandi successi. E ce lo racconta a cuore aperto, ripercorrendola sua carriera.

Carl Fogarty, il Campione allergico alla sconfitta

Le corse, passione di famiglia


Tuo padre correva, era scritto nelle stelle che avresti gareggiato anche tu?

"Penso di sì, oggi tengo un sacco di discorsi motivazionali, e tutti mi chiedono dei miei inizi. Alla fine se cresci in un certo ambiente, circondato da determinate cose, finisci per farle tue, che sia a livello professionale o amatoriale. Io sono cresciuto con il desiderio di gareggiare, i miei primi ricordi sono all’Isola di Man nella settimana senza scuola per andare a vedere il TT. Ce l’avevo nel sangue".

I tuoi inizi furono con le moto a due tempi, perché era la via naturale per quel periodo?

"La 250 era la classe “regina”, e a ripensarci ora non mi spiego le ragioni. Forse perché c’era maggiore affollamento, dato che era economicamente più sostenibile. E quindi io volevo gareggiare in 250: il mio primo sogno da pilota era vincere il Mondiale della 250! Ricordo le qualifiche del GP Gran Bretagna 1986, a Silverstone: ero poco oltre il 20° posto, non fu male, dato che ci fu anche chi non si qualificò. E in gara andò anche meglio, con l’11° posto, sfiorai la zona punti, che allora venivano assegnati ai primi dieci. Dopo quel debutto, il desiderio di correre nei GP diventò ancora più forte. Poi arrivarono i primi infortuni e le cose cambiarono un po’".

E cambiarono anche le moto, con il TT-F1, poi il 1991 fu l’anno del vero approdo in Superbike.

"Con la Honda UK. Disputai gran parte della stagione con un budget così modesto da rasentare la barzelletta. Non fu una buona idea. Però andai più forte degli altri piloti che guidavano la mia stessa moto, compreso il due volte campione Fred Merkel. Ma nessuno notò tali risultati. Chiusi l’annata al settimo posto, e si parla di una stagione in cui in pratica tutte le manche andarono ai piloti Ducati. Quindi non fu un cattivo risultato, ma faticai, forse anche per mie responsabilità. A livello personale, invece, fu un anno bellissimo: mi sposai e poi arrivò mia figlia Danielle. Fu un toccasana, perché guidare la RC30 era ormai un supplizio, dopo quattro anni".

Perché?

«La peggior moto all’anteriore della mia carriera. Per poco non distrussi la carriera a James Whitham... Dovevo andarmene. Anche perché ero convinto di poter stare davanti a chi aveva le Ducati, mi ripetevo che stavo con loro in curva, ma poi in accelerazione le cose precipitavano. Il guaio è che soltanto io credevo nel mio valore. La separazione dalla Honda fu inevitabile»

Quale fu la soluzione?

"Mi comprai la moto. E naturalmente fu una Ducati, ovviamente in versione racing e senza troppi chilometri sulle spalle. Investii per quella moto tutto ciò che avevo guadagnato in due anni con la Honda".

Quel 1992 ti cambiò la carriera anche perché vincesti il mondiale Endurance: assieme a Terry Rymer, ci fu una coppia inglese a interrompere il predominio francese.

"Sì, anche se quel campionato lo disputai con una Kawasaki. E mi aiutò a finanziare l’attività con la Ducati. Fu un anno importante, perché la gente intuì il mio valore. Vinsi in SBK a Donington, da privato, un fatto più unico che raro: alla seconda gara stagionale avevo già ottenuto il mio obiettivo. Fu possibile perché la mia moto non era troppo inferiore alle ufficiali, e Donington è un circuito dove il pilota può fare la differenza, perché più della velocità di punta conta la guida scorrevole sui curvoni, il mio punto forte. Nel resto della stagione restai alle spalle degli ufficiali, ma non lontano. E per questo la Ducati mi ingaggiò per la stagione successiva. Il resto è storia".

