Paolo Ciabatti, oggi, è Ducati Corse Sporting Director e si occupa sia di MotoGP che delle derivate di serie. Nella stagione 2000, però, ovvero nel momento cruciale del passaggio di consegne tra Carl Fogarty (costretto ad abbandonare le corse per un serio infortunio alla spalla rimediato nel secondo round in Australia) e Troy Bayliss, era il SBK Program Director della Casa di Borgo Panigale e seguiva le vicende del box del team interno nel campionato che stava diventando il “giardino” della Ducati.

Fu Ciabatti, con il suo viaggio negli States all’inizio di quell’anno, l’artefice della scoperta e dell’arrivo dell’australiano nel Mondiale e proprio attraverso le sue parole ripercorriamo quella stagione “simbolo” per la storia sportiva della Ducati.

Qual è il tuo primo flash della stagione 2000?

L’AMA Superbike. Alla fine del 1999 proponemmo a Troy, che aveva appena vinto il titolo BSB con la 996 del Team GSE Racing, di correre per noi il campionato americano. Fece i test prestagionali di Daytona, centrando il miglior tempo. Andai a marzo in USA per la 200 Miglia, lo conobbi e trascorsi alcuni giorni con lui. Aveva un carattere e un’umanità incredibili...In gara fu fantastico, su una pista che ‘intimidisce’, senza esperienza, rimase in testa per molti giri davanti a gente co-me Nicky Hayden e Mat Mladin, ma poi fu costretto a ritirarsi per una caduta causata anche da un problema tecnico. Quella sera ci ritrovammo al bar dell’albergo e davanti a una birra lui mi chiese scusa per essere caduto e mi disse che quella gara l’avrebbe assolutamente voluta vincere. In quel momento mi innamorai sportivamente di Troy Bayliss. Quello fu l’episodio chiave che in qualche modo diede vita al fenomeno Bayliss, perché quando Fogarty si fece male io pensai subito a lui per sostituirlo”.

Cosa ricordi di quel momento?

“Eravamo partiti nel 2000 con l’obiettivo di rivincere il titolo per la quinta volta con Fogarty e con la ‘scommessa’ del campione AMA, Ben Bostrom, all’esordio nella squadra ufficiale. Perdere Carl alla seconda gara a causa di un brutto incidente in Gara 2 che gli causò una grave frattura alla spalla, ci fece passare in un attimo da favoriti per la vittoria a inseguitori, con Bostrom in difficoltà ad adattarsi a pneumatici e circuiti totalmente nuovi. Io non ero a Phillip Island quando avvenne l’incidente e ci ritrovammo subito a dover pensare auna soluzione per sostituire Foggy per la gara in Giappone, in programma sette giorni dopo. Ci sentimmo al telefono con Claudio Domenicali e Davide Tardozzi e lanciai l’idea di chiedere a Troy la disponibilità di correre le due gare mondiali di Sugo. A Daytona mi aveva impressionato e credevo molto in lui. Per di più, in quei giorni era tornato a casa per preparare il trasloco per gli States e sapevo che dall’Australia al Giappone, il viaggio sarebbe stato abbastanza rapido...”.

Carl Fogarty, il Campione allergico alla sconfitta

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Cosa ti rispose, Troy?

“Mi disse subito di sì pur sapendo di esporsi a un rischio, visto che non conosceva la pista, le gomme e la squadra. In più, il suo arrivo creò qualche problema logistico: aveva la tuta negli States ma per fortuna lui e Carl avevano un fisico simile così i meccanici scucirono il nome di Fogarty dalla sua tuta e... Ecco fatto. Troy non si qualificò bene e in entrambe le gare venne buttato fuori ne primi metri, credo da una wild card giapponese. Il primo impatto con la squadra ufficiale non fu quindi dei migliori e nel frattempo noi eravamo in attesa di capire i tempi di recupero di Fogarty anche se ci apparve chiaro che sarebbero stati lunghi. La prestazione di Troy, con tutte le scusanti del caso, non aveva dato un responso chiaro e avendo noi un contratto in essere con Luca Cadalora come test rider, decidemmo di dare a lui una chance. Anche perché conosceva bene Donington, sede della tappa successiva. Ma le sue gare non furono esaltanti e qualche settimana dopo, ci ritrovammo con lo stesso problema a Monza. Pista non facile, tra i round più attesi della stagione, anche dal nostro sponsor di allora, con una folla oceanica di appassionati”. 

Fu il momento di un’altra decisione importante. Anzi, decisiva...

 “Discutendo di nuovo con Domenicali, Tardozzi e con il presidente di allora, Federico Minoli, decidemmo che era il caso di riprovare con Bayliss. E lo richiamai io”.

Come fu l’approccio di Bayliss in quella telefonata?

“Partiamo dicendo che, dopo Sugo, ci rimase male per non essere stato confermato. Tornò negli States ed era già pronto per correre il campionato AMA. Rispose non bene, con un po’ di disappunto perché riteneva che avremmo dovuto dargli una seconda chance a Donington, che lui conosceva molto bene avendoci corso per due anni nel BSB. Gli spiegai che Monza per noi era una gara importantissima e che ci avrebbe ‘tolto le castagne dal fuoco’. Alla fine si convinse e credo che disse di sì anche grazie al rapporto che si era creato tra noi. Le due gare di Monza se le ricorda-no tutti gli appassionati... Ho ancora la pelle d’oca dopo 20 anni”.

