Nessun pilota usa montare in sella come Lucas Mahias. Il francese del Kawasaki Puccetti Racing attende seduto nel box che un meccanico del team avvii la Ninja: la guarda giusto un istante, poi si incammina minaccioso, inforcandola dal lato sinistro con uno stile del tutto originale. Colpisce infatti con il ginocchio destro - protetto dalla cosiddetta “saponetta” - un punto della moto ben preciso, in mezzo tra piano di seduta e serbatoio.

Una volta acquisito il contatto fisico con la propria cavalcatura, il numero 44 compie una torsione, riallineando gamba, bacino e busto. Una tecnica molto particolare, vista nei test prestagionali e nel primo round del Campionato Italiano Velocità. La doppia manche vinta (virtualmente, poiché considerato fuori classifica) nella Superbike tricolore ha messo in evidenza il feeling immediato del quasi debuttante (corse due manche iridate nel 2016). E prima di lasciare il Mugello per recarsi in ospedale a risolvere noie da sindrome compartimentale, il francese si è raccontato in esclusiva.

“Questo weekend nel CIV si è rivelato davvero utile - la carica del fresco trentaduenne di Mont-de-Marsan - e finalmente mi trovo nella lista dei piloti che parteciperanno al mondiale SBK. Sono molto contento, l’opportunità concessami da Puccetti consente alla mia carriera di proseguire attraverso un senso logico. Arrivo dalla Supersport, campionato davvero diverso, del quale sono stato campione nel 2017, ma quel titolo l’ho conquistato con la Yamaha”.

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Non poteva avvenire prima il debutto in pianta stabile in Superbike?

“Dopo quel titolo, ho provato a compiere il salto di categoria, invano. Con la Yamaha la trattativa non è sfociata in un contratto. Adesso, invece, eccomi qui vestito di verde Kawasaki. Continuare con Puccetti e i ragazzi che già conosco è paragonabile a rimanere in una sorta di seconda famiglia”.

Nel frattempo, stai familiarizzando con la ZX-10RR.

“Sì, vado bene e miglioro parecchio ma, al momento, sento ancora più mia la guida della 600: con quel tipo di moto e cilindrata, potevo ‘giocare’, compiendo evoluzioni a tutto gas. Sulla 1000, invece, giocare non è possibile. Anzi, all’inizio e nelle prime uscite stagionali mi sono pure spaventato! La gestione elettronica è fin troppo invasiva, fosse per me toglierei tutto, affidandomi soltanto al polso destro. Se con la Supersport il pilota ha ogni azione determinata dalla propria mano destra, nella Superbike no, perché derapate e impennate vengono limitate dai vari controlli”.

Quindi, cosa conti di fare?

“Continuare a divertirmi, adattando il mio stile a questa esigenza. Voglio provare a giocare anche in sella a una Superbike. Mi piace l’azione spettacolare: so che ci vorrà tempo per ottimizzare ogni automatismo, ma credo che entro metà stagione sarò in grado di imporre alla mia Ninja ogni sollecitazione desiderata. Poi, so bene che incontrerò rivali esperti e ben preparati”.

Rea è l'uomo da battere


Cosa pensi del campionato? Chi sarà il favorito per il titolo?

“Sicuramente Jonathan Rea resta l’indiscusso uomo da battere. Il nordirlandese è unico, però allo stesso tempo somiglia tanto a uno spagnolo della Honda. Sì, il numero 1 della Superbike è come il numero 93 della MotoGP. Se il Motomondiale ha Marc Marquez, le derivate di serie vantano Rea: sono paragonabili in tanti aspetti e rappresentano il riferimento assoluto. Rea fa ciò che gli pare con la moto, conosce bene la serie, i rivali, tutto. Io penso che lui sia la guida di un gruppo costituito da cinque-sei piloti, tutti forti e veloci. Ma Jonathan ha qualcosa di differente nella testa, è l’arma con cui ottiene la differenza finale, per doti di caparbietà impressionanti”.

Anche tu hai impressionato: nel 2018 a Portimao sei giunto al traguardo con la gomma posteriore della tua R6 bucata, la ruota scintillante e la moto semidistrutta.

“Lo ricordo come se fosse accaduto ieri! Impossibile dimenticarlo... quell’episodio sintetizza la storia della mia vita. La lotta dura per ottenere ogni obiettivo. Provengo da una famiglia poco abbiente, infatti quando ero giovanissimo di soldi non ce n’erano. Se parliamo di corse, ancora meno. Malgrado la situazione difficile, ho sempre continuato a inseguire il mio sogno. Ho spinto, spinto, spinto più che mai, facendo soltanto forza sul mio talento. Quando ottenevo un buon risultato, spingevo. Se andava male, spingevo ugualmente. Il mio motto è semplice: mai arrendersi!”.

Sei una persona particolarmente selettiva, non soltanto nel paddock.

“La mia vita di pilota non è mai stata particolarmente semplice. Come dicevo, sono partito tanti anni fa, senza opportunità né soldi. E, come potete immaginare, rappresentavo un bersaglio perfetto per i disonesti. Non so come spiegarlo... in molti hanno provato a fregarmi, a imbrogliarmi. Questi manager, se così possiamo definirli, sapendo che i miei mezzi economici erano modesti, hanno giocato con me, illudendomi, vertendo sul fatto che io stessi provando a diventare un pilota professionista. Chi ha un sogno, ascolta ogni fonte: a volte si incontrano persone buone, altre volte, persone per nulla buone. Anzi, pessime. Ecco perché con gli spaventi rimediati con i cattivi soggetti mi sono ‘chiuso’. La mia soluzione è restarmene nel box, in silenzio, nell’angolo con i miei tecnici. Lì ho pace e protezione”.

Fuori dal paddock, invece?

“Lontano dalle gare mantengo un atteggiamento molto differente, più aperto. Penso di essere un bravo ragazzo, una buona persona. Perlomeno, questo è il pensiero di mi conosce, poi, chissà (ride). Diciamo che ho scelto di farmi scoprire davvero da chi mi ispira fiducia, offrendo la mia totale amicizia. Chi, nel paddock, pensa che io sia uno str...., si sbaglia. Però, comprendo che certi commenti arrivino perché io, in effetti, mostro scarsa voglia di aprirmi. Sono in Superbike per correre, le amicizie vere si stringono fuori da questo ambito”.

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