A Donington, il tuo successo arrivò in Gara 2, mentre in Gara 1 eri caduto quando eri al comando: come recuperasti da quella delusione?

"Dopo Gara 1 sprofondai, non pensavo che mi sarei potuto sentire peggio. Stavo guidando la manche quando scivolai, piegando troppo. In qualche modo mi ripresi e mi presentai sulla griglia di Gara 2. Scattai malissimo, colpa di un problema alla frizione che all’inizio slittava tantissimo, ma riuscii a rimontare e a riprendere il comando. Ricordo che ebbi un problema nella gestione del cambio, ma vinsi ugualmente. Ero distrutto dall’emozione, al punto che non fui nemmeno in grado di festeggiare con un’impennata sul traguardo".

Fu il momento in cui realizzasti che un giorno saresti diventato campione del Mondo?

"Lo pensavo già, era soltanto questione di essere al posto giusto, sulla moto giusta nel momento giusto. Avevo perso un paio di stagioni a causa degli infortuni, ma non avevo mai smesso di crederci. Dopo quella vittoria, però ambiò il pensiero degli altri nei miei confronti. Ci fu qualcuno che iniziò a dire “è da anni che questo tizio sostiene di essere un vincente, forse dovremmo ascoltarlo”. E comunque nel 1993 ebbi la moto ufficiale. Ma fu un anno di rimpianti, avrei dovuto vincere quel campionato. Fui un po’ testa calda: troppe cadute quando ero in testa. Vinsi 11 manche, contro le cinque di Scott Russell, che però si prese il titolo, anche perché io collezionai cinque “zero”. Fui troppo discontinuo".

Le vittorie in Ducati e il passaggio in Honda


I titoli arrivarono nel 1994 e 1995, ma dopo quei trionfi decidesti di lasciare la Ducati per tornare alla Honda, ovviamente come prima punta del team: oggi, a quasi 25 anni di distanza, lo rifaresti?

"Ero nella realtà vincente, perfetta, ma nel 1995 rimasi colpito dalla crescita e dall’organizzazione della Honda. Era una vera squadra, e la moto era molto veloce. E poi Neil Tuxworth, team manager della Castrol-Honda, mi fece una corte spietata tutto l’anno. Mi ripeteva che avrei guidato un’auto Honda, e moto da Cross della Honda. Ma a colpirmi fu l’organizzazione della Honda, mentre in Ducati c’era un po’ di caos. Per questo decisi di cambiare, spinto dal vecchio adagio secondo cui l’erba del vicino è sempre più verde. Ma in quel caso non lo era...".

Cosa non funzionò?

"La Honda era veloce, ma non era adatta al mio stile di guida. L’angolo di piega a centro curva non era sufficiente. E quindi feci doppietta soltanto ad Assen, dove ero quasi imbattibile. Mi rilanciai nella corsa al titolo, poi si andò ad Albacete, dove fui quinto e settimo e persi ogni chance, non riuscivo a generare velocità in uscita dalle curve. Fu la sintesi della stagione. E c’era altro".

Cosa intendi?

"La Honda era organizzata ma lì eri soltanto un numero. In Ducati c’era un’organizzazione non sempre perfetta, ma era bello sentirsi il numero uno. In Honda mi proposero di rimanere un altro anno, ma non mi piaceva, anche se non fu il disastro che tanti hanno voluto disegnare, perché arrivai quarto n classifica ma a meno di 40 punti dal campione, Troy Corser. Anche perché, alla fine, quell’anno fummo tutti un po’discontinui, anche Aaron Slight e John Kocinski che a loro volta mi finirono davanti. Mi servì un anno intero per tornare perfetto sulla Ducati. E firmai un’altra doppietta di titoli: 1998 e 1999".

Il ritorno a Borgo Panigale


Quale dei quattro titoli Superbike è stato il più gratificante? Forse il primo, vinto sul filo di lana nonostante un infortunio?