La staccata di Monza 2000


Alla variante passò Yanagawa, Chili, Edwards e Haga con una staccata impossibile a ruota alzata.

“In quel momento diventò l’eroe degli appassionati e di tutti i ducatisti. Con il suo grande talento e il grande cuore, quel quadruplo sorpasso segnò il resto della sua carriera”.

 Quale fu la tua reazione?

“In Ducati eravamo in difficoltà. In quegli anni correvamo soltanto in Superbike ed eravamo passati in poco tempo dall’euforia del quarto titolo con Fogarty alle incognite di una squadra con un pilota, Bostrom, che stava facendo apprendistato nel Mondiale e un altro, Bayliss, che era una vera scommessa. Un rischio, una carta a sorpresa. Lui, in una situazione non certo ideale perché non conosceva pista, gomme e squadra, ebbe il coraggio di fare una manovra impossibile alla sua prima ‘vera’ gara da aspirante ufficiale. In quel momento, al box scoppiò un applauso incredibile e uscì anche qualche lacrimuccia, perché capimmo che avevamo ritrovato ciò che avevamo perso in modo del tutto inaspettato qualche settimana prima. Un pilota di talento, capace di esprimersi al massimo e potenzialmente da titolo".

 Dopo la gara, arrivò il terzo sì di Troy...

“I meccanici erano rapiti dal modo di fare di Troy sia per come si comportava al box che per quanto faceva in pista. E ci pregarono di tenerlo. Alla fine della gara ci riunimmo di nuovo al box per fare un discorso chiaro e onesto: sapevamo che Fogarty non sarebbe tornato presto quindi proponemmo a Troy di correre tutte le gare del Mondiale dicendogli anche che, nel caso di un ritorno di Carl, le moto a sua disposizione non sarebbero più state due ma soltanto una, perché non avevamo i mezzi permettere in pista sei moto per tre piloti. Ci pensò un po’, ma non molto. Accettò perché il suo sogno era quello di correre il mondiale Superbike ed era disposto a prendersi il rischio e accettare le nostre condizioni. Risolvemmo altri problemi logistici, visto che il container con tutti i a sua roba era già partito dall’Australia in direzione USA ma fu ‘deviato’ a Montecarlo, dove prese la residenza. In quel momento diventò l’altro pilota del nostro team e a Hockenheim, nella gara successiva, fu affiancato in squadra da Juan Borja, che sostituì Bostrom mentre l’americano prese il posto dello spagnolo nel Team NCR. Proprio in Germania, in Gara 1 e su un circuito non certo facile e che non aveva mai visto, Bayliss vinse la sua prima gara nel mondiale Superbike”.

Fu anche una tua vittoria.

“Fu la conferma che avevamo visto giusto. Avevamo un pilota che si faceva voler bene da tutti, con un talento incredibile e con enormi ‘attributi’. Dava il 110% di quello che aveva, dimostrando una gratitudine verso la squadra e verso l’opportunità che gli era stata data, un atteggiamento che è difficile trovare in altri piloti. Dopo il podio, io che sembro duro e impassibile, ma in realtà sono molto sensibile, andai all’hospitality a farmi un bel pianto: era la liberazione da un incubo e anche una scommessa personale vinta. La conferma che quello che avevo visto a Daytona era giusto”.

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Cosa ti ha lasciato, a livello umano e professionale, il periodo vissuto con Bayliss?

“È stata la più bella esperienza professionale e sportiva di tutta la mia vita. Ho conosciuto un grande pilota e un grande uomo, con le sue debolezze com’è normale che sia, ma davvero grande. Un amico vero, con il quale ho trascorso dei bei momenti anche fuori dalle competizioni e con il quale mi sento regolarmente ancora oggi. Lui è riuscito a diventare per tutti gli appassionati e per tutti i ducatisti ‘IL’ ducatista: è arrivato alle gare non più giovane, ha ottenuto le vittorie con grandi sacrifici e poi non posso dimenticare anche quella vittoria in MotoGP a Valencia nel 2006... Fu un momento di svolta professionale anche per me, perché alla fine di quell’anno, con quel trionfo ottenuto contro tutto e contro tutti e pensando di aver raggiunto l’apice della mia avventura con la Ducati, lasciai Borgo Panigale e passai a occuparmi dell’organizzazione del mondiale Superbike per Infront”.

Chiudiamo con Fogarty: senza quell’infortunio in Australia avrebbe vinto il quinto titolo?

“Credo proprio di sì. Carl era determinatissimo, convinto di potercela fare. Colin Edwards, uno degli avversari più ostici e competitivi che abbiamo mai avuto nella storia della Superbike, con la Honda gliel’avrebbe fatto sudare ma penso che alla fine, anche per come era partito nei test prestagionali, Fogarty ce l’avrebbe fatta. Oltretutto aveva a disposizione una moto molto competitiva, la Ducati 996. Purtroppo quell’incidente a Phillip Island pose fine alla sua fantastica carriera”.

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