"Quando il tuo sogno è il titolo mondiale, e lo conquisti, alla fine la soddisfazione è sempre enorme. La cosa bella fu l’eco dei miei trionfi in patria: fui il primo campione della Superbike nato nel Regno Unito e questo fece crescere l’interesse per il campionato nel mio Paese. Il primo titolo fu effettivamente complicato: avevo quasi vinto nel 1993, poi fui costretto a recuperare dalla frattura del polso dopo la prima tappa, così il ritorno dall’Australia da campione del Mondo fu incredibile. Fu emozione e sollievo allo stesso tempo. Una sensazione che si è ripetuta per i trionfi successivi: può essere il primo titolo o il quarto, ma non conta, semmai conta avercela fatta. E alla fine il sapore è lo stesso".

Il 1999 fu un’annata vissuta a livelli stratosferici, anche se forse le diverse opzioni di pneumatici e set up ti misero un po’ in difficoltà. Poi nel 2000 arrivò l’infortunio che ti spinse ad annunciare il ritiro a 35 anni: fu il momento giusto per farlo o sentivi di avere altri anni al top?

"Non avevo scelta. Non posso più guidare nemmeno ora, a 20 anni di distanza, per colpa del rischio di danneggiare la spalla. La posizione del manubrio per me è impraticabile. Il ritiro non fu una mia scelta, ma un obbligo, però l’ho accettato. E anche di buon grado, pur sapendo che in quel 2000 avrei potuto rivincere, perché per la prima volta "la Ducati era tornata a essere decisamente più veloce della Honda. Ma la caduta in Australia mise fine a tutto".

Che fine ha fatto: Troy Bayliss

"Nel 1999 ero al top" 


Qual è il rimpianto?

"Nel 1999 ero cresciuto ulteriormente, in particolare nella gestione delle gare. Credo di non essere mai stato forte e completo come nella stagione del mio quarto Mondiale, perché per troppi anni non avevo usato la testa. Ma quell’anno lo feci. Prima davo gas, quando arrivavo al limite, ne davo ancora di più, e finivo per commettere errori. Ero sempre stato un pilota “di cuore”, ma nel 1998 iniziai davvero a usare la testa, e vinsi il campionato. Nel 1999 ero in una condizione in cui ero certo che nessuno mi avrebbe battuto, ero semplicemente il migliore. Sapevo che, svolgendo il corretto lavoro per la messa a punto nelle prove, in gara sarebbe andato tutto liscio. Anche se con le gomme, hai ragione...".

Scelta difficile?

"Aprimmo il camion e trovammo 300 gomme, dalle quali “estrarre” quella che mi avrebbe permesso di correre al top per 15-20 giri. Scegliere le gomme fu più difficile che vincere".

In Superbike hai ottenuto risultati che ti hanno proiettato nella leggenda, c’è però il rimpianto per non aver avuto una carriera nel Motomondiale?

"Onestamente, non ho mai avuto una vera occasione. C’era abbastanza “politica” in tutto questo, a livello di sponsor. Ebbi un incontro con Kenny Roberts in Spagna, a fine 1995, per poter entrare nel Team Marlboro Yamaha, sembrava una buona occasione su una moto adatta alle mie caratteristiche. Sono convinto che su quella moto avrei vinto delle gare e avrei lottato per il titolo, non mi importa di chi la pensa diversamente. Anche perché da wild card sulla Cagiva, a Donington nel 1993, sarei andato sul podio se soltanto non fossi rimasto senza benzina. Era una moto che non avevo praticamente mai provato, eppure iniziai con il secondo tempo nelle prove del venerdì, e nessuno se lo ricorda...Io invece ricordo che iniziai a cercare il mio nome sullo schermo dall’ottavo posto in giù, e non lo trovavo. Ma attorno a me vedevo gente sorridente, molto sorridente: ci credo, ero secondo dietro Wayne Rainey, davanti a Kevin Schwantz e Mick Doohan! Il sabato, però, caddi in modo pesante, colpa di un attimo di deconcentrazione, e praticamente persi l’intera giornata. Per la gara, dove scattai dalla seconda fila, tirammo a indovinare tutto: assetto, gomme. Alla fine ero terzo, nonostante problemi con la gomma anteriore e i freni, ma finì la benzina! Conclusi quarto. Non male, per essere stata la parentesi di un weekend su una moto non mia".

Quello con Roberts fu l’unico incontro per correre in 500 stabilmente?

"Parlai anche con Garry Taylor per il Team Lucky Strike Suzuki. Ma come accadde con Roberts, anche loro mi fecero capire che, pur volendomi, non avrebbero potuto ingaggiarmi: lo sponsor voleva altri nomi. Almeno, questo è ciò che mi venne raccontato, e non conosco tutta la storia. Forse ho le mie responsabilità, non mi ero “venduto” bene, dicendo a volte cose poco diplomatiche. Ma come pilota, avevo uno stile di guida paragonabile a Luca Cadalora, Max Biaggi, Carlos Checa, gente che ha avuto successo in 500. E non credo che loro fossero più forti di me. Credete davvero che sui curvoni di Donington o Assen non avrei potuto vincere nella stessa 500? Credetemi, avrei vinto anche in 500. Guardate Simon Crafar, che non ha mai vinto in Superbike, ma l’ha fatto in 500. Non dico che avrei vinto il titolo, perché sarebbe servito battere Doohan nell’arco di una stagione, ma sarei stato competitivo. Ripenso a Cal Crutchlow, quando ha vinto in MotoGP: non dico che l’ho invidiato, ma avrei voluto esserci io al suo posto, come primo inglese a vincere in top class dopo Barry Sheene. Avrei voluto che di Cal si dicesse: il primo inglese a vincere in top class dai tempi di Fogarty".

L'esperienza televisiva


In compenso hai vinto il reality show nella giungla.

"Un grande successo, anche perché diventato lo show televisivo più visto nel Regno Unito. Non fu facile partecipare, perché mia moglie Michaela era contraria. Le rispondevo: “Tranquilla, con il mio carattere sarò il primo a essere eliminato”. È invece è stata una bella avventura, una sorpresa, perché è stato tutto emozionante".

Celebre il tuo «Non ho paura, andiamo» nella vasca con i rettili.

"Sì, e ricordo che quando uscii dalla vasca per essere intervistato, avevo ancora uno di loro attaccato al costume. Il presentatore mi disse “Sei contento di rivederci Foggy?”. Io iniziai a gridare “C’è un serpente nel costume”. A quel punto dovettero intervenire i domatori, tra i quali una ragazza e io le gridai: “Vedi di prendere il serpente giusto”. Fu la battuta più divertente della mia vita, ed era sulla TV nazionale".

E dire che quando correvi non eri proprio morbido, ma forse avevi bisogno di crearti dei rivali per man-tenere la motivazione alta. Ora che non corri più sei quasi “zen”.

"Se oggi ripenso a com’ero quando correvo, un po’ mi sento in imbarazzo. Anzi, forse dovrei pentirmi di certi atteggiamenti. Ma in fondo ero proprio così, almeno in pista. A questi livelli di competitività, si è quasi costretti a odiare chi sta cercando di precederti e di batterti. E nel mio caso, funzionava. Ai tempi, tutto ciò che dicevo lo sentivo e lo pensavo, ma se tornassi indietro, non ripeterei certe cose, e mi limiterei a parlare in pista. Ricordo anche che fuori dai circuiti ero una persona differente, ero molto più timido. Però in pista, più vincevo e più diventavo arrogante, non riuscivo a fermarmi. Credo che ai fans piacesse, e che ai media piacesse, eravamo in piena era “Britpop”, c’era Sky Sports a gettare benzina sul fuoco. Tornassi indietro, agirei in modo differente e terrei la bocca molto più chiusa. Forse la pressione legata al desiderio di vincere mi ha fatto esagerare, fino a generare una sorta di follia".

Scatto Sprint: gli anni di Bontempi e Gobert in Kawasaki